IL DIARIO DI BORDO di ANTONIO VADALA’: PIACCIA O NON PIACCIA, SANREMO E’ SANREMO

15 febbraio 2018 Culture

Si è da poco conclusa la 68” edizione del Festival di Sanremo che, come sempre è stato preceduto da aspettative e polemiche e seguito da elogi e critiche.

Sì, perché piaccia o non piaccia, visto o solo sentito raccontare, il Festival incuriosisce ed attrae un po’ tutti, dai veri appassionati ai detrattori che lo guardano fosse anche per il solo gusto di poterlo criticare.

Perché è il Festival della “Canzone Italiana” e come tale è una kermesse che appartiene all’Italia tutta, dai nostalgici del bel canto ai giovani che vi si accostano per la prima volta.

Ed è per questo che da sempre risulta essere il programma radiotelevisivo più seguito.

Anche quest’anno infatti, i dati auditel testimoniano il grandissimo successo della manifestazione canora con una prima serata che addirittura ha toccato punte del 50% di ascolto, percentuale ancora più alta del recente imbattuto Carlo Conti.

Dati numerici ancor più confortanti per la Rai si sono riscontrati anche nelle serate successive, mai interessate dal “ crollo di ascolto”, che hanno sfiorato in alcuni casi e superato in altri la stessa soglia del 50 % della prima serata, raggiungendo così il primato dell’edizione più seguita del 1999 !

E di questo, và detto, il merito è sia delle scelte artistiche che di quelle organizzative compiute quest’anno.

Analizzando l’aspetto della conduzione – che, diciamolo, spesso affascina più delle canzoni stesse – chi si aspettava un Festival condotto alla vecchia maniera – in perfetto stile “baudiano” per intenderci – potrebbe esserne rimasto deluso, in quanto non si è certamente avuta una conduzione di stampo classico.

Ma il risultato, seppur non nella maniera canonica, è stato comunque raggiunto: ciascuno ha interpretato il proprio ruolo senza alcuna sbavatura, con naturalezza, e riuscendo a mantenere il proprio stile.

Abbiamo ammirato una Michelle Hunziker al suo secondo Festival, tornata a distanza di 11 anni, reclutata come vera e validissima co-conduttrice e non per ricoprire un ruolo meramente macchiettistico e fittiziamente a sostegno delle “quote rosa” come troppe volte in passato ci hanno proposto sul palco dell’Ariston.

Michelle ha saputo mantenere, anche in questa importante kermesse il piglio di briosa intrattenitrice che da sempre le appartiene impreziosendolo con un pizzico di esuberanza artistica, seppur offrendo delle prove di canto non sempre brillantemente superate ma gradite ai più.

Serviva poi qualcuno che “raccontasse “ il Festival come fosse una storia, la storia più bella della musica italiana, e questo ruolo é stato affidato al sempre più bravo Pierfrancesco Favino, che ha saputo gestire egregiamente il suo ruolo dalla prima all’ ultima puntata, arrivando al cuore di tutti e convincendo definitivamente il grande pubblico con la sua interpretazione del commovente monologo sui migranti.

Che dire infine del “dittatore artistico”, cosi simpaticamente definito dagli stessi compagni di viaggio e da altri? Parliamo di un personaggio che non ho solo ha scritto e rappresentato 50 anni di musica italiana ma che è riuscito allo stesso tempo a intrecciare, tra una canzone e l’altra, momenti di intrattenimento a volte sorprendentemente esilaranti, come i duetti con Rosario Fiorello e Virginia Raffaele. La sua è stata una conduzione eseguita con grande delicatezza, quasi in punta di piedi, offrendo, tra un annuncio ed un altro, una forma semplice e allo stesso tempo efficace e garantendo la stessa spontaneità che avrebbe potuto regalare ad uno dei suoi concerti.

Un altro elemento importante dell’organizzazione artistica di questa edizione è rappresentato dal modo in cui il direttore (leggi: sempre il nostro Baglioni) sia riuscito a regalare al pubblico grandi momenti di musica – al di là della gara in sé – con la presenza dei suoi ospiti.

Criticato per la scelta dei pochi ospiti internazionali, tolto un sempre straordinario ed amatissimo Sting e il grande James Taylor, Baglioni ha voluto in realtà dare maggiore risalto proprio alla musica italiana, celebrandola spesso con le sue stesse canzoni, che, và detto, ne rappresentano una fetta importante.

Una scelta di gran classe e gusto, riuscitissima visti i duetti realizzati con artisti del calibro di Gino Paoli, Gianna Nannini, Fiorella Mannoia, Biagio Antonacci, Negramaro, i quali pur presentando anche dei loro pezzi, assieme ad alcune intramontabili canzoni del conduttore Claudio, sono riusciti a regalarne una nuova versione, vestendoli in maniera totalmente diversa, altrettanto interessante.

Emozionante, sopra tutti, l’interpretazione del baglioniano “Amore bello” eseguita dallo stesso Claudio con una sofisticatissima ma sempre grintosa Nannini.

Ma il Festival è musica ed è soprattutto gara. Non mi esimerò (neanche io) dal dire che tra i pezzi voluti dal direttore certamente la scelta artistica dei Pooh (che restano pur sempre, frazionati come singoli o come improbabili duetti, un’unica vetusta entità) – ai più risultata forzata – ce la si poteva risparmiare, fosse solo perché avremmo preferito ricordarli per i 50 anni di grandi successi passati, piuttosto che per questa loro ultima partecipazione.

E a scimmiottare il fenomeno del perenne scioglimento con puntualissima reunion (che interessa non solo i sopradetti Pooh ma che è sempre più una moda diffusa tra i gruppi musicali) ci ha pensato anche il sempre ironico Elio con la sua “Arrivedorci”, pezzo che però non convince ed arriva ultimo (seppur forse era proprio questo il risultato ambito dal gruppo).

Altri “grandi classici” i momenti musicali regalati dalla Vanoni con Bungaro e Pacifico e da Ron, con un pezzo in cui si sente tutta la mano del grande Lucio Dalla (solo quella…).

Vera sorpresa poi, ad avviso dello scrivente, Max Gazze con un pezzo del quale è vero che non si può non ammirare la sezione ritmica, sempre presente nel suo sound, ma che esalta l’accurata eleganza del testo e dello stile che porterà avanti nel prossimo tour.

Per quanto concerne infine i vincitori, il duo Meta-Moro, la loro canzone coinvolge certamente per la grinta portata sul palco (complice la rabbia del rischio eliminazione) e per il tema sociale trattato ma trova il suo più grosso deterrente nel Festival stesso che avrebbe dovuto in ogni caso per correttezza mantenere ferree le regole del proprio regolamento.

Quanto alla bellezza del pezzo in sé và detto, vince ma non convince.

Come non menzionare, in conclusione, la rivelazione de Lo Stato Sociale, furbissimi e un po’ ruffiani nell’espletare alcuni elementi sapientemente introdotti dal gruppo per dare colore alle loro esibizioni. Dal personaggio della “vecchia che balla” all’intero piccolo coro dell’Antoniano voluto tra gli ospiti durante la serata dei duetti del Venerdì, il cui brano vince sopra tutti per l’accattivante ritmo radiofonico, che ne ha già fatto la canzone più trasmessa dalle radio per eccellenza.

Insomma, gli elementi per fare di questo 68” un Festival da ricordare ci sono tutti, dalla musica allo spettacolo, perché di questo in fondo si tratta, ricordiamolo, lo “spettacolo della musica italiana”.

Antonio Vadalà