L’AMAREZZA DELL ‘AVV. FABIO REPICI: I familiari delle vittime e il loro diritto alla verità troppo spesso negato

25 febbraio 2018 Inchieste/Giudiziaria

di Fabio Repici – C’è un uomo che da ventotto anni non si può radere la barba. Il suo volto e la sua storia, come quelli di sua moglie Augusta, stanno nel cuore di tutti gli italiani onesti. È Vincenzo Agostino, il padre di Nino, il poliziotto ucciso a Villagrazia di Carini il 5 agosto 1989 insieme alla moglie Ida Castelluccio. Su quel delitto i depistaggi intorbidarono le acque fin da subito, ad opera del solito Arnaldo La Barbera (che tre anni dopo affossò la verità anche sulla strage di via D’Amelio), di un ispettore di polizia che distrusse gli appunti riservati del poliziotto assassinato e di tanti altri.
Vincenzo Agostino decise che non si sarebbe più tagliato la barba fino a quando non avesse ottenuto la verità sull’uccisione di suo figlio e di sua nuora. Il suo aspetto ieratico a causa della barba è divenuto anche l’immagine di un uomo invecchiato inseguendo verità e giustizia. Quell’impegno è un rovello che gli macina l’anima ogni giorno. Quel suo fardello angoscioso fu visibile a tutti coloro che, due anni fa, lo videro quando, davanti al Gip di Palermo, riconobbe con esattezza la faccia di un uomo che qualche settimana prima dell’agguato mortale ai danni di Nino Agostino era andato a cercarlo insieme a un complice a casa del padre. Anche per quello, oltre che per le accuse di numerosi collaboratori di giustizia, Giovanni Aiello, “faccia da mostro”, l’ex poliziotto indicato dai pentiti come un killer di Stato al servizio di Cosa Nostra e della ‘Ndrangheta e di organizzazioni eversive, era indagato per il duplice omicidio Agostino-Castelluccio, finché un infarto gli tolse la vita l’estate scorsa.
Ma pure davanti all’ennesimo episodio che poteva frustrare il suo desiderio di verità e giustizia, Vincenzo Agostino non si dà pace e non demorde. Però, si trova a fare i conti pure con organi istituzionali che, davanti alla sua ansia di verità, si mettono di traverso e finiscono per ostacolarla: da ultimo, la Procura di Caltanissetta, con un’iniziativa che ha dell’incredibile.
Quale difensore di Vincenzo Agostino mi ero rivolto al Gip di Caltanissetta per avere visione e fare copia degli atti di un procedimento che parecchi anni fa aveva visto indagato Giovanni Aiello per le stragi di Capaci e via D’Amelio e per l’attentato all’Addaura. Quel procedimento era stato archiviato il 23 novembre 2012. Come previsto dalla legge (art. 116 cpp: «sulla richiesta provvede il giudice che ha emesso il provvedimento di archiviazione») avevo fatto richiesta allo stesso Gip che aveva emesso al tempo il decreto di archiviazione. E quel giudice mi aveva autorizzato. Ovviamente – aggiungo io – visto che in quel fascicolo molto spesso si faceva riferimento al duplice omicidio Agostino-Castelluccio e visto che già qualche anno fa su iniziativa della Procura di Caltanissetta atti di quel fascicolo erano diventati di pubblico dominio. Il Gip, nell’accogliere la mia richiesta, trasmetteva il suo provvedimento di autorizzazione alla Procura perché quel fascicolo relativo ad Aiello, conservato nell’archivio della Procura, mi venisse messo a disposizione.
Ci avremmo potuto trovare elementi di prova utili per la ricostruzione della verità sul duplice omicidio Agostino-Castelluccio, da segnalare nell’immediato alla Procura generale di Palermo, prima che quell’ufficio concluda la laboriosissima attività d’indagine svolta con grande dedizione nei confronti di Antonino Madonia e Gaetano Scotto, o da utilizzare nel processo che è doveroso auspicare ormai alle porte, in considerazione dei tempi previsti dal codice e del tempo trascorso dal delitto.
In quel fascicolo che il Gip di Caltanissetta ci ha autorizzato a consultare avremmo potuto analizzare in dettaglio tutte le dichiarazioni dei pentiti e dei testimoni che erano stati sentiti su Aiello (qualcuno dei quali lo ha pure indicato come responsabile di atti di terrorismo compiuti sui treni e nelle stazioni, tanto che su “faccia da mostro” si era accesa l’attenzione anche per la strage alla stazione di Bologna), avremmo potuto spulciare tutte le intercettazioni che all’epoca furono disposte su Aiello, avremmo potuto esaminare tutte le annotazioni fatte dagli investigatori che indagavano su Aiello, avremmo potuto valutare tutta la documentazione relativa alle inspiegabili ricchezze dell’ex poliziotto o di suoi congiunti, avremmo potuto assemblare ogni elemento utile con i tasselli di cui già disponiamo. Per dimostrare che “faccia da mostro” è stato responsabile dell’assassinio di Nino Agostino e di Ida Castelluccio insieme ai mafiosi Nino Madonia e Gaetano Scotto.
Avremmo potuto. E invece no, non possiamo. A Vincenzo Agostino questo è stato impedito qualche giorno fa dalla Procura di Caltanissetta, che, invece di mettere a nostra disposizione quel fascicolo a carico di Aiello, come ordinato dal Gip di Caltanissetta, con un provvedimento (non previsto dalla legge) che, forse proprio perché era talmente inaudito, è stato firmato dal procuratore capo, dai due procuratori aggiunti e dal sostituto procuratore Stefano Luciani, ha conculcato il diritto alla verità del papà di Nino Agostino.
Quel diritto alla verità di Vincenzo Agostino, che era stato riconosciuto dall’unico giudice che era competente a pronunciarsi, viene oggi ostacolato dalla Procura di Caltanissetta, in uno scenario davvero inedito e che mai ci si sarebbe azzardati a prevedere. Quante avversità dovrà ancora subire quell’uomo prima di poter ottenere verità e giustizia per Nino e Ida?