LA RECENSIONE DI MASSIMILIANO PASSALACQUA: Un amore esemplare. Ultime notizie da Daniel Pennac

3 marzo 2018 Culture

Foto di Enrico Di Giacomo

Abbiamo lasciato Benjamin Malaussène appena liberato da Rabdomant dopo essere stato arrestato per il sequestro dell’uomo d’affari Jacques Lapietà – rapito invece dal figlio di Ben, Monsieur, e dai nipoti Nange e Mara; ma se uno è capro espiatorio di professione, figuriamoci se non si porta il lavoro a casa – ne Il caso Malaussène. Mi hanno mentito, nel quale ha ripreso dopo vent’anni il ciclo di Belleville, e ritroviamo il suo creatore Daniel Pennac sul palcoscenico del Teatro Vittorio Emanuele, impegnato a raccontarci tra ricordo, fumetto e barriere linguistiche la storia d’amore di Jean e Germaine Bozignac in Un amore esemplare.

Inutile dire che lo ritroviamo con piacere, quasi con venerazione. Pennac non è un semplice fenomeno editoriale, una “moda” letteraria come ne esplodono tante in questo mondo che sa a stento leggere: da quando nel 1985 ha pubblicato Il paradiso degli orchi, primo capitolo dell’immaginifica saga di Malaussène, la sua prosa pirotecnica e avvolgente, la sua capacità stupefacente di inventare non solo una lingua, dei personaggi e delle situazioni incredibili, ma addirittura un mondo intero hanno conquistato i lettori di tutti i Paesi e ne hanno fatto un vero e proprio mito per più di una generazione. Tanto che da quando, nel 1999, ha licenziato La passione secondo Thérese (quinto capitolo della saga, che sarebbe peraltro dovuta finire già con Signor Malaussène), è stato letteralmente tormentato dai lettori perché riprendesse in mano la storia della famiglia più sgangherata, multietnica e amata della letteratura contemporanea. Ma prima di Mi hanno mentito – che sarà seguito, non si sa quando, dalla seconda parte La loro grandissima colpa – Pennac si è occupato di altro: romanzi di argomento vario, saggi, storie per bambini, teatro, fumetti.

Ed è proprio alla forma del fumetto che lo scrittore di origini corse (il suo vero cognome è Pennacchioni) si è affidato per rappresentare una storia che voleva raccontare da tanti anni: quella di Un amore esemplare, una storia vera che gli è capitata da bambino e che lo ha accompagnato per tutta la vita. A sentire lui, la scelta è caduta sul fumetto perché Jean e Germaine meritavano qualcosa in più delle parole; ma anche questo è l’artificio di un grande ingannatore, perché a ben vedere la storia in sé è estremamente esile, quasi “minima”, poco più che un aneddoto, e la resa romanzata non sarebbe stata adeguata. Trovata la disegnatrice adatta, Florence Cestac – con i suoi nasoni e il suo tratto accattivante spesso al servizio del noir – Pennac racconta in scena come l’ha convinta a collaborare a questa operazione in apparenza un po’ bislacca, bisognosa di una serie di strati e di livelli più elaborata e complessa per dare respiro a un’oretta di rappresentazione e catturare il pubblico.

Jean Bozignac, alto, bruttissimo e dinoccolato, erede di una famiglia di ricchi produttori vinicoli di Bordeaux, si innamora della servetta Germaine, piccola e povera ma altrettanto brutta, e la sposa contravvenendo ai desideri del padre che già lo vedeva sistemato con la figlia del “re” del Gewürztraminer: più che un matrimonio, una degustazione. Diseredato e cacciato di casa, con i libri di uno zio strambo come unico lascito, Jean si mantiene vendendo a caro prezzo prime edizioni di capolavori (che aveva recuperato dagli “amici” dello zio: Andrè Gide, Eugenio Montale, Jacques Prévert e così via) e si trasferisce con Germaine nell’entroterra della Costa Azzurra dove la coppia non è ben vista dal contesto borghese perché “improduttiva”. Non lavorano, non hanno figli nonostante non facciano altro che «fare cattleya» come in Un amore di Swann di Proust, passano le giornate a leggersi libri ad alta voce. Accoglieranno il piccolo Daniel quasi come un figlio e la loro amicizia durerà fino alla morte: per cancro quella di Jean, suicida pochi giorni dopo Germaine. Sulla tomba nel piccolo cimitero rurale, due date: 3 aprile 1927-25 aprile 1971. «Quarantaquattro anni?», si chiede la Cestac nel pellegrinaggio immaginario che conclude lo spettacolo. «Sì, sono nati quando si sono incontrati», la risposta di Rachel, amica del cuore di Germaine.

Basterebbe per imbastire uno spettacolo teatrale? Beh, per La lunga notte del dottor Galvan gli è servito anche meno, se ci pensate. Ma come tutte le storie, questa incrocia altre storie e, soprattutto, la Storia. L’ebrea Rachel nascosta in casa della coppia dopo che il padre si è sparato nella loro conceria per non essere arrestato. Il Pennac professore di liceo che, influenzato oltre il lecito da questa “coppia esemplare”, nei primi anni di insegnamento affronta praticamente solo le grandi storie d’amore della letteratura. Lo spaccato, così tipico e insieme ibrido, della provincia francese negli anni Cinquanta. Ma soprattutto l’eredità di Jean: i suoi libri, regalati a Daniel prima della sua scomparsa.

Lo scrittore non lo dice chiaramente, ma questa piéce è un consuntivo: ciclo di Belleville, successo editoriale, fama, soldi, Legion d’Onore, tutto quello che significa – oggi – essere Daniel Pennac viene da lì. Più che un ricordo è un omaggio, e allora sì che deve recitare in francese, con la traduzione simultanea di Ludovica Tinghi che interpreta anche Germaine mentre Massimiliano Barbini viene “scelto” tra il pubblico – espediente per nulla originale, ma trattato con una certa grazia – per impersonare Jean. La voce di Pennac diventa quindi – per una precisa scelta della regista argentina Clara Bauer – una sorta di colonna sonora, un sottofondo che ci trasporta e ci fa immedesimare in quella ambientazione. Certo, avere il Maestro come voce narrante in italiano, anche con qualche inciampo, avrebbe reso ancor più agile lo spettacolo, che comunque non ne risente. Anzi, ne viene fuori una piccola delizia. Applausi.

 

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