L’AFFONDO DI MASSIMILIANO PASSALACQUA: Silvio è morto, Matteo pure e neanch’io mi sento tanto bene

«Amici, Romani, concittadini, prestatemi orecchio;
io vengo a seppellire la sinistra, non a lodarla.
Il male che gli uomini fanno sopravvive loro,
il bene è spesso sepolto con le loro ossa;
e così sia della sinistra.»
(da W. Shakespeare, Giulio Cesare)

 

Cosa direste di un mondo nel quale destra e populisti hanno il 70 per cento dei voti, dove basta definirsi “di sinistra” per evaporare in pochi secondi, dove la scelta per l’indicazione del presidente del Consiglio è tra uno che voleva andare a governare con le ruspe e uno che da anni conduce una lotta senza quartiere alle lobby del congiuntivo? Beh, fatevi un’idea in fretta perché quel mondo è l’Italia.

Farò solo un accenno all’analisi del voto nazionale per le Politiche: con il crollo del Pd, per la prima volta sotto il 20 per cento, e il sorpasso della Lega su Forza Italia, e quindi con la fine politica di Renzi e Berlusconi che già erano accreditati di un “inciucio” in prospettiva GroBe Koalition, si conclude ingloriosamente la Seconda Repubblica. Troppo arrogante il primo, ormai patetico il secondo, Matteo e Silvio hanno subìto la sconfitta più bruciante della loro carriera politica. E se il secondo l’ha ovviamente attribuita al fatto di non essersi potuto candidare (ma pensarci prima di commettere la frode fiscale per la quale è stato condannato in via definitiva?) e ha rivendicato per il centrodestra, come coalizione più votata, il mandato esplorativo per formare il Governo, in casa Nazareno sono arrivate le dimissioni di Renzi versione fake news: intuito – ma non era difficile – il disegno della sua minoranza, guidata da Michele Emiliano, di andare al Governo con il Movimento 5 Stelle una volta rottamato il “rottamatore” (maggioranza sia alla Camera che al Senato e diversi punti programmatici sui quali discutere), ha definitivamente impiccato il Pd al cappio del renzismo spiegando che sì, si dimette, ma non prima che venga formato il nuovo Governo e non prima di essersi sincerato che i “dem” siano all’opposizione. Tiè.

Il problema è che la sinistra non esiste più. Ed è un problema, credetemi. Uno studio di Repubblica chiarisce che il Pd ha conservato solo la metà di quel patrimonio di voti conseguiti alle Europee del 2014 (ricordate? Renzi incassò il 40,8% e appariva destinato a un nuovo Ventennio, sembra preistoria ma era avantieri), mentre il 15 per cento di quegli elettori non ha votato e il 35 per cento ha cambiato. Non però in direzione Liberi e Uguali (appena il 4%), ma al nord verso la Lega e nel Meridione scegliendo il Movimento 5 Stelle. Cosa significa questo? Che mentre al Nazareno si consumavano vendette trasversali, giochi di potere e suicidi di massa seguendo una grande intuizione politica di D’Alema (uno che misteriosamente riesce ancora a farsi definire «intelligente» pur avendone combinate più di Giufà), nelle fabbriche, nelle scuole, nelle periferie la sinistra lasciava campo libero al populismo, alla paura, all’antipolitica incarnata proprio da Salvini e Grillo. Ad oggi, poco più di un elettore su cinque in Italia ha votato a sinistra; in altri tempi ci farebbero un congresso immaginando “nuovi spazi”, la verità è che i nuovi spazi non ci sono più perché sono stati già occupati. E la sinistra è rimasta con la spazzola in mano.

Come finirà non lo so, onestamente. Il centrodestra, coalizione di maggioranza relativa, è a 56 seggi dalla maggioranza alla Camera e 26 al Senato: troppi perché Berlusconi possa acquistare su Amazon un pacchetto di “responsabili” e per l’impossibilità di tirare dentro il Pd senza smottamenti in Lega e FdI. Il Movimento 5 Stelle è il gruppo parlamentare più consistente (221 seggi a Montecitorio, 112 a Palazzo Madama), ma con la genialata di Renzi avrebbe l’unica opzione di allearsi con la Lega; e se io fossi Salvini – certo, dopo una Metamorfosi che Gregor Samsa lèvati – l’ultima cosa che farei dopo aver preso il 18 per cento ed essermi assicurato la leadership del centrodestra per i prossimi anni sarebbe diventare il vassallo di Di Maio. Governo istituzionale, larghe intese, Governo del presidente? Possibile, certo. Ma i numeri dicono che non potrà esserci alcuna maggioranza senza l’appoggio o dei grillini o dei leghisti, e allora – come dice Mattarella quando non lo ascolta nessuno, cioè normalmente – sono cazzi.

In attesa di tornare al voto in primavera (2018, quindi tra due settimane), parliamo un po’ di noi. Di Messina, della Sicilia e di come cambia la mappa del voto alle nostre latitudini. Ricordate l’isola del 61-0 per il centrodestra nel 2001? Ecco, scordatevela: oggi siamo tutti grillini. Siamo così tanto grillini che al proporzionale il Movimento 5 Stelle ha avuto più seggi di quanti fossero i suoi candidati. A differenza di quanto accaduto proprio al centrodestra nel 2001 (quando i seggi non “reclamati” andarono ai migliori perdenti nei collegi maggioritari, quindi al centrosinistra), per fortuna del M5S sono stati assegnati ai loro candidati di altre circoscrizioni. Per capire le proporzioni di questa “ondata” grillina da un milione di voti, basti pensare che dei 77 parlamentari assegnati alla Sicilia (52 alla Camera e 25 al Senato) ben 53 sono targati 5 Stelle: 28 su 28 all’uninominale e altri 25 al plurinominale (17+8). Agli altri restano le briciole: 15 al centrodestra (9 FI, 3 Lega e 3 FdI), 6 al Pd e 3 a LeU.

Ma andiamo a Messina: sembrava che a trionfare nei collegi nostrani dovesse essere il centrodestra, invece l’affluenza – più alta del previsto – ha probabilmente premiato la mobilitazione grillina. E così Francesco D’Uva ha rifilato 15 punti percentuali a Matilde Siracusano (che è stata “ripescata” a tranci al largo di Bagheria, Monreale e Marsala, leggasi collegio plurinominale), Alessio Villarosa una decina abbondante all’ultima superstite delle file genovesiane Maria Tindara Gullo nel collegio di Barcellona e Grazia d’Angelo la bellezza – ma che bellezza – di trentamila voti di scarto a Urania Papatheu al Senato. Mi soffermerei in particolare su quest’ultimo duello, che sembrava orientato in maniera opposta soprattutto per il dato storico della provincia: anzi no, mi limito a godermela. Analizzate voi, d’accordo?

Scherzi a parte, voglio segnalarvi lo strano caso di “Benjamin Button” Carmelo Lo Monte. Lo avevamo lasciato capolista della Lega nel plurinominale del collegio di Messina, un posticino mmucciatu come si deve – d’altra parte, è proprio con il trucco dell’invisibilità che sta alla Camera da dodici anni – nel quale le possibilità di elezione apparivano molto alte. In realtà, l’affermazione dei 5 Stelle a discapito del centrodestra ha un po’ limato i numeri della coalizione e nel collegio uninominale nel quale era in corsa (quello di Enna) Lo Monte ha rimediato i consueti 15-20 punti di scarto dal grillino Andrea Giarrizzo. L’ex sindaco di Graniti avrebbe probabilmente preferito il collegio di Barcellona, visto che ne fanno parte proprio il suo paese, dove la Lega è infatti primo partito con il 37% dei voti (e Maria Tindara Gullo ha dato 40 punti al grillino Villarosa), ma anche Taormina (1.300 voti, quasi il 23%), Francavilla (13%), Gaggi (oltre il 14%), Limina (42% e Gullo che doppia Villarosa), Motta Camastra (40%) e così via. Tutti centri, però, che a lui non hanno portato un voto se non al plurinominale , dove la Lega ha infatti superato il 6 per cento e si è aggiudicata un bel seggio con i resti. Un professore, anche se andatelo a spiegare a quelli che si sono visti “sparire” e finire in un’altra parte d’Italia un seggio già conquistato (il cosiddetto “effetto flipper” del Rosatellum, con i collegi eccedentari e deficitari) come è successo in Calabria…

Vogliamo parlare del Pd? No, dico: vogliamo proprio parlare del Pd? I romani dicevano de mortuis nil nisi bonum, ma dire bene dei “dem”, anche per mera compassione di fronte al loro decesso (politico, s’intende), viene proprio complicato. Se debbano prendersela con Renzi, con Crocetta, con Faraone o con i post su Facebook di Alessandro Russo è ancora materia di confronto tra gli esperti, intanto Pietro Navarra – al quale avevamo pronosticato un generoso 20 per cento – approda a Montecitorio senza troppa gloria grazie al successo di Maria Elena Boschi nel collegio di Bolzano, dove ha fatto crollare il centrosinistra ma non abbastanza, liberando così il posto nel “listino” plurinominale. Il resto è una carneficina, non un bel viatico per il Pd messinese in vista delle Amministrative di maggio.

P.s.: Torna a Montecitorio, dopo essersi dimesso nella scorsa legislatura perché eletto alla Regione che gli sembrava più importante – e infatti stavolta, trombato alla Regione, si è improvvisamente accorto dell’importanza di essere in Parlamento – anche Nino Germanà, come Navarra beneficiato dal secondo posto nel “listino” dietro Stefania Prestigiacomo. Avrei alcune cose da dire su di lui, ma mi è stato fatto notare che avergli fatto lezioni private di latino e greco non sia proprio un vanto. Il rampollo di Basilio, che in Forza Italia è tornato dopo una opportunistica parentesi con NCD sotto l’ala di Alfano e soprattutto Schifani, si prende così la rivincita su Genovese e già rilancia, senza nemmeno pensare (figurati), in vista delle Amministrative: il centrodestra, dice, presenterà dieci liste che da sole basteranno a far superare al candidato sindaco il quorum del 40 per cento. Quindi è fatta. Già me li vedo Villarosa, D’Uva, Zafarana e compagnia che si spanciano dalle risate.