Caso Manca all’Antimafia, la relazione di minoranza: ”Un fallimento nell’accertamento della verità”

29 marzo 2018 Inchieste/Giudiziaria

di Lorenzo Baldo
Nella relazione approvata lo scorso 21 febbraio l’evidenza di una malagiustizia

È evidente come la vicenda della morte di Attilio Manca segni un vero e proprio fallimento nell’accertamento della verità dato che, dopo 14 anni, vi sono ancora troppi interrogativi aperti”. Decisamente tranciante la conclusione della relazione di minoranza della Commissione antimafia (a firma: Sarti, Gaetti, D’Uva, Dadone e Giarrusso). E soprattutto totalmente in antitesi a quella di maggioranza. Nella quale, al di là delle dichiarazioni a latere, dal sapore democristiano, della Presidente Rosy Bindi (“non ci sono elementi per accertare la presenza della mafia, quindi non si può affermare, ma nemmeno escludere”), si è trasformata a tutti gli effetti nella goccia che ha fatto traboccare il vaso della malagiustizia nel caso Manca.
Questa situazione non si sarebbe creata – si legge nella parte conclusiva della relazione di minoranza –se tutti gli uffici giurisdizionali e i soggetti coinvolti a vario titolo, proprio in veste delle loro professionalità, avessero fatto fino in fondo il loro dovere, svolgendo sin da subito gli accertamenti necessari. Invece, purtroppo, la serie di omissioni davvero ingiustificabili per quantità e per qualità, le negligenze compiute anche negli accertamenti medico-legali dai professionisti che se ne sono resi responsabili e il fatto che la locale procura della Repubblica (di Viterbo, ndr) li abbia fiduciariamente scelti e non abbia mai contestato nulla rispetto al loro gravemente inappropriato operato, hanno di fatto prodotto un quadro frammentario che sarà sempre più difficile ricostruire”.
Gli estensori del documento affrontano quindi il “contesto mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto, intessuto di legami con l’asse Provenzano-Santapaola (è nota, peraltro, la scelta di Terme Vigliatore, comune in provincia di Messina, come luogo di latitanza da parte di Benedetto Santapaola)”. “Questa Commissione ha avuto il merito di essersi occupata per la prima volta del caso della morte di Attilio Manca – si legge ancora – e di aver provveduto ad analizzare da un ulteriore punto di vista i fascicoli e le risultanze fornite dagli uffici giurisdizionali investiti del caso, in particolare grazie alla trasmissione degli atti da parte dalla procura della Repubblica di Viterbo. Tuttavia l’operato di codesta Commissione ben poteva continuare con l’espletamento di ulteriori audizioni e con l’acquisizione di documenti utili all’approfondimento del caso, che si auspica verranno portati avanti nella prossima legislatura”. Lungo e articolato è l’elenco degli approfondimenti che non sono stati fatti e che invece dovrebbero immancabilmente far parte di una nuova inchiesta sul caso Manca. Si parte dall’audizione della dottoressa Dalila Ranalletta e del dottorFabio Centini, fino all’acquisizione di tutte le testimonianze dibattimentali rese nel procedimento penale a carico di Monica Mileti. Dall’audizione dei soggetti protagonisti dell’intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007, Vincenza Bisognano, Sebastiano Genovese e Massimo Biondo, riferita alla latitanza di Bernardo Provenzano e collegata con l’omicidio di Attilio Manca, fino all’audizione di Ugo Manca, Angelo Porcino, Renzo Mondello, Salvatore Fugazzotto, Andrea Pirriper riferire quanto a loro conoscenza sui fatti e sulle persone a vario titolo coinvolte”. E servirebbe ugualmente l’acquisizione dei tabulati del secondo cellulare di Attilio Manca, del cellulare di Gioacchino e di Gianluca Manca nel periodo compreso tra ottobre 2003 e il 12 febbraio 2004. Così come sarebbe necessario l’accertamento, mediante audizione del dottor Antonio Rizzotto, “sulle modalità con cui questi ebbe notizia che la causa della morte di Attilio Manca fosse riconducibile ad un aneurisma cerebrale e informò lo zio del defunto, Gaetano Manca, della suddetta causa”. Per gli estensori del documento è fondamentale l’accertamento “dell’identità del personale ”non autorizzato” presente all’autopsia di Attilio Manca eseguita dalla dottoressa Dalila Ranalletta e audizione di questo”. Allo stesso modo bisogna audire il personale appartenente alle forze di Polizia “presente sulla scena del crimine il 12 febbraio 2004 e del medico del 118 intervenuto per primo sul posto, dottor Giovan Battista Gliozzi”. Un altro punto sul quale è necessario investigare riguarda l’accertamento “mediante quesito a un consulente tecnico, sulla durata delle impronte rinvenute nella casa di Attilio Manca, con particolare riferimento a quella di Ugo Mancarinvenuta ne l bagno”; un accertamento finalizzato a conoscere “se le impronte possano essere svanite sui reperti pur sigillati con il trascorrere del tempo o se il risultato delle analisi svolte al riguardo è significativo del fatto che mai altra impronta su quei reperti sia mai stata apposta”. L’ultimo punto relativo alle indagini che andrebbero fatte riguarda l’importanza di una vera e propria “individuazione e audizione di quei collaboratori di giustizia vicini a Bernardo Provenzano e arrestati dopo il 12 febbraio 2004 (per esempio Francesco Campanella)”, così come l’audizione “di quei collaboratori di giustizia che hanno contribuito a gestire la latitanza di Bernardo Provenzano, arrestati prima del 12 febbraio 2004”. Fine dell’elenco. E probabilmente fine dell’utopia di un’inchiesta sulla quale (al momento) si registrano tante resistenze.
“Quel che rimane come giudizio politico – concludono i deputati e i senatori nella loro relazione di minoranza –, oltre alla stigmatizzazione degli apparati istituzionali che si sono macchiati delle omissioni di cui si è detto, è dover per l’ennesima volta prendere atto della condizione di solitudine e di abbandono in cui troppo spesso lo Stato ha lasciato i familiari delle vittime di mafia”. In questo caso restano due anziani genitori che, assieme al fratello di Attilio Manca, temono più di ogni altra cosa il nemico principale della verità: il fattore tempo.

La morte di Attilio Manca? “Sin dal ritrovamento del cadavere vi sono stati episodi tali da sollevare ragionevoli dubbi circa la causa accidentale della sua morte e delle lacune investigative”. Eccola la relazione di minoranza della Commissione antimafia a firma: Sarti, Gaetti, D’Uva, Dadone e Giarrussosul caso Manca. Si comincia dalle “circostanze attraverso le quali i genitori e il fratello di Attilio vennero a sapere della sua improvvisa morte e riuscirono ad arrivare a Viterbo per vedere la salma”. Gli estensori ci tengono a evidenziare che la morte del medico siciliano venne comunicata dallo zio, Gaetano Manca, padre di Ugo Manca, al fratello di Attilio, Gianluca Manca intorno all’ora di pranzo del 12 febbraio 2004.“Comunicò subito che, all’interno dell’appartamento di Attilio erano state trovate due siringhe, una in bagno e l’altra nella pattumiera della cucina. Stando alle sue parole, la comunicazione gli pervenne da una collega di Attilio, l’anestesista Giuseppina Genovese. Ugo Manca, il cugino della vittima, darà invece un’altra versione: a informarli sarebbe stato il primario dell’ospedale Belcolle di Viterbo, Antonio Rizzotto”. E’ il primo mistero. Appresa la notizia i genitori dell’urologo assieme al fratello minore di Attilio si recano a Viterbo. “Da rilevare – si legge nel documento – il comportamento assunto da Ugo Manca per tutta la giornata del 13 febbraio, durante la quale cercò spasmodicamente di entrare nell’abitazione del cugino Attilio posta sotto sequestro, asseritamente per recuperare dei vestiti da utilizzare per vestire la salma, nonostante gli zii gli avessero già segnalato la volontà di comprare abiti nuovi per quella triste occasione. Vistasi negata l’autorizzazione dalla famiglia del medico, Ugo Manca si recò personalmente alla procura di Viterbo cercando di farsi, inutilmente, rilasciare il permesso per entrare in casa nonostante i sigilli”. Bastano venti pagine per elencare incongruenze e omissioni da parte di chi aveva il dovere di investigare fino in fondo.

L’inizio delle indagini e l’iter del procedimento
Si comincia dal ritrovamento del cadavere di Attilio Manca. “Le indagini della procura di Viterbo – scrivono gli estensori – e della locale squadra mobile (al tempo guidata dal dottor Salvatore Gava, già indagato e poi condannato definitivamente per falso ideologico con abuso delle funzioni in relazione ai fatti del G8 di Genova) furono mirate a documentare i rapporti tra Attilio Manca e una donna romana con precedenti per droga, tale Monica Mileti che, nel pomeriggio del 10 febbraio 2004, aveva effettivamente incontrato Manca a Roma. Tuttavia la Mileti non venne nemmeno iscritta sul registro degli indagati”, come se ormai non fosse stato più necessario. “Da evidenziare, purtroppo, il fatto che la procura di Viterbo in tutto questo lasso di tempo, anche a seguito di ufficiali sollecitazioni, si rifiutò di sentire i genitori di Attilio Manca e di verbalizzarne le dichiarazioni”. E proprio su questo punto andrebbe steso un velo pietoso.

Le lacune investigative
A causa dei mancati accertamenti e di determinate lacune investigative – si legge ancora – si sono creati dei veri e propri buchi neri nella ricostruzione dei fatti che hanno prodotto probabilmente irreparabili danni alla doverosa ricerca di verità. Vi sono, tuttavia, alcuni dati certi, occultati da vere e proprie campagne negazioniste, delle quali non si comprende la genesi”.

L’orario della morte
Immediatamente viene focalizzato “l’orario approssimativo della morte di Attilio Manca”. Come è noto il medico del 118, il dottor Gliozzi, intervenuto alle 11.45 del 12 febbraio 2004 presso l’abitazione del medico per attestarne il decesso, rilevò che Attilio Manca era morto circa “dodici ore prima”. “Del resto – viene sottolineato nel documento -, perfino la lacunosissima autopsia redatta dalla dottoressa Dalila Ranaletta, incaricata dal PM Petroselli, attestò inizialmente allo stesso 12 febbraio 2004 la data della morte del giovane medico”. Per riscontrare questo dato viene citata la dichiarazione della vicina di casa di Attilio Manca che agli inquirenti testimoniò che verso le 22:00/22:15 del giorno 11 febbraio sentì chiudere la porta dell’appartamento del dott. Manca.
Questi dati, importantissimi perché convergenti tra loro, sono stati sostanzialmente minimizzati perché la prima relazione della dottoressa Ranalletta, il successivo esame autoptico, insieme all’integrazione richiesta poi dal GIP, presentano lacunosità tali da aver lasciato aperto il campo delle interpretazioni da parte della procura sull’effettivo e preciso orario della morte, quando sarebbe bastato effettuare correttamente l’autopsia del 13 febbraio 2004, il giorno dopo il ritrovamento del cadavere del medico barcellonese”.

La ricostruzione delle giornate del 10 e 11 febbraio
Ma cosa ha fatto Attilio Manca la giornata dell’11 febbraio 2004? A tutt’oggi nessuno lo sa. Quel giorno Attilio scompare dalla scena, non risponde al telefono e non va a due importanti appuntamenti. “Il 10 febbraio 2004 Attilio Manca era stato serenamente a pranzo dall’amica Loredana Mandoloni – si legge nella relazione -. Aveva sentito al telefono i propri genitori e aveva avuto con loro una conversazione affettuosa. Subito dopo pranzo aveva sentito al telefono il barcellonese Salvatore Fugazzotto, suo vecchio amico ma negli ultimi tempi soprattutto amico di Ugo Manca e – come raccontato da Loredana Mandoloni al fratello di Attilio, Gianluca Manca, che lo riferì agli inquirenti – a quel punto mostrò preoccupazione e fastidio, cambiando umore e sostenendo di dover incontrare a Roma persone che non aveva piacere di vedere. A quel punto si diresse a Roma da solo alla guida della propria auto. Fino a quel momento non aveva ancora avuto alcun contatto telefonico con Monica Mileti. Le telefonò, invece, quando si trovava già a Ronciglione, avendo già quindi percorso un rilevante tratto di strada sulla Roma-Viterbo”. Gli estensori ci tengono a evidenziare che la decisione di Attilio Manca di andare a Roma “prescindeva dall’incontro con la Mileti. Peraltro, non si può trascurare che il rapporto di Manca con la Mileti ha origine nell’ambiente barcellonese, visto che a presentare la Mileti all’urologo fu Guido Ginebri, altro soggetto barcellonese vicino a Ugo Manca”. “Sennonché, Attilio Manca, che aveva vissuto a Roma per oltre dieci anni e che considerava la capitale come la propria città d’adozione, mentre si dirigeva a Roma ritenne di telefonare per due volte all’ospedale di Viterbo per chiedere a una infermiera e a un collega medico, entrambi per nulla pratici della città capitolina, indicazioni su due luoghi a lui per forza noti (in un caso addirittura piazza del Popolo), come a voler lasciare tracce dei suoi spostamenti. D’altra parte, avesse davvero avuto bisogno di informazioni stradali su Roma, le avrebbe potute chiedere per strada”. “In riferimento al ritrovamento del cadavere, un dato certo è che Attilio Manca aveva ingerito del cibo poche ore prima di morire. Dove, visto che in casa non furono trovate tracce di pasti? Forse quell’11 febbraio Attilio Manca era stato fuori di casa? Dove? E con chi? Gli inquirenti non sono stati in grado di fornire risposte. Ciò che successe ad Attilio Manca nella giornata dell’11 febbraio rimane, dunque, avvolto nel mistero”.

L’ultima telefonata
Torna sotto i riflettori il mistero dell’ultima telefonata di Attilio Manca ai suoi genitori. Angelina Mancaricorda perfettamente che suo figlio li chiamò la mattina del giorno 11 febbraio 2004. Nella relazione viene evidenziato che la conversazione fra il medico e la madre “durò pochissimo e vi fu la richiesta da parte di Attilio, davvero insolita e stravagante per la stagione, di far mettere a punto e di controllare la motocicletta, che si trovava nella casa di villeggiatura, affinché fosse pronta per agosto”. “Questa telefonata – viene sottolineato – non compare nei tabulati telefonici forniti dalle compagnie riferiti al medico e ai genitori, né nella lista delle telefonate del cellulare del Manca ritrovato nel suo appartamento”. “Nelle settimane seguenti l’uccisione del figlio, i genitori di Attilio Manca scoprirono che la moto in questione, situata nella loro residenza estiva a Tonnarella, era perfettamente funzionante. Quella telefonata, apparentemente senza senso, quindi, poteva essere il disperato tentativo di lanciare un segnale?”.

L’affaire “Tonnarella”
Ma perché questa contrada messinese a metà fra i comuni di Terme Vigliatore e di Furnari, in provincia di Messina, è così importante? “A fare riferimento a quel territorio – scrivono gli estensori – furono le parole registrate da un’intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007 (confluita nell’operazione antimafia di Messina denominata “Vivaio”), di Vincenza Bisognano, sorella del boss barcellonese Carmelo Bisognano (oggi collaboratore di giustizia), mentre si trova in auto assieme al suo convivente Sebastiano Genovese e a una coppia di amici”. “I quattro iniziarono a parlare della vicenda di Attilio Manca, collegandola alla presenza di Provenzano a Barcellona Pozzo di Gotto. Uno degli uomini in macchina, Massimo Biondo, affermò con estrema certezza che il capo di cosa nostra si nascose per un periodo proprio nella cittadina messinese e, riferendosi ad Attilio Manca, aggiunse: “Però sinceramente, stu figghiolu era a Roma a cu ci avia a dari fastidio? (questo ragazzo era a Roma, a chi doveva dare fastidio ?)”. A quel punto, Vincenza Bisognano rispose: “Perché l’aveva riconosciuto”. Il soggetto a cui si sta facendo riferimento era evidentemente il boss Bernardo Provenzano, tanto che Biondo subito dopo incalzò: “Lo sanno pure le panchine del parco che Provenzano era latitante a Portorosa… cioè lo sanno tutti». Portorosa ricade nel territorio di Furnari, tra il golfo di Milazzo e Tindari, a pochissimi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto ma, soprattutto, a un passo da Tonnarella. La stessa contrada dove i Manca avevano la loro residenza estiva e a cui fece riferimento Attilio nell’ultima telefonata alla madre”. “Questa intercettazione ambientale – viene quindi ribadito nella relazione – ha fatto parte di una delle opposizioni alle richieste di archiviazione della procura di Viterbo ma la stessa procura ha omesso di trasmettere gli atti alla direzione distrettuale antimafia di Roma”.

Le anomalie degli accertamenti medico-legali
Quanto all’autopsia – si legge ancora -, è bene rilevare come la scelta da parte della procura quale proprio consulente della dottoressa Ranalletta si presentò fin da subito come massimamente inopportuna. Ella, infatti, conosceva personalmente il medico defunto, in quanto moglie del primario del reparto di urologia dell’ospedale viterbese, professor Antonio Rizzotto, il quale, al momento del conferimento dell’incarico alla moglie, era già stato sentito come testimone dagli inquirenti. Inoltre è stato accertato che proprio a causa dell’operato negligente del suddetto medico legale non è stato possibile stabilire con certezza l’orario della morte del Manca”.

Un (misterioso) esame tricologico
Il chimico-tossicologo, dottor Fabio Centini, incaricato dalla procura in ausilio alla dottoressa Ranalletta – scrivono gli estensori – è stato, poi, capace di dichiarare di aver effettuato un test tricologico su un reperto pilifero di Attilio Manca, senza averne mai avuto incarico, senza saper indicare le modalità di espletamento e senza poter esplicitare nemmeno la data nella quale il presunto test sarebbe stato realizzato. Tutto ciò in assenza di comunicazioni al legale della famiglia, che avrebbe potuto altrimenti nominare un secondo consulente all’atto del test. Ciò rileva poiché il test tricologico è un esame irripetibile, ovvero implica la distruzione del reperto analizzato. Nulla di questo, però la certezza, da parte del consulente, che all’esito del test da lui autoassegnatosi, era risultato un pregresso uso di eroina da parte di Attilio Manca”. “Eppure – viene ulteriormente evidenziato –, è noto a tutti che l’esame tricologico, quando realmente effettuato e quando praticato con modalità ortodosse, consente perfino la datazione della pregressa assunzione di sostanza stupefacente. Invece, nel caso di Attilio Manca, connotato da tutte le anomalie sopra descritte, pure il presunto test tricologico deve essere incasellato nella forzosa costruzione virtuale di chi ha deciso che la morte dell’urologo barcellonese andasse liquidata come il banale decesso di un imprudente eroinomane. Sì, imprudente, e pure consapevolmente, se si considera che il medico, in concomitanza con la doppia iniezione di eroina, avrebbe assunto anche un flacone e mezzo di sedativo Tranquirit, contenente abbondantissima dose di benzodiazepina, sostanza che ha concorso a provocarne la morte. Con la conseguenza che, se si volesse essere fedeli al principio di realtà, nell’ipotizzare l’assunzione volontaria di eroina da parte di Attilio Manca, si dovrebbe concludere per una volontaria scelta di morte: un suicidio, evenienza che, però, dagli inquirenti viterbesi è stata decisamente destituita di fondamento. Già sulla scorta di questi dati certi e inconfutabili non può essere in alcun modo convalidata l’ipotesi prospettata dalla procura di Viterbo”.

Procedendo nella lettura della relazione si riparte dal mancinismo e da “l’inesistente rapporto con l’eroina di Attilio Manca”. Gli estensori sottolineano un altro dato certo: Attilio Manca è morto “per effetto di due iniezioni di eroina praticate al polso sinistro e nell’incavo del gomito sinistro”. “Nonostante una incresciosa “campagna” per cercare di occultare la verità – viene sottolineato –, Attilio Manca era un mancino puro e, come riferito all’unanimità da tutti i suoi colleghi, del tutto inabile a compiere con la mano destra anche i gesti più banali. I suoi colleghi hanno riferito agli inquirenti di ritenere del tutto impossibile che Attilio Manca potesse essersi iniettato la droga nel braccio sinistro con la mano destra”.

Ambidestro? Una vergognosa menzogna
Nessuna via di mezzo: “La menzogna del presunto ambidestrismo di Attilio Manca, lanciata per la prima volta da personaggi barcellonesi coinvolti nelle indagini sulla morte del medico e per ciò solo portatori di interesse al depistaggio, è stata incresciosamente raccolta perfino dal GIP Salvatore Fanti, il quale, smentendo le risultanze ufficiali, asseverò nel provvedimento di archiviazione che Attilio Manca dovesse essere ambidestro perché esperto nella pratica chirurgica della laparoscopia”. Non usano giri di parole gli estensori della relazione soprattutto quando affrontano la questione della “ipotetica assunzione di eroina da parte del Manca”. In merito a ciò “tutti i colleghi viterbesi smentivano la possibilità che l’urologo potesse essere un consumatore di droghe, dato che nessun foro era mai stato visibile sulle braccia dell’uomo da parte dei colleghi che operavano quotidianamente in sala operatoria con lui, né aveva mai manifestato alcun segnale di crisi di astinenza. Diversamente gli amici di infanzia barcellonesi della vittima hanno fornito dichiarazioni incresciose circa l’utilizzo abituale di eroina da parte del Manca”. “Addirittura – viene evidenziato – uno di loro, Lelio Coppolino, in atto imputato di falsa testimonianza a Messina in relazione all’omicidio del giornalista barcellonese Beppe Alfano, ha reso alla polizia due versioni completamente antitetiche una rispetto all’altra: una prima volta, disse che Attilio fosse del tutto estraneo alla droga e anzi ne avesse disprezzo; una seconda volta, allorché il cugino di Attilio, Ugo Manca, finì indagato, disse che Attilio era frequente assuntore di eroina”.

Il (possibile) ruolo del cugino
Leggendo il documento emerge che lo stesso Ugo Manca ha dichiarato agli inquirenti che suo cugino, Attilio Manca, era “un consueto assuntore di eroina” e “di recente, intervistato da una nota trasmissione televisiva, “Le Iene”, lo ha etichettato, senza appello, come “il drogato”. Eppure Ugo Manca, mesi addietro, aveva scelto di intraprendere un viaggio di mille chilometri, dalla Sicilia a Viterbo, per farsi operare ad un testicolo dal cugino, pur sapendolo, da quanto da lui dichiarato, eroinomane. Si può dare credito, quindi, alle sue parole? Non si comprendono pertanto i motivi per i quali sia stato dato più peso alle dichiarazioni degli amici di infanzia della vittima (tutti riconducibili al contesto barcellonese), rispetto a quelle di chi frequentava il Manca quotidianamente negli anni precedenti la sua morte”.

Lo stato dei luoghi al ritrovamento del cadavere
Si torna quindi ad affrontare il mistero della location di Viterbo. Sono troppe le anomalie per essere la casa di un tossico che decide di suicidarsi, due su tutte: le siringhe ritrovate con il tappo salva-ago, così come l’assenza di alcuna traccia della preparazione delle due dosi. Che sarebbero state acquistate già confezionate nelle siringhe? Impossibile. “L’alternativa – scrivono gli estensori – consisterebbe nella presenza di qualcuno insieme a Manca al momento dell’assunzione dell’eroina, che poi avrebbe fatto sparire le tracce degli strumenti utilizzati alla liquefazione della droga. Essendo accertato che Monica Mileti non mise mai piede a Viterbo nel febbraio 2004 prima della morte di Attilio Manca, si dovrebbe ipotizzare che un soggetto rimasto fino a oggi sconosciuto sia stato in compagnia di Attilio Manca nel momento in cui egli predispose e si inoculò l’eroina mortale”. E le impronte mancanti sulle due siringhe? “Si può pensare che Attilio Manca avesse adoperato dei guanti per evitare di lasciare impronte digitali? Per quale motivo? E, soprattutto, quei guanti che fine avrebbero fatto, visto che nell’appartamento non vennero trovati?”. Domande inequivocabili alle quali non è mai stata fornita alcuna replica convincente.

L’impronta di Ugo Manca
E quell’impronta del cugino di Attilio ritrovata nel bagno dell’appartamento di Viterbo?
L’interessato – spiegano gli estensori – ha riferito, anche agli organi di informazione, di averla lasciata a metà dicembre 2003, ben due mesi prima della morte del cugino, allorché fu ospitato una notte dallo stesso in previsione di un intervento chirurgico che gli venne praticato proprio da Attilio Mancaall’ospedale Belcolle. Eppure nello stesso appartamento non sono state trovate impronte dei genitori di Attilio Manca, ospiti del figlio a Natale 2003, e nemmeno dei suoi amici che trascorsero la serata a casa di Manca addirittura il 6 febbraio 2004”.

Il processo a carico di Monica Mileti
Nel documento viene evidenziato che la procura di Viterbo, dopo aver fatto trascorrere ben dieci anni, ha faticosamente avviato un processo a carico di Monica Mileti, accusata di aver ceduto le dosi di eroina che avrebbero causato la morte di Attilio Manca e anche la morte come conseguenza di altro delitto. “Ma proprio a causa del tempo fatto decorrere dalla procura di Viterbo – scrivono gli estensori -, in udienza preliminare il GUP di Viterbo dovette dichiarare la prescrizione per la seconda delle imputazioni”. Viene quindi sottolineata la gravissima esclusione dei familiari di Attilio Manca, che si erano costituiti parte civile, su richiesta del PM Petroselli “il quale ha sostenuto, confortato dalla decisione del giudice, che essi non avevano subito danni dalla cessione di droga della Mileti al figlio (contrastando quanto lo stesso pubblico ministero aveva contestato alla Mileti in udienza preliminare con la morte di Attilio Manca come conseguenza della cessione di droga)”. “Si è proseguito con la mancata citazione, da parte della difesa dell’imputata, dei numerosi testimoni a discarico di cui poteva disporre: i colleghi di Attilio Manca che escludevano che l’urologo barcellonese assumesse droga; i collaboratori di giustizia che avevano dichiarato all’autorità giudiziaria che la morte per droga di Attilio Manca fosse la dissimulazione di un omicidio”. Nel documento si legge quindi che la difesa dell’imputata ha perfino omesso di rivolgere alcuna domanda alla madre di Attilio Manca quando fu citata dal tribunale a deporre, con una testimonianza durata pochi minuti “dopo che l’anziana donna era stata costretta a sobbarcarsi un viaggio di mille chilometri”.

Il contesto di Barcellona Pozzo di Gotto
Il punto sul quale la giustizia viterbese ha omesso ogni accertamento – scrivono ancora gli estensori –riguarda, forse non a caso, la mafia barcellonese. Attilio Manca una decina di giorni prima di morire, in modo del tutto inusuale, aveva chiesto informazioni ai propri genitori circa un personaggio barcellonese a nome Angelo Porcino (l’imprenditore condannato in appello con l’accusa di far parte a pieno titolo della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi”, ndr). Era stato – aveva aggiunto – il cugino Ugo Manca a preannunciargli una visita di Porcino a Viterbo per un non meglio precisato consulto. La stranezza della richiesta consisteva nel fatto che quell’Angelo Porcino, più che ai genitori di Attilio Manca, persone del tutto ignare delle dinamiche sotterranee della società barcellonese, era noto alle cronache giudiziarie come mafioso, con legami coi soggetti di vertice della famiglia barcellonese di cosa nostra, quali Giuseppe Gullotti, condannato definitivamente per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, e Rosario Pio Cattafi. “Riscontro oggettivo a quell’evenienza, peraltro, risulta dai dati di traffico telefonico, giacché proprio dieci giorni prima di morire effettivamente Attilio Manca aveva ricevuto delle telefonate dal cugino Ugo. Dagli stessi dati, peraltro, risulta che i due, Ugo Manca e Angelo Porcino, avevano una rete di contatti comuni con utenze site in Svizzera e in Francia e risulta anche, come era stato riferito fin dall’immediatezza agli inquirenti da Gianluca Manca, fratello della vittima, che nella mattina successiva al ritrovamento del cadavere di Attilio Manca, Ugo Manca, precipitatosi a Viterbo, si era mantenuto in costante contatto telefonico con Angelo Porcino, aggiornando quest’ultimo sulle informazioni che riusciva a raccogliere al riguardo della morte di Attilio Manca. C’è da ritenere, dunque, che anche il tentativo di Ugo Manca (al quale la procura di Viterbo ha omesso di dare una ragionevole spiegazione) di introdursi nell’appartamento di Attilio Manca sottoposto a sequestro, veniva concordato con Angelo Porcino”.

Indagato? Archiviato!
Nella relazione si legge che la procura di Viterbo aveva iscritto nel registro degli indagati, per l’omicidio di Attilio Manca, alcuni dei soggetti barcellonesi amici d’infanzia di Attilio Manca: Ugo Manca, Lorenzo Mondello, Andrea Pirri, Angelo Porcino e Salvatore Fugazzotto. Per i cinque barcellonesi era poi sopraggiunta l’archiviazione. “Va rilevato – sottolineano gli estensori –, come, nel chiedere la suddetta archiviazione, i pubblici ministeri di Viterbo abbiano utilizzato “le dichiarazioni, raccolte aliunde, di soggetti barcellonesi. Non solo. Fra i soggetti le cui dichiarazioni sono state utilizzate per la richiesta di archiviazione c’è perfino Salvatore Fugazzotto, persona sottoposta a indagini nel presente procedimento le cui dichiarazioni, rese quale persona informata sui fatti, sono state ritenute utili per l’archiviazione. Un caso unico di indagato che fa pure da testimone a propria discolpa”. Quanto alla figura di Rosario Pio Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 6 gennaio 1952, è utile evidenziare alcuni dettagli del suo passato”.

L’avvocaticchio
Un occhio di riguardo viene quindi dedicato nel documento a Rosario Pio Cattafi, il quale, oltre ad essere imputato nel processo “Gotha 3” per associazione mafiosa (il giudizio è ancora in fase di definizione, essendo in corso il processo di appello, dopo il rinvio della Cassazione, avvenuto il 1 marzo 2017) vanta un “curriculum” alquanto inquietante: viene indicato da alcuni collaboratori di giustizia come una sorta di trait d’union tra mafia, Servizi “deviati” e Massoneria. Nell’esposto presentato dai legali della famiglia Manca alla Dda di Roma l’8 aprile 2015  venivano segnalati “i contatti intercorsi nelle ultime settimane di vita fra Attilio Manca e Ugo Manca e anche la visita a Viterbo, preannunciata da Ugo Manca, che avrebbe fatto ad Attilio Manca per non meglio precisate ragioni il pregiudicato Angelo Porcino, condannato il 19 dicembre 2014 dalla corte di assise di Messina anche per associazione mafiosa (sentenza confermata in appello il 2 luglio 2016), quale componente della famiglia di cosa nostra di Barcellona Pozzo di Gotto. Angelo Porcino è solo uno dei soggetti organici alla famiglia mafiosa barcellonese cui da sempre Ugo Manca è stato legato”. Al di là del fatto che il cugino di Attilio Manca non è mai stato condannato per mafia resta intatto l’interesse nei suoi confronti da parte degli estensori per i suoi “legami” con “uno dei capi della famiglia mafiosa barcellonese, Rosario Pio Cattafi”.

Le rivelazioni dei collaboratori di giustizia
Nel documento si legge che il primo pentito che ebbe a parlare dell’omicidio di Attilio Manca fu il casalese Giuseppe Setola “il quale riferì ai magistrati di aver appreso in carcere dal boss barcellonese Giuseppe Gullotti che il giovane medico era stato assassinato dalla mafia dopo che era stato coinvolto nelle cure all’allora latitante Bernardo Provenzano”.
Dopodichè è la volta del pentito bagherese Stefano Lo Verso che, nel corso del suo esame davanti alla Corte di assise di Caltanissetta nel processo Borsellino quater, parlando delle cure a Bernardo Provenzano per il tumore alla prostata dell’allora latitante corleonese, fece riferimento a “una statuetta che egli aveva ricevuto dal boss corleonese e che, per la sua provenienza, poteva aiutare a fare luce sull’assassinio di Attilio Manca.
Dopo di lui, fu la volta del collaboratore di giustizia barcellonese Carmelo D’Amico. Quest’ultimo “era il leader del gruppo di fuoco della famiglia barcellonese di Cosa nostra”. Le sue dichiarazioni sono finora sempre state valutate come “altamente attendibili” da tutti i giudici che se ne sono occupati. D’Amico, sentito dalla direzione distrettuale antimafia di Messina sul conto di Rosario Pio Cattafiha dichiarato che Attilio Manca è stato assassinato dopo che, per interessamento di Cattafi e di un generale legato al circolo barcellonese Corda Fratres, era stato coinvolto nelle cure dell’allora latitante Provenzano. Manca era stato poi assassinato, con la subdola messinscena della morte per overdose, da esponenti dei servizi segreti e in particolare da un killer operante per conto di apparati deviati, le cui caratteristiche erano la mostruosità dell’aspetto e la provenienza calabrese”.
A questo soggetto – si legge nella relazione – è stato poi, ove occorresse, dato un nome dal collaboratore di giustizia calabrese Antonino Lo Giudice, il quale ha spiegato ai magistrati di aver appreso dall’ex poliziotto Giovanni Aiello che costui si era occupato, insieme ad altri delitti, anche dell’uccisione dell’urologo barcellonese Attilio Manca su incarico di tale “avvocato Pataffio”, facilmente identificabile in Rosario Pio Cattafi“. “Com’è noto – viene sottolineato -, il nome di Aiello è legato ai più grossi delitti siciliani degli anni Ottanta e Novanta”. E le tante ombre che lascia dietro di sé Giovanni Aiello (dopo la sua morte avvenuta per cause naturali lo scorso 21 agosto) arrivano a coprire anche la morte di Attilio Manca.
Ultima ipotesi: tra i killer di Attilio Manca c’era anche suo cugino? E’ il collaboratore barcellonese Giuseppe Campo a ipotizzarlo. Campo arriva addirittura a rivelare di essere stato contattato per l’uccisione del dott. Manca, prima di essere informato che la mafia locale “aveva poi operato diversamente, uccidendo l’urologo nella propria abitazione a Viterbo e simulando una morte per overdose.

Le (gravi) conclusioni
È evidente come la vicenda della morte di Attilio Manca segni un vero e proprio fallimento nell’accertamento della verità dato che, dopo 14  anni, vi sono ancora  troppi  interrogativi aperti”. Probabilmente basterebbero queste poche righe tratte dalla conclusione della relazione di minoranza per sintetizzare l’effettiva disfatta della giustizia nel caso Manca. Occhi puntati ora sul gip romano Elvira Tamburelli che nelle prossime settimane dovrà decidere se archiviare il caso o se imporre nuove indagini. Il “giudizio politico” degli estensori del documento pesa come un macigno sulla “condizione di solitudine e di abbandono in cui troppo spesso lo Stato ha lasciato i familiari delle vittime di mafia” costretti a elemosinare verità e giustizia. Una “condizione” indegna di un Paese civile. Che ridisegna inequivocabilmente i confini tra mafia e Stato. da http://www.antimafiaduemila.com