IL CASO MAZZEO, LA RIFLESSIONE DI PIETRO SAITTA: Dalla scuola di De Amicis alla buona scuola di Renzi

24 maggio 2018 Culture

di PIETRO SAITTA –  Nel 1886 Edmondo De Amicis da’ alle stampe Cuore, un libro a suo modo epocale, non tanto per la trama e lo stile narrativo alquanto mediocri, quanto per la sua capacità di illuminare mentalità e valori di un’età storica. Per quanto rivolto ai bambini, e malgrado avesse una scuola torinese come principale teatro per l’azione –  anzi, proprio per questa ragione –, Cuore è un testo eminentemente politico che disegna una società ideale e contribuisce a sviluppare una narrazione nazionale. È uno di quelle opere narrative, insomma, che “immagina una comunità” e partecipa dell’“invenzione di una nazione”: quella italiana, sorta da una guerra meno patriottica che espansionista, la quale si ritrova dinanzi alla necessità di dovere produrre dei valori condivisi ancorché mancanti per la popolazione dello Stivale.

 

Come ricorderemo in tanti, la pedagogia di Cuore – la missione, cioè, di quella “scienza” volta alla formazione del bambino e, soprattutto, del cittadino ideale – è essenzialmente incentrata sui pilastri dell’autorità, dell’obbedienza, della memoria e del territorio: in alto troviamo il re, l’esercito, i caduti per la “Patria” e, naturalmente, l’Italia finalmente unita; in basso, i genitori, i maestri e il dirigente scolastico.

 

Il testo appare interessante anche da un punto di vista sociologico e organizzativo. Concentrandoci in particolare sulla scuola, possiamo vedere i rapporti sociali e professionali disegnati dalla Legge Casati, incentrati, come ci ricorda una ricca letteratura storico-sociologica, sulla preminenza del dirigente. E, in particolare, su un modello – peraltro comune agli altri settori della pubblica amministrazione in via di riordino in quegli anni – ricalcato sull’esempio prussiano: piramidale, gerarchico e, anzi, sproporzionalmente sbilanciato sulla dirigenza e sui vertici.

 

Saltando a piè pari gran parte dei problemi e delle evoluzioni dell’ordinamento didattico,  sappiamo tutti come questo modello pedagogico profondamente nazionalista, militarista e gerarchico, che riflette rapporti sociali e politici propri di uno Stato assoluto, verrà gradualmente messo in crisi negli anni successivi al Secondo conflitto mondale, allorché apparirà chiaro il nesso tra autoritarismo – non importa se di matrice liberale o fascista – e scuola. Quando, cioè, per un periodo relativamente breve, diverrà evidente l’innaturalezza di un sistema dell’istruzione che non miri a fornire soggetti liberi e critici, in grado di riconoscere le insidie dei discorsi restrittivi dei diritti e delle libertà che la società di tanto in tanto produce, ma “carne da cannone”. Individui, cioè, abituati in primo luogo a obbedire e, dunque, eterodiretti ed esposti al rischio di prediligere l’azione alla riflessione, la sottomissione ai poteri prima che l’esercizio della critica. Questa stagione relativamente breve, di riflesso, si caratterizzerà anche per l’introduzione di organi collegiali multilivello, talvolta muniti solo di funzione consultiva, utili comunque a contrastare il decisionismo dei vertici scolastici e praticare la democrazia nei luoghi di lavoro.

 

Ma la storia è una continua torsione tra forze e ideologie. Non stupisce dunque che la cosiddetta “Buona Scuola”, al pari di quanto accade in generale nel mondo del lavoro, riporti in auge il modello prussiano, del tutto fondato sulla preminenza della dirigenza e sugli interscambi tra la scuola e altri settori cruciali della società: in primis l’impresa, certo; ma anche l’Esercito. Quest’ultimo, peraltro, alle prese con la propria ristrutturazione, il problema degli organici e le nuove sfide poste dagli scenari politici internazionali. Un Esercito, insomma, impegnato in una straordinaria campagna comunicativa, volta tanto a definire una rappresentazione pubblica di sé quanto a garantirsi una propria dotazione organica per anni a venire che si immaginano di crisi e di impegno in situazioni di conflitto e post-conflitto. Da qui le centinaia di iniziative consistenti in incontri del personale militare con studenti di ogni ordine e grado, di visite guidate nelle caserme o su mezzi navali per rappresentazioni differenti e compatibili con l’età dei visitatori, oltre che di accordi con le università a fini di ricerca oppure di reperimento di personale qualificato per attività che vanno dall’intelligence alla traduzione.

 

Di tassello in tassello, e con sintesi brutale, potremmo dire che, con una perfetta chiusura del cerchio, l’eroismo, la dedizione alle armi e alla Patria tornano a essere valori da tramandare ai pargoli in procinto di diventare cittadini, al pari dell’obbedienza del maestro verso il dirigente.

 

Questa impressione matura allorché capita di sentire che un docente e giornalista, Antonio Mazzeo, da decenni impegnato a costruire un’informazione libera e rigorosa sui fenomeni militaristici, venga sottoposto a procedimento disciplinare dalla propria dirigente scolastica per “mancata osservanza del codice comportamentale dei dipendenti pubblici”. Lì ove la mancata osservanza del dipendente consisterebbe nell’avere messo in luce come fosse paradossale che la banda di un reggimento militare venisse a suonare nel cortile della propria scuola, suonando peraltro “contro ogni guerra”. Ma, soprattutto, per avere notato, abbastanza correttamente sul piano storico, come fosse dal 1942, ossia dagli anni del Fascismo e del raccordo più alto tra scuola e Stato, che una banda militare non entrasse nel cortile della scuola Cannizzaro-Galatti di Messina.

 

Ecco allora come un esercizio critico della parola possa venire considerato come un atto di denigrazione, teso a “screditare la figura dirigenziale e l’immagine e il decoro della scuola sui social network”. Tanto più che “i rapporti con il territorio, nello specifico con le Forze dell’Ordine, incluso l’Esercito Italiano, rientrano nel Progetto Legalità discusso ed approvato collegialmente”.

 

Se in generale non vi è da attendersi da un dirigente scolastico odierno – un burocrate in senso weberiano, e solo in subordine un formatore e un erudito – la conoscenza della ricca letteratura giuridica e politologica che da tempo ha messo in risalto i pericoli del raccordo tra polizia e esercito nella gestione dell’ordine pubblico e della “legalità”, tradottosi in una estensione della guerra nei confini interni (si pensi al fenomeno dei cosiddetti “morti per polizia”, ben più ragguardevole di quanto l’opinione pubblica non venga a sapere. Sicché i casi famosi dei vari Aldrovandi o D’Uva sono giusta una goccia nell’oceano) e nella trasformazione delle relazioni internazionali in un’attività di polizia (un paradosso giuridico e una violazione, dato che il potere di polizia ha come campo d’azione una nazione e non uno stato terzo), resta ugualmente interessante osservare come una categoria sociale e professionale – quella dei dirigenti scolastici – abbia finito con l’essere ri-cooptata da una ideologia intimamente ottocentesca, mancando presumibilmente degli strumenti culturali minimi atti ad accorgersene. Ciò che verosimilmente li indurrebbe a guardare con occhio piú attento alla natura dei progetti e a vagliare con minore irruenza il senso ultimo delle critiche.

 

È così dunque che, di retorica in retorica, viene proprio da chiedersi “in che mano sono i nostri figli”…

 

Pietro Saitta è ricercatore in Sociologia Generale presso l’Università di Messina. Ha insegnato e condotto ricerche presso numerose istituzioni internazionali (Oms e Columbia University, tra le altre). Tra i suoi lavori: Economie del sospetto (2006), Spazi e società a rischio. Ecologia petrolio e mutamento a Gela (2009), Il petrolio e la paura (2010), Getting By or Getting Rich (2013), Quota zero. Messina dopo il terremoto: la ricostruzione infinita (2013) e Resistenze. Pratiche e margini del conflitto quotidiano (2015).