CATENO DE LUCA, IN 149 PAGINE LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA: «Concessioni edilizie regolari, ma il sindaco avrebbe dovuto astenersi dagli atti amministrativi»

14 Giugno 2018 Inchieste/Giudiziaria

Di Nuccio Anselmo – Il “Contratto di quartiere II” da due milioni e mezzo di euro che l’allora sindaco di Fiumedinisi Cateno De Luca mise in piedi fu «ammesso a finanziamento» e «positivamente apprezzato dall’assessorato regionale ai fini dell’approvazione della necessaria variante urbanistica».
Anche perché «la sussistenza di tutti i requisiti previsti dalla legge per la partecipazione al bando in capo al comune di Fiumedinisi è peraltro confermata dalla circostanza che la competente commissione ministeriale ha esitato favorevolmente il programma proposto, che si è collocato in graduatoria in una posizione utile per poter essere ammesso al finanziamento».
Parole dei giudici della seconda sezione penale del tribunale di Messina, che ieri mattina hanno depositato le motivazioni della sentenza – si tratta di ben 149 pagine -, sul “Caso Fiumedinisi”, di cui il principale protagonista è stato l’on. Cateno De Luca, oggi parlamentare regionale e all’epoca sindaco del centro ionico. Un processo che ha suscitato un’attenzione e un clamore mediatico a livello nazionale impressionante, anche per l’altra inchiesta di evasione fiscale che ha coinvolto il parlamentare appena fu eletto all’Ars.
Oggi quindi è possibile comprendere perché, nel dicembre del 2017, il processo si concluse praticamente in “nulla” con alcune assoluzioni nel merito e alcune prescrizioni di reati.
C’è un altro passaggio decisivo scritto dai giudici: «Rileva il Tribunale che la partecipazione dei De Luca al contratto di quartiere quali privati imprenditori intenzionati ad investire con finalità di lucro sul territorio di provenienza non trovi, di per sé, ostacoli nelle finalità di legge». In sintesi secondo il collegio per le tre concessioni edilizie rilasciate a Caf Fenapi srl, Dioniso srl e Mabel «non vi sono elementi per ritenere che siano state rilasciate in violazione dell’art. 4 della legge 21/2001».
Detto questo, e valutata la “liceità” cioé secondo i giudici di partecipazione nel ruolo di amministratore pubblico all’operazione edilizia in senso lato, c’è poi un altro aspetto che attiene all’attività propria di sindaco del De Luca: «ritenuta – scrivono i giudici -, per quanto esposto, la legittima possibilità anche per il sindaco del paese o i suoi prossimi congiunti di proporre investimenti privati nel contesto del contratto di quartiere, evidente appare che una tale opzione imponesse, tuttavia al pubblico amministratore una doverosa osservanza dell’obbligo di astensione con riferimento alle delibere della giunta municipale che riguardavano il contratto di quartiere».
Anche qui però sul piano astratto, se «la mancata astensione dalle deliberazioni costituisce una condotta non iure», per altro verso «rileva il tribunale che difetti l’ulteriore requisito richiesto per configurare l’elemento oggettivo del reato di abuso d’ufficio, consistente nell’ingiustizia dell’evento di vantaggio patrimoniale conseguito», questo perché secondo i giudici le concessioni edilizie rilasciate non furono “viziate”.
Meglio ancora: «non può di conseguenza affermarsi che le concessioni edilizie rilasciate per gli interventi riconducibili al sindaco ed al fratello Tindaro Eugenio rappresentino un vantaggio ingiusto, discendendo da una procedura legittimamente avviata dal comune di Fiumedinisi».
I giudici poi esaminano le “pressioni” esercitate da De Luca sui vari proprietari (i casi De Francesco, Giardina e Rasconà) di alcuni terreni che erano funzionali al progetto, per poterli acquisire senza arrivare all’esproprio, e scrivono: «non vi è dubbio infatti che De Luca Cateno, all’epoca massima autorità comunale… per avanzare loro la richiesta di acquistare quel terreno prospettandogliene l’esproprio e prospettandogli altresì di entrare a far parte della cooperativa di interesse del fratello Tindaro De Luca, che su quel terreno avrebbe dovuto essere realizzata, abbia abusato della sua qualità di sindaco».
Nel caso De Francesco, ad esempio «… ritiene il Tribunale che le condotte certamente ascrivibili agli imputati e finalisticamente orientate alla cessione delle particelle di terreno … siano giuridicamente sussumibili nell’ipotesi delittuosa tentata di cui all’art. 319 quater c.p. piuttosto che nel più grave delitto di tentata concussione contestato a seguito di modifica dell’imputazione dopo l’entrata in vigore della L. 190/2012».
La sentenza di 1° grado
Il 10 novembre del 2017 i giudici della seconda sezione penale del tribunale di Messina, presieduta da Mario Samperi, chiusero dopo una lunga fase di dibattimento, in primo grado, il processo sul “Caso Fiumedinisi”. Al centro della vicenda la presunta speculazione edilizia a Fiumedinisi, nel 2011, quando De Luca era sindaco del centro ionico. Era accusato di aver favorito imprese legate alla sua famiglia. Per l’on. De Luca l’assoluzione nel merito fu disposta solo per due ipotesi residuali di abuso d’ufficio. La tentata concussione fu invece riqualificata in “induzione indebita a dare o promettere utilità”, reato introdotto nel 2012, e punito meno gravemente della concussione. La pena minore comportò una riduzione dei termini di prescrizione. E il collegio per questa accusa dichiarò prescritto il reato. Stessa formula fu adottata per i falsi ideologici. Il processo però riguardava globalmente 18 persone tra privati, ex amministratori e funzionari del Comune. Della prescrizione usufruirono: Angelo Caminiti, Francesco Carmelo Oliva, Renzo Briguglio, Roberto Favosi, Fabio Nicita, Pietro D’Anna, Cateno De Luca, Benedetto Parisi, Tindaro “Gino” De Luca (fratello del parlamentare). La prescrizione riguardò due ipotesi di falso ideologico, una di abuso d’ufficio, una violazione del vincolo paesaggistico ex Dpr n. 380/2001, una induzione indebita (il reato contestato per il caso Rasconà nel corso del processo il 19 luglio del 2013), e infine due ipotesi originarie di tentata concussione (il capo G, poi “spacchettato” sempre nel corso del processo, eravamo nel 2015, in G1 – in danno dei coniugi Giardina, e G2 – in danno di Carmelo De Francesco). I giudici queste due ipotesi le riqualificarono in “induzione indebita a dare o promettere utilità”. Ci furono poi alcune assoluzioni nel merito per tutta una serie di altri casi minori. RASSEGNAWEB: da gazzetta del sud

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