Il ‘Caso Buemi’ – TANTO FETORE PER NULLA di Antonio Papalia

22 agosto 2018 Senza categoria

Di Antonio Papalia – Le visite programmate sono quelle la cui data viene comunicata al paziente diverse settimane prima (spesso troppe, ma questa è un’altra storia), e qualunque paziente quindi, sapendo di doversi sottoporre a visita, sia per rispetto proprio che dello specialista, si suppone presti un’attenzione particolare alla propria igiene personale.

La maggior parte sicuramente lo fa, ma “certi pazienti” no. Sono quelli che abitualmente non si lavano, quelli che puzzano. E non è che manca loro l’acqua, manca loro l’educazione. Sono quelli che non hanno rispetto né per se stessi, né per gli altri, né per le regole del vivere civile. È il fetore che li distingue, li riconosci subito. Li trovi dentro i mezzi pubblici, nelle sale d’attesa degli uffici e degli ospedali, e in tutti gli altri luoghi dove si è costretti a sostare insieme e purtroppo, dove si è costretti a sopportarli. E così un medico del Policlinico universitario di Messina, il primario di Nefrologia prof Michele Buemi, stanco di subire gli effluvi di coloro che gli si presentano davanti sporchi e puzzolenti per essere visitati, decide di affiggere alla porta del suo ambulatorio un comunicato, leggero ed ironico proprio per sdrammatizzare quello che spesso per lui un dramma deve essere sicuramente stato. Capiranno, pensa ingenuamente, ci rideranno sopra e staranno più attenti. E invece hanno sorriso solo le persone intelligenti. Poca cosa a Messina. Gli altri si sono sentiti offesi. Ed altri ancora, che appartengono alla categoria dei giornalisti, hanno subito afferrato la palla al balzo. Costruiamo la notizia e lapidiamolo. Facciamolo con titoli accattivanti, titoli ad effetto, persuasivi piuttosto che informativi, titoli condanna. Tutto il contrario di quello che dovrebbe fare un buon giornalista. Così tanti, e così ad esempio “L’avviso choc, l’incredibile vademecum, toni sprezzanti e inaccettabili rilevati anche dall’azienda universitaria e dal rettore, eccetera”. Lapidazione.

Con una strizzatina d’occhio a qualche quotidiano nazionale che notoriamente ama la nostra terra e che della notizia così pompata a livello locale ha goduto così tanto che trovandola succulenta per i propri lettori imbecilli si è divertito a rilanciarla così come veniva data. Più copie per tutti, per dirla con Cettolaqualunque. Questa, una volta, sarebbe stata una breve, avrebbe fatto sorridere, avrebbe stimolato qualche considerazione e tutto lì. Ma visti i tempi, diventa notizia. E la notizia per essere tale deve interessare ad un pubblico, e purtroppo il pubblico c’è. È la massa assetata di sangue, quella che sbava seguendo i finti processi imbastiti in tv, quella che sta appesa ai vari Grande Fratello o ai vari Uomini e Donne, quella che insulta e sproloquia su tutto e il contrario di tutto su quei contenitori di spazzatura varia che sono ormai i cosiddetti “social”.
Trovato il pubblico, per farla diventare notizia bisogna montarla come la panna. E allora bisogna trovare anche un capro espiatorio. E chi se non il primario cattivo che maltratta i poveri pazienti? Ci siamo.
Però il giuramento di Ippocrate non mi pare che prescriva tra i doveri del medico quello di mettere mani e naso nella sporcizia. Da questo episodio, invece di montarlo come panna per farlo diventare notizia, si sarebbe potuto trarre insegnamento affinché queste indecenze in questa città non si ripetano. Ma a Messina, per parafrasare William Shakespeare, tanto fetore è per nulla. Di civile. E questo sì che dovrebbe fare notizia.