PIANO DI RIEQUILIBRIO: Paolo Starvaggi, «Non firmiamo cambiali in bianco»

20 novembre 2018 Politica

«Non firmiamo cambiali in bianco, e pretendiamo che scelte politiche non vengano fatte passare, di fronte agli occhi dell’opinione pubblica, come necessità amministrative». Così il segretario provinciale del Pd, Paolo Starvaggi, commenta le delibere propedeutiche al piano di riequilibrio presentate dall’amministrazione guidata da Cateno De Luca, oggi in discussione in consiglio comunale.

«Si parla da quasi due mesi di “Salva Messina”, se ne è discusso in ogni sede, è stato votato un ordine del giorno in Consiglio comunale, e il piano che viene presentato oggi è del tutto differente da quello votato dall’Aula. Ci chiediamo come mai il sindaco abbia dimostrato tutta questa solerzia nell’analizzare, cesellare e infine partorire il piano di riequilibrio con sindacati e parti sociali, senza averlo invece mai condiviso con l’organo decisore, che è il consiglio comunale, e con i quartieri, che devono rilasciare un parere che, seppure non vincolante, è comunque obbligatorio. Forse che il civico consesso, che lo ricordiamo rappresenta la volontà dell’elettorato messinese, non ha pari diritto che gli atti che deve votare con responsabilità non solo nei confronti della città, ma anche della legge, gli siano messi a disposizione per tempo?», domanda in maniera retorica Starvaggi.

«I consiglieri comunali si sono ritrovati con una lunga serie di delibere di indirizzo e presa d’atto che nulla hanno a che vedere con il piano di riequilibrio, e viceversa altre con le quali si costituiscono due nuove partecipate, se ne mette in liquidazione una terza, si crea una nuova azienda, e si aprono le maglie per il più grosso condono occupazionale della storia di Messina, senza avere la possibilità di studiare approfonditamente tutte le implicazioni, anche di carattere economico, che vincolano il Comune e la città. Ovviamente – commenta il segretario provinciale del Pd – un’amministrazione ha ampia facoltà, se non il dovere, di proporre le sue scelte politiche. Quello che non può fare – conclude – è imporle come scelte obbligate per l’approvazione del piano di riequilibrio, quando è palese che non lo sono».