PICCHIARONO STEWARD FIERA MESSINA, IN APPELLO DECISE PESANTI CONDANNE

20 novembre 2018 Inchieste/Giudiziaria

Fu una tentata estorsione. Il raid punitivo degli steward messinesi contro i ‘colleghi’ catanesi che gestivano la sicurezza, in Fiera, nel 2011, non è qualificabile come violenza privata, così come avevano deciso i giudici della seconda sezione penale del primo grado. Ma i colleghi di secondo grado, la sezione penale presieduta dal giudice Francesco Tripodi, hanno accolto l’appello dell’accusa, in questo caso il sostituto procuratore generale Felice Lima, ed hanno inflitto condanne severe. Fu tentata estorsione quindi e non violenza privata. Le condanne si sono quindi inasprite. Il collegio ha inflitto tre anni di reclusione ai fratelli Stefano e Giovanni Celone, a Antonino Cuscinà e Daniele Giunta, e poi 3 anni e 4 mesi di reclusione a Giuseppe Selvaggio. 

LA CRONACA DI QUELLA NOTTE

Stanno per scoccare le 23 quando scatta il raid punitivo. È l’8 di agosto scorso e all’interno della cittadella fieristica c’è ancora tanta gente. Siamo nel pieno della Campionaria d’estate; molti messinesi stanno trascorrendo una piacevole serata fra i padiglioni della rassegna. Atmosfera di relax che d’improvviso viene infranta da una rapidissima sequenza di terrore: pochi secondi fra caos e panico generale di tante famiglie con bambini, costrette ad assistere a un pestaggio cruento. Sette energumeni fanno irruzione scavalcando, con la forza di uno tsunami, i tornelli d’ingresso lato passeggiata a mare. Si dirigono dritti al cuore dell’obiettivo: gli stewards del servizio di vigilanza che, secondo i piani, da un lato meritano una lezione dall’altro vanno “azzoppati” perché (e questo è emerso dalle indagini) hanno di fatto “occupato” il loro territorio. Pure i sette aggressori lavorano saltuariamente come stewards e la presenza dei “colleghi” catanesi a Messina, ai loro occhi appare a dir poco intollerabile. Non compaiono armi nel corso del pestaggio ma le mani nude sono sufficienti per portare a compimento la missione. Così, fra le urla di paura della gente sgomenta, si consuma quella che per gli investigatori si configura come una vendetta a scopo intimidatorio. Le povere vittime, prese alla sprovvista, ne escono a pezzi, fra traumi più o meno seri e contusioni varie. I sette si dileguano soddisfatti, non senza però produrre ulteriori danni alla struttura, perché qualche fioriera verrà capovolta rovinosamente. Tuttavia al gruppo di picchiatori sfugge la presenza del sistema di videosorveglianza che ovviamente riprende tutto, immortalando le loro inequivocabili gesta. Non è stato comunque facile per i carabinieri, giunti sul posto pochi istanti dopo il fatto, rintracciare i responsabili del violento agguato. Ma con una buona dose di intuito investigativo e certosina pazienza, a distanza di un paio di mesi, i malviventi sono finiti nella rete delle forze dell’ordine. E’ l’8 dicembre del 2011 quando militari della Compagnia di Messina Centro, agli ordini del capitano Giovanni Mennella, danno esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip del Tribunale di Messina Antonino Genovese su richiesta del sostituto procuratore Fabrizio Monaco, a carico dei sette ritenuti responsabili di tentata estorsione aggravata. Provvedimento che scaturisce dalle risultanze investigative dei carabinieri, i quali hanno avuto modo di scoprire come dietro la spedizione punitiva ci fosse l’intenzione di procurare un danno patrimoniale agli operatori della ditta di vigilanza catanese, ovvero la “Word Service” che, legittimamente, secondo le sane regole della libera concorrenza, aveva ottenuto la gestione della sicurezza della cittadella; danno che sostanzialmente avrebbe provocato la perdita della retribuzione per la ditta etnea a causa appunto dell’omessa fornitura della prestazione di vigilanza; e di conseguenza il recesso dal rapporto contrattuale con l’Ente Fiera per l’improvvisa impossibilità di assicurare il servizio. Il reato di tentata estorsione aggravata, come è stato rilevato dallo stesso comandante provinciale dell’Arma dell’epoca, il col. Claudio Domizi che si è richiamato alle parole del gip, si configura proprio perché alla mancata retribuzione della ditta catanese si sarebbe accompagnato, per i sette arrestati, un ingiusto profitto coincidente con il vantaggio di eliminare concorrenti scomodi sul mercato della vigilanza, e quindi con la prospettiva di incrementare le chance di guadagno. Il gip sottolinea inoltre che il profitto del delitto di estorsione, a differenza del danno, può consistere in qualsiasi utilità, anche di natura non patrimoniale, in qualsiasi situazione che abbia rilevanza per il diritto e rappresenti un vantaggio per il soggetto. «Di qua ve ne dovete andare», è la minaccia rivolta da uno degli aggressori a una delle vittime. Altro aspetto che è emerso dalle indagini è la scarsa collaborazione di quest’ultime, le quali da una parte non si ricordavano le facce dei picchiatori, dall’altra sono apparse restie ad agevolare i lavoro degli investigatori. Furono arrestati i messinesi Giuseppe Selvaggio, 42 anni; i fratelli Stefano e Giovanni Celona, rispettivamente di 37 e 41 anni; Daniele Giunta, 33 anni; Stellario Squadrito, 35 anni; e Antonino Cuscinà, 43 anni. Questi sei furono rinchiusi nel carcere di Gazzi; il settimo arrestato, Carmelo Fiumanò, 43 anni, incalzato dalle pressanti ricerche dei militari, si presentò alla Stazione carabinieri di Pandino in provincia di Cremona, da dove fu tradotto nel casa circondariale della stessa provincia.

Stellario Squadrito, nell’ottobre del 2012, venne condannato dal gup Monica Marino che gli inflisse in abbreviato 2 anni e 8 mesi di reclusione, più 2.000 euro di multa, ritenendo sussistente solo il reato di tentata estorsione, mentre lo aveva assolto dall’accusa di danneggiamento con la formula «per non aver commesso il fatto». L’accusa aveva richiesto la condanna per Squadrito, che fu assistito dall’avvocato Guido Martini, a 4 anni e mezzo, ritenendo sussistenti entrambi i reati.