L’INCHIESTA: Biagio Grasso e Beta 2. La borghesia messinese e certe spericolate operazioni…

24 novembre 2018 Inchieste/Giudiziaria

di Antonio Mazzeo – Contorte triangolazioni societarie per occultare i proventi di un’estorsione ai danni del costruttore amico e socio in spregiudicate operazioni immobiliari nella città di Messina. E’ uno dei filoni più importanti dell’indagine Beta 2 che un mese fa ha condotto all’emissione di un’ordinanza di applicazione di misure cautelari personali nei confronti di 13 indagati che avrebbero operato illecitamente a favore della famiglia mafiosa dei Romeo-Santapaola. Tre di essi in particolare, il presunto reggente del gruppo criminale Vincenzo Romeo, il fratello Maurizio Romeo e l’incensurato imprenditore della ristorazione Ivan Soraci (nella foto), devono rispondere del reato di associazione mafiosa ed estorsione “perché, in concorso tra loro, al fine di recuperare dal costruttore Biagio Grasso ingenti somme di denaro da loro asseritamente investite in operazioni immobiliari gestite dal Grasso, costringevano quest’ultimo a cedere e contestualmente Giuseppe Denaro ad acquistare la quota societaria del valore di 220.000 euro che la società Camel S.r.l. (fittiziamente intestata a Nicola Biagio Grasso, padre di Biagio) deteneva nella società P & F S.r.l.”.

Determinante per ricostruire la vicenda avvenuta nel secondo semestre del 2011 è stato il lungo e drammatico racconto fatto agli inquirenti peloritani dal costruttore di origini milazzesi Biagio Grasso, divenuto collaboratore di giustizia dopo l’arresto nell’ambito dell’inchiesta Beta 1. “Ivan Soraci e Maurizio Romeo erano fratelli”, ha esordito Grasso. “Ritengo che erano sempre rapporti, i loro, a dire di Soraci, esterni di business, d’affari però, in questo caso, è stato lui a mettermi nelle condizioni in cui io sono stato estorto di questa somma. Quest’altro fatto molto più grave è stato ideato e messo a punto dal Soraci. Lui capisce e intuisce che mi aveva messo in una questione psicologica di sottomissione. Ragion per cui che fa? Sapeva che io avevo la partecipazione insieme al costruttore Giuseppe Puglisi e a Giuseppe Denaro per un terreno a Villafranca che avevamo vinto all’asta e mi dice: Gli impegni si mantengono. Siamo uomini o siamo caporali? Fai una cosa. C’è il terreno là, lo vendi…. Gli dico: Okay, vendilo, la mia quota vale un milione, perché all’epoca valeva tantissimo quel terreno, è commerciale, metà glielo avevamo venduto a Eurospin e l’altra metà, avendo un’attività commerciale grossa là, aveva preso molto di valore. Dice: Sì, un milione, qua… là… Ora vedo. Che fa? Va dal suo principale diciamo, dal suo capo, che è Giuseppe Denaro e gli dice: Ti devi comprare la quota di Grasso, perché Grasso ha debiti con me. Al che mi chiama immediatamente Pippo Puglisi, con cui siamo molto amici… Giuseppe Denaro all’epoca era il proprietario di Irrera Bar. Il Soraci era direttore di Irrera. Giuseppe Puglisi è il figlio di Gianni Puglisi, Puglisi Costruzioni. Lui è stato anche presidente di ANCE Sicilia, insomma, un personaggio importante. E insieme a loro tre, io, che ero, diciamo, lo specialista dei capannoni, avevamo fatto questa società e ci siamo aggiudicati il terreno a Villafranca. Il Soraci lo sapeva perché era il dipendente di Denaro, anche perché gli seguiva cose bancarie, gli seguiva le carte, quindi sapeva tutte le situazioni, e obbliga in maniera, diciamo, pazzesca il Denaro a comprarsi il terreno. Ragion per cui a me mi chiama un giorno Pippo Puglisi e mi dice: Ti devo parlare urgente. Gli ho detto: Che c’è?, perché io non credevo che il Soraci riuscisse a trovare qualcuno che si compra un terzo di una partecipazione con altri due terzi di calibro di due imprenditori grossi. Chi lo fa? A meno che non siano in contatto. Dice: Vedi che mi ha chiamato Giuseppe Denaro perché Soraci gli dice che tu hai dei debiti importanti con lui e quindi ti devi vendere il terreno. Gli ho detto: Pippo ma cu si l’avi a cattari?, dice: No, vedi che lo sta obbligando a comprarselo. Ed io: Ma se Giuseppe Denaro in quel momento aveva fatto un investimento… Non ha soldi, come fa?Mi dice: Vedi che lo sta obbligando in maniera pesantee credo che gli abbia fatto il nome, perché io avevo anche i debiti con i Santapaola, no? Dopo di che il Denaro è costretto ad attivare un mutuo presso la Banca Popolare dell’Emilia Romagna, all’epoca c’era, e penso ancora ora, tale direttore che si chiamava Tonino, un mutuo di 250.000 euro per acquistare la mia quota. Chiaramente il Denaro prende due piccioni con una fava, perché riesce a prendere una quota di un terreno che vale almeno il triplo a 250. Quindi, alla fine della fiera, sì, viene estorto, ma fa anche il business. Perché attualmente Denaro lavora con Nino Giordano”.

Raggiunto l’accordo tra le parti, Biagio Grasso viene sottoposto nuovamente all’incalzante pressing del Soraci e stavolta anche dei fratelli Romeo. “Quindi, alla fine, mi chiamano e mi dicono: L’operazione è chiusa, non ti puoi tirare indietro”,spiega il costruttore. “Al che interviene anche Vincenzo Romeo, sempre però in maniera super educata, dicendo:Ma noi abbiamo dei problemi. E da là nasce il rapporto, gli ho detto: Guarda Enzo, ma ti sembra corretto? Dico, con un investimento di X io devo pagare Y, ma mi state facendo estorsione? Mi state facendo usura?, dice: No, però gli impegni sono questi, c’è Soraci, c’è mio fratello, e gli impegni vanno mantenuti. Fatto sta che dalla banca di Giuseppe Denaro, attraverso un debito presunto, e là entra in ballo Fabio Lo Turco, una bravissima persona e si è trovato, anche lui, incastrato in questa rete di ragni che poi non riesci ad uscire più, gli chiedono di fargli la cortesia di creare… tipo che avevamo un debito, in modo tale che questi soldi andavano a Lo Turco, perché gli ho detto: Io soldi contanti non ne esco, ve lo potete levare dalla testa, ma perché volevo pure che domani almeno mi rimangono traccia. Quindi si crea questo debito fittizio fra me, la mia società, che all’epoca era amministrata da mio padre, che non sapeva completamente niente con quella vicenda. Lui, poveraccio, veniva e firmava, e quindi mi beccano altri 250.000 euro”.

“Fabio Lo Turco mi è stato presentato da Ivan Soraci nel 2010 ed è il soggetto che è stato utilizzato quale intestatario fittizio delle società Solea, Brick e Green Life”, aggiunge Biagio Grasso in un successivo interrogatorio con i Pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Messina. “Per tale ruolo Lo Turco percepiva uno stipendio mensile, pari a circa 1.500 euro, corrisposti da me o da Vincenzo Romeo (…) Altra operazione nella quale Fabio Lo Turco è stato utilizzato dalla famiglia Romeo come prestanome è quella riguardante la cessione delle quote della P & F S.r.l., possedute in quota dalla Carmel S.r.l., a favore di Giuseppe Denaro, per un importo di 240.000   euro; la società era titolare di un terreno nella zona di Villafranca Tirrena, area ex Pirelli. Io avevo deciso di vendere le mie quote societarie per restituire a Romeo una ulteriore parte delle somme da lui investite nell’operazione Torrente Trapani. Presi accordi con il Denaro, il quale si mostrò disponibile ad acquistare le quote, anche se successivamente aveva cambiato idea per mancanza di liquidità. Quando Maurizio Romeo ed Ivan Soraci seppero che il Denaro non avrebbe acquistato le quote e temendo quindi di perdere la possibilità di rientrare nell’investimento fatto, costrinsero il Denaro all’acquisto, minacciandolo pesantemente, sfruttando la forza di intimidazione che nasceva dall’appartenenza dei Romeo alla famiglia mafiosa omonima. Denaro quindi accese un mutuo presso la Banca di Crotone, filiale di Messina, via Tommaso Cannizzaro angolo via la Farina, per l’importo di 240.000 euro, che venne interamente versato a Fabio Lo Turco, sulla base di un debito inesistente tra Lo Turco e la Carmel. Tale stratagemma contabile venne architettato dal dott. Benedetto Panarello…”.

Il 12 febbraio 2018, Biagio Grasso verbalizzava ulteriori particolari sulla vicenda estorsiva di cui sarebbe stato vittima da parte della famiglia Romeo-Santapaola. “Preciso che i fatti relativi al terreno di Villafranca risalgono agli anni 2011/2012, per quel che ricordo più nel 2011 perché era il periodo per cui io mi trovavo a Milano”, ha dichiarato il collaboratore. “Successivamente alla vicenda di Torrente Trapani, Ivan Soraci pretendeva da me il pagamento di somme di denaro che a suo dire era quanto gli spettava dall’investimento che Vincenzo Romeo e Maurizio Romeo avevano fatto insieme a me nell’operazione Se.Gi. S.r.l. e che egli pretendeva in quanto si riteneva l’anello di congiunzione tra me e Romeo, come per altro riconosciuto da questi ultimi. Il Soraci insieme a Vincenzo e Maurizio Romeo mi hanno obbligato in particolare a cedere la quota societaria che la Carmel S.r.l. deteneva all’interno della P & F, al fine di recuperare una parte di quanto preteso. Furono gli stessi Soraci e Romeo a dirmi di vendere la quota a Giuseppe Denaro, anch’egli socio della P & F (…) Visto che il Soraci non aveva fiducia in me, tramite un artificio contabile ideato dal dott. Benedetto Panarello è stato creato un debito fittizio tra la Carmel e Fabio Lo Turco, facendo così modo che il denaro versato da Giuseppe Denaro non transitasse sui conti della Carmel ma arrivasse direttamente sul conto di Fabio Lo Turco, come detto prestanome dei Romeo. A garanzia del mutuo acceso dal Denaro, anche gli altri soci della P & F: Giuseppe Puglisi ed il fratello del Denaro che si chiama Filippo ed anche l’altro fratello di nome Antonino, hanno dovuto sottoscrivere a garanzia un’ipoteca sul terreno di proprietà della società. Per quanto mi consta le pressioni esercitate da Maurizio Romeo e Ivan Soraci nei confronti di Giuseppe Denaro sono di certo a conoscenza di Giuseppe Puglisi il quale si confrontò più volte con me, lamentandosi delle persone con le quali ero venuto in contatto e dell’atteggiamento assunto nei confronti di Giuseppe Denaro. Non so se il denaro sia transitato direttamente dal conto corrente di Giuseppe Denaro a quello di Fabio Lo Turco o se le somme siano siate versate a mezzo di assegni circolari. Lo Turco successivamente ha girato il denaro ai Romeo ed a Soraci tramite carte prepagate o in contanti. Del fatto che Giuseppe Denaro sia stato costretto ad acquistare la quota, lo so in quanto me lo riferì sia lo stesso Denaro, che Ivan Soraci, che Giuseppe Puglisi. L’operazione era in astratto conveniente per Giuseppe Denaro perché il valore di mercato della quota era pari approssimativamente al triplo del prezzo di cessione che io fui obbligato ad accettare e ciò anche in considerazione delle capacità edificatorie di questo terreno ed in confronto alle caratteristiche del terreno che era stato oggetto di una precedente vendita dalla società P & F S.r.l. alla Eurospin. Ribadisco però che Giuseppe Denaro non acquistò la mia quota per fare un affare, lo fece solo perché pressato da Ivan Soraci e Maurizio Romeo, tanto è vero che mi risulta che il Denaro ebbe difficoltà nel pagamento del mutuo e la procedura di riscossione andò in incaglio. Per quanto mi consta fino al mio arresto infatti il terreno non è stato oggetto di sfruttamento commerciale. I soldi versati da Giuseppe Denaro a Lo Turco a fronte di questa cessione, furono poi trasferiti a Maurizio Romeo, Vincenzo Romeo e Ivan Soraci, e ciò mi risulta perché fu lo stesso Lo Turco a darmene conferma in quanto si lamentava delle ripetute sollecitazioni che subiva da costoro per ricevere queste somme”.

“Più o meno nello stesso arco temporale, Soraci spalleggiato dai Romeo riuscì ad estorcere la somma di circa 80.000 euro in nero, a suo dire spettantegli quale buonuscita per le attività da lui prestate in favore dei Denaro; sia di queste ultime pressioni che di quelle operate per la cessione societaria, cui ho fatto riferimento, è a conoscenza anche un tale Renato che lavorava con Soraci nel Bar Irrera”, riferisce Grasso. “Per questa specifica vicenda concernente la cessione della quota societaria, i contatti con Benedetto Panarello sono stati tenuti da Fabio Lo Turco. Non so se il Panarello fosse a conoscenza delle ragioni sottostanti”.

Per gli inquirenti peloritani la ricostruzione della vicenda da parte del costruttore Grasso è puntuale, precisa e pienamente attendibile. “L’episodio risulta ricostruito documentalmente in ogni suo passaggio e del resto vi è la piena conferma anche del Denaro”, scrive il Gip del Tribunale di Messina, Salvatore Mastroeni. “Risulta che il Grasso è stato costretto ai versamenti indicati ed è evidente che i due esecutori materiali dell’estorsione si sono avvalsi del forte metus determinato dall’associazione, tale da costituire minacce pregnante e priva di possibilità di sottrarsi. Emergerà più avanti una violenza delle pressioni subite da portare il Grasso al pianto. La eterogeneità della nuova compagine associativa, dove da meri soggetti violenti si passa a grossi imprenditori, e l’ovvia mancanza di amicizia sostanziale nei rapporti associativi, ben giustifica ipotesi in cui un associato, responsabile di una perdita o comunque debitore, possa essere estorto da altri associati e fondatamente temerli. Il vincolo associativo non è infatti basato su regole cavalleresche ma su interessi e tra soggetti che comunque vivono ed accettano l’illecito e come nei casi estremi anche degli associati possono essere uccisi, per sgarbi ed errori, a maggior ragione possono, pur continuando il vincolo, essere estorti. E’ che rispetto ai capi e ai più violenti il rapporto non è alla pari né garantito, ma basato solo su interessi comuni e quando gli stessi sono convergenti…”.

Nel corso delle indagini è stata accertata la farraginosa triangolazione del denaro estorto e l’articolata procedura di compravendita delle quote societarie “alla quale sarebbe stato costretto Giuseppe Denaro”. In particolare è documentato che l’immobile di 31.132 mq di Villafranca Tirrena, di proprietà della P & F S.r.l., sino al 31 ottobre 2005 era nella titolarità della società Messina Sviluppo S.p.A. Consortile; il 13 febbraio 2009 venne acquistato dalla società di Puglisi, Grasso e dei Denaro; mentre il 26 luglio 2010 una particella venne venduta a Eurospin Sicilia S.p.A. con sede a Catania. “I soggetti indicati dal collaboratore sono stati identificati in: Giuseppe Denaro, ex amministratore della Irrera 1910 S.r.l dal 24 ottobre 2011 al 17 giugno 2014, ex amministratore dell’Antica Pasticceria Irrera S.r.l., ex amministratore della Carmel S.r.l., amministratore e socio unico della GDH S.r.l.; Giuseppe Puglisi, ex amministratore della Carmel S.r.l., ex amministratore della B & P S.r.l. ove è socio al 50% con Biagio Grasso (quest’ultimo amministratore unico)”, annotano gli inquirenti. Giuseppe Denaro è stato pure amministratore delegato dal maggio 1999 al marzo 2003 della Grasso Filippo & Figli S.r.l.(società operante nella vendita al dettaglio di articoli di profumi, dichiarata fallita nel maggio 2012); lo stesso ricopre attualmente la carica di amministratore unico della Sviluppo Commerciale Rometta S.r.l.. Giuseppe “Pippo” Puglisi è stato invece pure presidente del consiglio di amministrazione di Italsilicon S.r.l. con sede a Brugherio, Monza (dal 9 marzo 2006 al 23 maggio 2007), società cancellata il 20 luglio 2007 ma che da accertamento del ROS dei Carabinieri risulta essere stata acquisita da Biagio Grasso nel marzo 2006. Dal giugno 2004 all’agosto 2010 Puglisi è stato anche consigliere d’amministrazione di Irrera 1910 S.r.l., la società di gestione bar e pasticceria di proprietà al 98% della GDH di Giuseppe Denaro.

Nell’ordinanza di custodia cautelare Beta 2 viene pure ricostruita dettagliatamente l’evoluzione societaria della P & F S.r.l.. “Amministratore unico Giuseppe Puglisi, costituzione 23 marzo 2004, data inizio attività 10 settembre 2008, oggetto: costruzione di edifici residenziali e non residenziali; capitale sociale euro 35.000. Attuale situazione societaria: 11% Società Gestioni Immobiliari S.r.l. – 33% GPA S.r.l. – 55% GDH S.r.l.. Analizzando le quote della P & F S.r.l. si rileva che in data 18 marzo 2007 risulta registrata all’Agenzia delle Entrate, una scrittura privata con la quale Giuseppe Denaro, titolare della GPA S.r.l., e Vincenza Gangemi, procuratore speciale della Filder Holding S.r.l., cedevano la prima società alla LG Costruzioni S.r.l. di Biagio Grasso con il passaggio di una quota pari ad euro 1.650 della società P & F S.r.l., mentre con una seconda cessione la Filder Holding cedeva le proprie quote a: LG Costruzioni, alla So.Gestim. ed a Giuseppe Denaro. Si osserva che la Società Gestioni Immobiliari era amministrata da Antonino Denaro, fratello di Giuseppe. Alla luce di queste cessioni, la P & F S.r.l. veniva così suddivisa: 33,50% GPA; 33% LG Costruzioni, rappresentata da Biagio Grasso;  11% So.Gest.Im.; 11% Giuseppe Denaro. Il 14 ottobre 2009 nel corso dell’assemblea straordinaria della P & F, alla presenza di tutti i soci veniva deliberato l’abbattimento del capitale sociale a copertura delle perdite e la ricostruzione del capitale ad euro 10.000 con versamenti effettuati dai soci per euro 23.690,66. In relazione all’ultimo punto, Vincenza Gangemi, in rappresentanza della Filder Holding, Giuseppe Denaro e Biagio Grasso della L.G. Costruzioni, dichiaravano di non volere sottoscrivere il capitale sociale deliberato e, non avendo più interesse alla partecipazione nella società, di rinunciare a qualunque diritto di prelazione spettategli. A questo punto, la Gestioni Immobiliari S.p.A., rappresentata da Antonino Denaro e la società GPA, rappresentata da Giuseppe Puglisi, sottoscrivevano il capitale sociale e ripianavano le perdite. Il presidente faceva presente che le quote sociali interamente versate erano queste: GPA (7.000 euro); So.Gest.Imm. (3.000). Si deliberava, inoltre, di aumentare il capitale sociale da 10.000 a 35.000 euro. Presenti le società GDH S.r.l. e la Carmel S.r.l. entrambe rappresentate da Giuseppe Denaro. AI termine dell’assemblea il presidente dichiarava che il capitale sociale è così suddiviso: GDH quota pari a euro 7.875; So.Gest. 3.850; GPA 11.725 e Carmel 11.550”. Un’ulteriore cessione di quote della P & F veniva registrata il 6 luglio 2011: in particolare, la Carmel, rappresentata dall’amministratore unico Biagio Nicola Grasso, padre del collaboratore Biagio Grasso e titolare del 33% del capitale sociale, cedeva a Fabio Lo Turco l’intera quota corrispondente a 11.550 euro. “La presente operazione si effettua per il convenuto prezzo di 220.000 euro, somma che le parti dichiarano essere stata corrisposta dall’acquirente mediante estinzione del credito da esso vantato nei confronti della cedente a seguito di precedente operazione commerciale”, riportava il contratto di cessione delle quote. Dulcis in fundo, il 17 novembre 2011 Fabio Lo Turco cedeva la propria quota del 33% della P & F. S.r.l. alla GDH per il prezzo di 220.000 euro, con il consenso di Giuseppe Denaro. “Il pagamento sarebbe così avvenuto: 10.000 euro con assegno su Banca Popolare intestato alla parte cedente; 20.000 con assegno sulla Banca Popolare del Mezzogiorno ed i restanti 190.000 entro 20 giorni con assegni circolari non trasferibili; il predetto accordo viene siglato da Giuseppe Denaro, Giuseppe Puglisi, Antonio Denaro e Fabio Lo Turco”, annotano gli inquirenti. Gli estratti conto intestati a Lo Turco, acquisiti nel corso delle indagini presso la Banca Popolare del Mezzogiorno, forniscono ulteriori conferme di quanto dichiarato da Biagio Grasso. In particolare, il conto corrente aperto il 28 settembre 2011 faceva registrare due versamenti con assegno per 30.000 euro (30 settembre e 2 novembre 2011); un bonifico da parte della GDH S.r.l. di Giuseppe Denaro per 180.000 euro (10 novembre 2011). In meno di due mesi il conto però veniva prosciugato dopo i ripetuti prelievi per varie somme da parte di Fabio Lo Turco. Il 31 dicembre 2011, nonostante l’incasso di 210.000 euro, il conto presentava un saldo di soli 1.130 euro.

Gli inquirenti sono riusciti anche a dare un’identità al Tanino direttore della Banca Popolare del Mezzogiorno (oggi BPER – Banca Popolare Emilia Romagna S.p.A.), citato dal collaboratore Grasso. Si tratta di Gaetano Piccolo, poi sentito il 24 aprile 2018 a sommarie informazioni dal Pubblico ministero. “Ricordo che nell’anno 2010 la GDH S.r.l., tramite l’amministratore dell’epoca Giuseppe Denaro, richiese un mutuo ipotecario per l’ammontare di 220.000 euro, erogato il 30 settembre 2011”, ha dichiarato il bancario. “Inizialmente era stato disposto un piano di ammortamento in 24 mesi; successivamente a richiesta dell’amministratore della GDH venne rimodulato in 134 mesi con scadenza 30 novembre 2023. La società P & F si vede garante con l’iscrizione di un’ipoteca su due particelle di un terreno sito nel comune di Villafranca. Per un certo periodo le rate del mutuo vennero saldate regolarmente. Alla data del 13 aprile 2017 vi era ancora un debito di 133.798,26 euro, sorte capitale 81 rate mancanti. Pertanto abbiamo provveduto a contattare telefonicamente che formalmente tramite raccomandata l’amministratore Denaro e la società GDH, al fine di chiedere la regolarizzazione delle rate non pagate. Regolarizzazione non avvenuta pertanto l’intera posizione è stata ceduta all’Ufficio legale per il recupero del credito. Quest’anno è stato chiesto il pignoramento degli immobili posti a garanzia. Ricordo che per l’erogazione del mutuo, dal momento della richiesta alla disponibilità delle somme e la contrattualizzazione passarono circa 30 giorni. Sono a conoscenza che le somme erano destinate per avere della liquidità. Il denaro venne trasferito al conto corrente della richiedente GDH S.r.l.”.

I magistrati peloritani hanno sentito a sommarie informazioni pure gli imprenditori Giuseppe Puglisi, Antonino Denaro e Giuseppe Denaro. “La società P. & F. fu creata dal sottoscritto e da Filippo Denaro, l’acronimo stava ad indicare Pippo e Filippo”, ha spiegato Puglisi. “La società ha sempre avuto sede a Messina e con essa abbiamo cercato di fare degli investimenti immobiliari, in particolare acquistammo un terreno che si trova a Villafranca Tirrena sul quale in parte era stato redatto un progetto per finalità commerciali di cui una parte ceduto ad una società del settore alimentare, la Eurospin. L’altra metà del terreno è rimasta alla società. Ad un certo punto oltre a Filippo Denaro, credo che questi abbia ceduto una quota sociale ai fratelli Nino e Giuseppe, che parteciparono con delle società, forse la GDH e la SoGestim. Se non vado errato entrò nella società in un certo periodo Biagio Grasso attraverso la Carmel. Credo di averlo presentato io alla famiglia Denaro. In quel periodo fu lo stesso Biagio Grasso a chiedermi di partecipare ad un investimento, a noi tornava utile inserire un socio nella P & F. Cedemmo infatti un terzo della società. In un periodo Biagio Grasso propose la vendita a noi soci delle sue quote, io non ero nelle condizioni finanziarie per partecipare all’acquisto e se non ricordo male trovarono un accordo con Giuseppe Denaro. In particolare per l’acquisto la GDH chiese un finanziamento alla Banca dell’Emilia Romagna. Per l’accesso al finanziamento venne messa una ipoteca sul terreno che era rimasto in capo alla P & F. Io rimasi sorpreso che la banca oltre alle garanzie date dalla GDH di Giuseppe Denaro avesse richiesto anche l’ipoteca sul terreno. Lo appresi solo alla stipula dell’atto…”.

Nel corso della sua deposizione, Giuseppe Puglisi si è soffermato pure sulla figura di Soraci. “Sì, lo conosco, Ivan Soraci lavorava presso il bar Irrera ed era dipendente di Denaro, ove anche io ero socio di capitali senza alcuna responsabilità gestionale o di rappresentanza”, ha riferito il costruttore. “Non ho però mai avuto rapporti con Soraci. Credo che Biagio Grasso ed il Soraci si conobbero al bar Irrera, ma non so se questi aveva degli interessi imprenditoriali tra i due. Non conosco la famiglia Romeo e non ho mai avuto rapporti con loro e pertanto non sono a conoscenza dei rapporti tra Biagio Grasso ed i Romeo, né con soggetti legati alla criminalità organizzata. Posso aggiungere di essere rimasto sorpreso degli arresti avvenuti che hanno riguardato Grasso”.

Antonino Denaro, amministratore e socio unico della Società Gestioni Immobiliari (So.Gest.Im) ha invece dichiarato di ignorare le vicende relative al passaggio delle quote sociali della P & F S.r.l.. “Ricordo di avere fatto parte della società, in particolare fui contattato da uno dei miei fratelli per coinvolgermi in un investimento immobiliare, non ricordo quando. Partecipai all’investimento versando una quota, circa il 10%. Non seguii comunque gli eventi della società. Oltre naturalmente ai miei fratelli, faceva parte della società anche Giuseppe Puglisi, amico di famiglia. Non conosco Biagio Grasso e non so se il predetto facesse parte della società sopra riferita, preciso infatti che l’investimento da me fatto era seguito da mio fratello Giuseppe. Non conosco Fabio Lo Turco, mentre invece conosco Ivan Soraci ma non ho alcuna frequentazione con quest’ultimo. In particolare lo vedevo al bar Irrera della mia famiglia…”.

Un contributo più significativo per ricostruire i fatti è stato fornito ai giudici dal fratello Giuseppe Denaro. “Inizialmente la società P & F S.r.l. era composta dall’ing. Giuseppe Puglisi e da mio fratello Filippo”, ha verbalizzato il noto imprenditore. “In occasione dell’opportunità di acquistare un terreno a Villafranca fu modificata la compagine societaria con gli attori che avrebbero dovuto partecipare all’investimento immobiliare. Inizialmente venne fatto uno scambio di quote. Fu ricomposta questa società ed entrai io, come persona fisica, mio fratello Nino, l’ing. Puglisi già precedentemente all’interno, la società di Biagio Grasso e la Filder Holding S.r.l. facente capo a mio fratello Filippo, già presente. In occasione di un’assemblea straordinaria la compagine societaria cambiò: rimase Puglisi, io subentrai invece come rappresentante legale della GDH, rimase la So.Gestim. facente capo a mio fratello Antonino e poi la Carmel. Mio fratello Filippo con la Filder decise di non partecipare più all’attività. Uscì in tale occasione la LG Costruzioni e subentrò la Carmel. Quest’ultima società venne costituita anche da me e poi poco dopo vennero cedute tutte le quote a Biagio Grasso, si trattava di una scatola vuota. Ricordo che in tale occasione dal notaio conobbi anche la signora Simona Ganassi Agger. Non ricordo perché venne creata la Carmel, la ditta doveva essere messa in liquidazione ed in quell’occasione Grasso disse che doveva costituirne una nuova e pertanto acquisì le quote consentendo di evitare la messa in liquidazione della società con i relativi costi. Io mi dimisi da amministratore e se non sbaglio fu nominato in assemblea il padre di Grasso. Tornando alla P & F, riuscimmo a portare avanti una parte dell’operazione immobiliare vendendo all’incirca la metà del terreno alla società Eurospin, credo per circa un milione di euro. In tale maniera riuscimmo a coprire le posizioni debitorie aperte in precedenza l’acquisto del terreno di Villafranca. Il terreno della P & F rimasto ancora invenduto ha un indice di edificabilità molto superiore rispetto a quello ceduto, con una superficie coperta di circa il doppio. Successivamente io aumentai la mia partecipazione all’interno della P & F acquistando le quote che erano della Carmel, ma che intanto erano state acquisite da Fabio Lo Turco”.

“Ricordo che venne da me Ivan Soraci, il quale mi presentò Lo Turco, questi mi disse che avrebbe acquistato le quote della P. & F. riferibili alla Carmel di Biagio Grasso ma non voleva partecipare all’operazione imprenditoriale, ma era finalizzato a rivendere le quote per risolvere delle pendenze che Lo Turco aveva con Biagio Grasso”, ha aggiunto Denaro. “Preciso che in tale occasione non ho avvicinato il Grasso, nemmeno chiamandolo per telefono, in quanto non avevo interesse a sapere quali fossero i rapporti tra i due. Voglio aggiungere che Ivan Soraci era stato mio dipendente presso l’Irrera. Il predetto si era dimesso, non ricordo il periodo se prima o dopo tale situazione sopra descritta. In quell’occasione ricordo che cercai qualcuno che potesse acquistare le quote di Lo Turco. Parlai con Francesco Arcovito, tuttavia quest’ultimo declinò l’invito di partecipare all’affare. Pensai pertanto di acquistare io la quota di Lo Turco con l’obiettivo di acquisire la maggioranza assoluta della società, chiedendo in banca un finanziamento. Ricordo che la Popolare del Mezzogiorno mi diede un finanziamento ponte, anche perché ero convinto di sistemare la situazione nell’arco di due anni. Tuttavia non andò così in quanto tutto rimase congelato e la situazione debitoria rimase incagliata. Se non ricordo male la quota da me acquistata da Grasso era di circa 220/230 mila euro (…) Il pagamento dell’acquisto della quota di Lo Turco lo feci forse con dei bonifici, attraverso più tranche, su un conto corrente che il Lo Turco aveva aperto nella stessa filiale….”. Prima di concludere la sua deposizione davanti ai magistrati della DDA di Messina, Giuseppe Denaro ha affermato di aver conosciuto “uno solo” dei fratelli Romeo. “Lo conobbi perché lo incrociai nel locale di Ivan Soraci di via Tommaso Cannizzaro, ove occasionalmente facevo la spesa. Ricordo che quando uscì la foto sul giornale io riconobbi il soggetto, ma non so indicare il nome…”.

La partecipazione associativa dei due indagati, Ivan Soraci e Maurizio Romeo, e l’estorsione risultano provate con gravi indizi, dichiarativi e documentali”, conclude il Gip del Tribunale di Messina nell’ordinanza Beta 2. “Che entrambi i soggetti operino per Vincenzo Romeo e per l’associazione e che siano partecipi di essa emerge da tutti i loro comportamenti e rapporti…”.