Delitto Caccia, Fabio Repici: “Il messinese Barresi fu un agente provocatore”

7 Febbraio 2019 Inchieste/Giudiziaria

di Aaron Pettina Ri – Ieri mattina, davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Milano, si è tenuta l’udienza dibattimentale sull’omicidio del Procuratore di Torino, Bruno Caccia, ucciso nel giugno 1983, che vede come imputato Rocco Schirripa, il panettiere di origine calabrese condannato all’ergastolo nel luglio 2017. Il sostituto pg Galileo Proietto ha chiesto la conferma della condanna e nella sua requisitoria ha ricostruito le varie fasi delle indagini che portarono l’imputato ad essere arrestato nel dicembre 2015, a cominciare dalla lettera anonima che era stata inviata a Domenico Belfiore, già condannato all’ergastolo per il delitto, alla fine di agosto del 2015. Una lettera che, come scritto nelle motivazioni della sentenza di primo grado, assieme alle intercettazioni successive tra Belfiore, Barresi e l’imputato, assume il valore di prova decisiva.
“Il significato dei dialoghi tra Domenico Belfiore, Placido Barresi e Rocco Schirripa – avevano scritto i giudici – è emerso in modo chiaro e inconfutabile, attesa la qualità della registrazione, la chiarezza delle affermazioni rese dagli interlocutori, la serietà degli stessi nell’affrontare l’argomento, la ripetuta e coerente manifestazione di preoccupazione per la lettera anonima e, in particolare, per quel ‘nome in più’ (il nome dell’imputato) che era stato indicato nella lettera”.
Il sostituto pg ha condiviso la tesi della Dda milanese per cui l’omicidio Caccia fu una dimostrazione di fedeltà data da Schirripa ai boss i quali sarebbero stati ‘irritati’ dall’estremo rigore del magistrato torinese.
“Quella di primo grado – ha sostenuto Proietto, che nel novembre scorso ha avocato la nuova indagine sull’omicidio Caccia a carico dell’ex militante di Prima linea Francesco D’Onofrio – è una sentenza giusta, che ha
preso in considerazione le esigenze di tutte le parti. Dopo 30 anni è stato fatto un primo passo verso la giustizia, speriamo che non ne passino altri 30 perché sia fatta completamente”. Proietto ha anche ricordato alla Corte la testimonianza di Domenico Agresta, 30enne pentito di ‘Ndrangheta che rivelò prima agli inquirenti e poi al processo a Milano, di avere saputo dal padre e boss di ‘Ndrangheta Saverio Agresta, che Rocco Schirripa e D’Onofrio facevano parte del gruppo di fuoco che uccise il magistrato torinese. Secondo il pg, il figlio del boss è attendibile anche perché “è nato ndranghetista, ha respirato ‘Ndrangheta sin da quando è nato e suo padre è un nome di spicco della ‘Ndrangheta piemontese”.

La famiglia Caccia chiede la riapertura del dibattimento
Chi non ha mai smesso di cercare la verità sul delitto Caccia è il legale della famiglia Fabio Repici che da sempre ha denunciato le “pesanti omissioni e i depistaggi durante le indagini sull’omicidio” opponendosi anche alle molteplici inchieste di archiviazione in particolare sulla pista “mafia e riciclaggio” che vede indagati Rosario Pio Cattafi, soggetto ritenuto vicino all’estrema destra e alla mafia siciliana, e Demetrio Latella, (entrambi iscritti nel registro degli indagati per il delitto dal 2 luglio 2015).
Ieri Repici ha chiesto la riapertura dell’istruttoria dibattimentale in quanto ci sono diversi elementi che andrebbero valutati. “Io ritengo che Placido Barresi sia stato un agente provocatore – ha detto il legale – e nonostante abbia violato più volte le
prescrizioni del magistrato di sorveglianza non ha mai perso il beneficio della semi libertà”. Proprio per questo i mesi scorsi la famiglia aveva anche presentato un esposto al Tribunale di sorveglianza per chiedere la revoca della semi-libertà. La parte civile ha chiesto inoltre alla Corte di sentire alcuni testimoni, tra cui Marcello Maddalena, l’ex procuratore capo di Torino che lavorò per anni con Bruno Caccia e il collaboratore di giustizia Daniel Panarinfo.
La riapertura del dibattimento è stata chiesta anche dalle difese di Schirripa, gli avvocati Basilio Foti e Mauro Anetrini.
Intanto lo stesso imputato ha rilasciato delle dichiarazioni spontanee in cui ha detto di essere innocente accusando i pentiti: “Non ci sto più a stare in carcere da innocente” e “mi fa veramente rabbia che queste persone si vendichino su di me per avere i loro benefici. Rocco Schirripa non c’entra niente e non lo dico io, ma i fatti”. “Hanno studiato a tavolino per trovare un capro espiatorio e hanno scelto me perché ero una preda facile – ha aggiunto ancora Schirripa – sono compare di Domenico Belfiore, sono pregiudicato e sono calabrese”. E ancora: “Non mi sono mai macchiato di fatti di sangue, lo grido con tutte le mie forze: sono innocente”.
Sulle varie richieste delle parti la Corte, presieduta da Maria Grazia Bernini, deciderà dopo le conclusioni delle difese previste il 13 febbraio prossimo.