Il pentito Biagio Grasso e il verminaio Messina: “Qui la massoneria conta più della mafia”

7 Febbraio 2019 Senza categoria

Di Salvo Palazzolo – «Quella maledetta città», la chiama. «La città gestita al cento per cento dalla massoneria». È impietoso l’ultimo racconto del verminaio Messina. L’imprenditore Biagio Grasso continua a parlare con i magistrati della procura. E continua ad accusare. Dopo i mafiosi e i loro complici, i professionisti. «Gli insospettabili di questa città — li definisce — quelli che neanche noi, neanche lei, nessuno riesce a capire». Eccolo, il nuovo verminaio.
Tre giorni fa l’ultimo blitz, che ha svelato un’altra delle stanze di Messina dove si fanno affari, si media, si risolve. La stanza dell’avvocato Andrea Lo Castro, pronto a offrire soluzioni — ai mafiosi del clan Santapaola, ma anche a imprenditori e colletti bianchi disposti a pagare — per realizzare maxi-evasioni fiscali.

Quante altre stanze segrete ci sono a Messina? Qualcuna ha anche passaggi segreti che portano a Palermo. Per altri affari. Bisogna leggere i racconti che il neo-collaboratore di giustizia Grasso ha fatto al procuratore Maurizio de Lucia e ai suoi sostituti per provare a capire cosa è davvero oggi il nuovo verminaio.

«La massoneria a Messina è una forza micidiale — premette Grasso — una forza invisibile per tutti i settori. La massoneria è un dato di fatto. Anche se sono 25 o 30 per ogni loggia, poi sono 200, 300 logge». E spiega, ancora più nel dettaglio: «La massoneria è gestita a tre livelli. C’è un livello super alto, dove chiaramente, non ha accesso quasi nessuno. Poi c’è quello medio, che invece è quello in cui ho sbattuto io, dove c’erano persone come l’avvocato Andrea Lo Castro, nella loggia che ha sede di fronte il bar Doddis». E’ più di un racconto giudiziario quello di Grasso. E’ un trattato di sociologia, è il racconto di una città. «Altro che mafia — dice, parlando della massoneria di Messina che stringe affari — la mafia è la manovalanza e riesce a risucchiare quel poco che è fuori». In certe stanze massoniche, invece, si fanno i veri affari. Ed ecco che il filo della fratellanza massonica conduce da Messina a Palermo.

Grasso ha raccontato ai magistrati che incontrò a metà del 2016 «Tommaso Micali, dipendente della banca Fideuram e appartenente a logge massoniche, mi presentò un tale Giovanni Rovito, anch’egli appartenente alla stessa loggia di Micali, che ha sede a Messina di fronte al bar Doddis. Micali — spiega il pentito — è di Messina, ma dipendente dell’Esa di Palermo, è stato assessore del Comune di Bagheria». Ebbene, Micali e Rovito incontrano Grasso in una saletta al primo piano di Banca Fideuram. «Lì, mi dissero che vi era un loro amico di Palermo, anch’egli appartenente ad una loggia massonica, il quale aveva interesse a fare rientrare e riemergere in Italia dei capitali, detenuti all’estero, ed in particolare in un paese dell’ex blocco sovietico, che non era la Russia, probabilmente la Bielorussia».

L’ammontare della prima tranche era di 60 milioni di euro. «Rovito e Micali chiesero il mio aiuto — precisa l’imprenditore Grasso — sapendo che avevo dimestichezza in operazioni bancarie di questo tipo». Ed ecco che arriva il nome del misterioso fratello massone palermitano: «E’ il dottore Lapis — mettere a verbale il pentito — che io avevo avuto modo di conoscere nel 2003 nel suo studio di via Libertà». Gianni Lapis, l’avvocato tributarista al centro di tanti affari, condannato per essere uno dei prestanome della famiglia Ciancimino e anche per il crac della Sicilcassa, per quest’ultima accusa sta scontando una condanna a 6 anni e 5 mesi. Nel 2003, nel pieno degli affari della Gas Natural gestita da Lapis e dai Ciancimino, Grasso aveva ottenuto dei subappalti per i lavori di metanizzazione nei comuni di Giammoro, Pace del Mela e San Filippo del Mela.
«Quando seppi di chi si trattava — precisa l’imprenditore — sapendo che c’erano delle importanti attenzioni di natura giudiziaria su di lui, dissi di non volere partecipare in prima persona all’operazione, ma mi resi disponibile a fornire il mio know-how in cambio di una percentuale pari al 10 per cento».

Grasso racconta di una riunione di Rovito e Micali con Lapis, a Palermo. «Al ritorno, Micali mi riferì in maniera evasiva del contenuto dell’incontro, ma poi venni tagliato fuori da questa operazione, e non ne seppi più nulla».

E’ rimasto il giallo su quel rientro di capitali. C’è un altro passaggio nel verbale di Biagio Grasso che apre uno scenario: «Rovito mi riferì che nell’affare del dottore Lapis lui aveva intuito che aveva interesse anche la famiglia Ciancimino. Ciò lo intuì in considerazione dell’elevato importo del denaro oggetto dell’operazione stessa». Conclusione: «Rovito mi riferì che il dottore Lapis era una persona di cui ci potevamo fidare essendo anche lui massone». Ma anche i massoni litigano, e poi gli affari ne risentono. «Seppi — aggiunge il pentito — che in quel periodo Rovito e Micali avevano una contrapposizione per ragioni legate alla loro appartenenza massonica, in quanto Rovito non sosteneva Micali nella nomina di vertice all’interno della loggia». Da Palermo.repubblica.it