Anche a Messina – ‘Ndrangheta a Reggio Calabria, sequestro per 200 milioni a 4 imprenditori vicini alle cosche

19 Novembre 2019 Inchieste/Giudiziaria

È in corso a Reggio Calabria un’operazione della guardia di finanza, dei carabinieri e della Dia, con il coordinamento della Dda, diretta dal procuratore della Repubblica, Giovanni Bombardieri, per l’esecuzione di un provvedimento di sequestro di beni mobili ed immobili per un valore di duecento milioni di euro riconducibili a quattro imprenditori reggini.

Si tratta di Michele e Giuseppe Surace, Andrea Giordano e Carmelo Ficara. Gli imprenditori destinatari del provvedimento di sequestro sono indiziati di essere vicini alle più importanti cosche di ‘ndrangheta di Reggio Calabria.

I quattro erano già stati arrestati nell’aprile del 2018 e indicati come contigui alle più importanti cosche di ‘ndrangheta della città, furono coinvolti all’epoca nell’operazione denominata “Monopoli” con l’accusa di associazione per delinquere di tipo mafioso, intestazione fittizia di beni ed autoriciclaggio.

L’operazione di oggi è stata portata avanti dai comandi provinciali della guardia di finanza e dei carabinieri di Reggio Calabria, con il Centro operativo della Dia e il Servizio centrale investigazione criminalità organizzata della finanza, con il coordinamento della Dda, diretta da Giovanni Bombardieri. I provvedimenti sono stati emessi dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria – presieduta da Ornella Pastore – su richiesta del procuratore aggiunto Calogero Gaetano Paci e dei sostituti procuratori Walter Ignazitto e Stefano Musolino.

I

quattro imprenditori coinvolti sono indiziati di “appartenere” alle cosche reggine dei Tegano e De Stefano. Tutti e quattro erano stati arrestati nell’ambito dell’operazione “Monopoli” condotta dal comando provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria, all’esito della quale – nel 2018 – erano stati raggiunti da provvedimenti restrittivi personali per i reati di associazione mafiosa), trasferimento fraudolento di valori, autoriciclaggio.

Le indagini. L’inchiesta, avviata nel febbraio 2017 dai militari del Nucleo Investigativo del comando provinciale di Reggio Calabria, ha fatto luce su un sistema di collegamenti criminali, coltivati da imprenditori reggini che, sfruttando l’appoggio delle coschecittadine, erano riusciti ad accumulare, in modo illecito, enormi profitti prontamente riciclati in fiorenti e diversificate attività commerciali.

In particolare le indagini avrebbero dimostrato che Andrea Giordano e Michele Surace, aiutato dal figlio Giuseppe, sfruttando l’appoggio delle cosche, fossero riusciti ad accumulare, milioni di euro poi riciclati attraverso diverse attività commerciali – tra le quali l’unica sala bingo di Reggio – attività gestita in regime di monopolioin virtù di precisi accordi stipulati con esponenti apicali della famiglia Teganodi Archi – nonché reimpiegando grosse quantità di denaro per lo più nel settore edile, grazie alla costituzione di svariate società fittiziamente intestate a prestanome.

“Questa Procura della Repubblica continuerà a mantenere alta la vigilanza e perseguirà tutti i patrimoni illecitamente accumulati dalla ndrangheta e da imprenditori collusi o compiacenti“. A dirlo il procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri incontrando i giornalisti per illustrate l’ennesimo, ingente, sequestro preventivo di beni disposto dalla sezione misure di prevenzione del tribunale a conclusione di una indagine coordinata dal procuratore aggiunto Gaetano Paci e dai PM Walter Ignazitto e Stefano Musolino, ed eseguita congiuntamente da Guardia di finanza, Carabinieri e Dia. Nel mirino dello Stato sono finiti quattro imprenditori edili, Andrea Giordano, di 68 anni, Michele Surace (62), Giuseppe Surace (35), e Carmelo Ficara (63), indicati dagli investigatori come appartenenti o contigui alle cosche dominanti della ‘ndrangheta reggina, i De Stefano-Tegano, che hanno edificato oltre quattrocento immobili “ben spalmati – ha detto Bombardieri – in tutta la città”.

Concorrenza spietata. Un autentico monopolio

Attività che comprova la forza di questi personaggi grazie alla protezione della mafia. Un autentico regime di monopolio che nei fatti ha cancellato ogni potenziale concorrenza di altre imprese, asfissiando così il libero mercato e producendo distorsioni tali da portare al fallimento altri concorrenti e provocando ulteriore disoccupazione. Una concorrenza spietata – ha aggiunto il magistrato – tale da permettere una velocissima accumulazione di capitali a disposizione della ‘ndrangheta, con ulteriori attività di riciclaggio, tant’è che nel provvedimento di sequestro, oltre alle posizioni bancarie, risultano ben venti società, 13 autoveicoli e terreni non solo a Reggio Calabria ma anche a Milano e Messina“.

“I soggetti prevenuti e sottoposti a sequestro beni – ha detto Paci – rappresentano il modello classico di imprenditore che si impone egemone sul mercato grazie alla ‘ndrangheta, impedendo la legittima concorrenza grazie al ricorso alla potenza di violenza tipica delle organizzazioni mafiose. Dei loro beni con questa indagine è stata ricostruita minuziosamente ogni singola attività, ogni singola società”. Paci, inoltre, ha descritto il sistema utilizzato dal poker degli imprenditori indagati, che “emettevano fatture per operazioni inesistenti, funzionali alla consumazione di frodi fiscali e di riciclaggio, nonché per favorire il reimpiego di imponenti flussi finanziari provenienti da imprenditori espressione dell’infiltrazione economica della ndrangheta”. I comandanti provinciali dei carabinieri e della Guardia di Finanza ed il direttore della Dia di Reggio, colonnelli Giuseppe Battaglia, Flavio Urbani e Teodosio Marmo, hanno rimarcato “il valore e l’efficacia della sinergia, anche insieme alla polizia di Stato”, che ha consentito negli ultimi due anni di confiscare e sequestrare in provincia di Reggio Calabria beni per un valore prossimo a due miliardi di euro.