L’opinione di Kostas Arvanitis sull’omicidio Soleimani: “Si vis pacem…”

7 Gennaio 2020 Politica

I latini lo dissero per primi: si vis pacem, para bellum. Se vuoi la pace, preparati alla guerra. È logico che il capo di un imperium, convinto (e in effetti ne ha fatto slogan) che sia un suo diritto diritto interferire nella politica interna degli stati che hanno un ruolo strategico per i suoi interessi all’estero, lo faccia non solo per obbedire ma anche per estendere questa logica. Diffonderla tanto da trasformarla in “se vuoi la pace, dichiara prima la guerra”.

O forse no?

Donald Trump non è un politico qualunque. È l’uomo che ha creato lo slogan “America First”, che è riuscito a convincere gran parte dell’elettorato che la politica dei muri verticali – nel vero senso della parola – porterà alla rigenerazione di un’economia che sta fallendo; che l’industria americana non soffra di mancanza di competitività, ma, piuttosto, degli attacchi della concorrenza sleale.

I precedenti abbagli erano principalmente legati a problemi interni agli Stati Uniti. L’illusione dell’opinione pubblica, che vedeva in Trump un messia americano, era destinata a durare poco. Una volta logorata, un’altra narrazione avrebbe preso il suo posto. Una politica interna senza via d’uscita va esportata e quindi trasformata. Si vis pacem, para bellum … Come hanno fatto per secoli, centinaia di capi affini …

Alcune settimane fa, un editorialista del New York Times scrisse del presidente americano: “Donald Trump. Uomo a doppio binario: il suo intelletto è inversamente proporzionale a quello dei suoi missili. ” E profetizzò: “L’atteggiamento attendista con l’Iran non durerà a lungo. Anche se gran parte dell’elettorato pensa che una guerra con l’Iran sarebbe una follia, prevarrà l’esigenza del presidente di dimostrare la supremazia degli Stati Uniti sul mondo. Prima del bellum”.

Che cosa vuole Trump?

La risposta ha molti livelli di interpretazione.

A livello di discorsi da bar, basterebbe dire che “vuole mantenere l’America nel gioco del controllo delle risorse energetiche”. In una discussione più approfondita, si dovrebbe tenere conto degli equilibri in Medio Oriente, delle azioni delle organizzazioni paramilitari sciite in Iraq, del conflitto civile in corso in Siria, della procedura d’impeachment e della pressante necessità di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica su altro, qualcosa in grado di creare fronti uniti contro gli “altri”.

In tutto ciò, c’è l’opposizione americana che annusa la debole preda: dopo gli attacchi alle basi statunitensi in Iraq, la risposta degli Stati Uniti agli obiettivi dei miliziani iraniani e la risposta di Teheran all’ambasciata americana a Baghdad, i – fino a quel momento – democratici “pacifisti” hanno cambiato musica. La dottrina “con il dito sul grilletto” viene improvvisamente accettata. Scegliere un obiettivo di alto profilo non sorprende più nessuno. Il generale iraniano Qasem Soleimani, una vera rock star per i nazionalisti iraniani, era l’ideale. Il suo omicidio non ha provocato contraccolpi significativi.

Per i media americani, l’attentato omicida contro un obiettivo per il quale non ha dichiarato guerra non costituisce una violazione del diritto internazionale. Le reazioni tiepide della BBC, le insignificanti dichiarazioni del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres (“il mondo non può permettersi un’altra guerra del Golfo”), e del Consiglio d’Europa (“il ciclo di violenza e rappresaglie deve finire”) – ma anche la comica provocatoria affermazione di Macron che chiedeva all’Iran “di mostrare moderazione” (!) la dice lunga.

Che cosa dicono?

Per cominciare, irrompe la narrazione: “Europa e America hanno abbandonato il dogma dell’espansionismo”. La stessa fretta di allearsi con i loro rivali ideologici e politici, contro – non un nemico comune ma un obiettivo economico comune – li tradisce.

Le Nazioni Unite, gli organismi europei che garantiscono la ricerca di soluzioni pacifiche, i forum internazionali dei leader, non reagiscono di fronte alle lobby delle società che operano in Medio Oriente che determinano, attraverso le decine di migliaia di lobbisti (e questo non è un numero fantasioso…), la loro politica neocoloniale.

Le poche voci che hanno notato la stessa nota strategia: “guerra – devastazione – saccheggio – ricostruzione corporativa” sono considerate dall’establishment politico internazionale, pittoresche. La retorica da slogan “tanto si sarebbero massacrati da soli” ricorda lo slogan dei narcotrafficanti (“se non lo avessi fatto io, lo avrebbe fatto qualcun altro”) e invece di essere trattata con disprezzo è tenuta in seria considerazione (anche nelle aule del parlamento!)

Solo una cosa è cambiata: ora che abbiamo “offerto la democrazia” alle nostre ex colonie, abbiamo trasformato l’imperialismo in una parola tabù. Non è permesso pronunciarla ma che dico: anche solo di pensarla! Perché l’imperialismo fa venire in mente l’invasione, i massacri, i profughi, l’avidità, la divisione dell’umanità in sviluppati e sottosviluppati, la devastazione del pianeta come se non ci fosse un domani.

In Australia, i negazionisti dei cambiamenti climatici si scervellano per trovare argomenti per spiegare le anomalie meteorologiche responsabili delle temperature talmente elevate che stanno bruciando le foreste da quattro mesi! Venti tempestosi e temporali secchi, senza pioggia (!) tradiscono la narrazione del primo ministro, Scott Morrison, che si dichiara innamorato della lignite …

Ma un domani c’è. In alto c’è sempre la stessa insegna, come quando Leopoldo del Belgio (per ricordare la sede della nostra Europa Unita) saccheggiò i congolesi e ricevette in cambio una proprietà privata 76 volte il Belgio.

E l’insegna dice: “Imperialismo”.