Delitto Agostino, il gip dice no all’arresto dei boss Nino Madonia e Gaetano Scotto

28 Gennaio 2020 Inchieste/Giudiziaria

di SALVO PALAZZOLO - Da trent’anni è un mistero, destinato a durare ancora. Nei mesi scorsi, la procura generale di Palermo aveva chiesto due arresti per l’omicidio dell’agente Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio: per i boss Nino Madonia e Gaetano Scotto. Ma ieri il giudice delle indagini preliminari Marco Gaeta ha rigettato la richiesta di custodia cautelare. Per il gip, non ci sono sufficienti elementi per stringere il cerchio delle responsabilità attorno al capomafia del mandamento di Resuttana, in carcere dal dicembre 1989, e per il mafioso dell’Acquasanta da sempre ritenuto trait d’union fra Cosa nostra e ambienti deviati dei servizi segreti.

Resta il mistero, nonostante gli appelli accorati dei genitori e delle sorelle dell’agente ucciso: «Quanta amarezza – ci diceva alcuni giorni fa papà Vincenzo al palazzo di giustizia – mia moglie Augusta è morta quasi un anno fa senza conoscere la verità, e io sono ormai stanco di combattere contro un muro di gomma: la verità sulla morte di Nino e Ida, ne sono sicuro, è dentro lo Stato». E oggi l'avvocato di parte civile della famiglia, Fabio Repici, rilancia: «Prendiamo atto della decisione del gip, assunta con una certa lentezza, la riteniamo gravemente sbagliata. Rileviamo che ancora lo Stato a oltre trent’anni dal delitto non abbia la forza per affermare la verità sull’uccisione di Nino Agostino e Ida Castelluccio. Riteniamo che ciò sia oggettivamente l’effetto del coinvolgimento di apparati istituzionali nel delitto».

Il depistaggio

Nino Agostino era ufficialmente un poliziotto addetto alle volanti del commissariato San Lorenzo. In realtà, avrebbe dato la caccia ai grandi latitanti, Riina e Provenzano. La sera del delitto – il 5 agosto 1989 - un compagno di pattuglia lo riferì all’allora capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera: «Me lo ha confidato lui stesso», scrisse in una relazione di servizio. Ma quella notizia così importante rimase chiusa in un cassetto per quattro anni, mentre La Barbera (lo stesso che poi costruì il falso pentito Scarantino) si ostinava a indagare sulla pista di un’improbabile vendetta dei familiari di un’ex fidanzata di Nino.

La sera del delitto, avvenne anche dell’altro: agenti della Mobile, probabilmente insieme a uomini dei Servizi, perquisirono casa di Agostino, ad Altofonte, portando via alcuni appunti.

La nuova indagine

Cosa c’è davvero dietro la morte di Nino e di Ida, che era incinta? I pentiti di mafia non hanno mai saputo dire nulla sugli esecutori del delitto. Tre anni fa, il procuratore generale Roberto Scarpinato aveva avocato l’indagine dopo la richiesta di archiviazione della procura per Scotto e Madonia. Nel fascicolo era indagato anche Giovanni Aiello, sospettato di essere “faccia da mostro”, il killer di Stato al servizio della mafia, poi deceduto nell’agosto 2017: alcuni collaboratori hanno raccontato di averlo visto in vicolo Pipitone, il quartiere generale della cosca di Resuttana.

La procura generale ha fatto nuove indagini, assieme agli investigatori del centro operativo Dia di Palermo. A seguire il caso sono stati i sostituti procuratori generali Nico Gozzo, da oggi in servizio alla procura nazionale antimafia, e Umberto De Giglio.

La pista nera

È stata approfondita anche una pista che già aveva portato la procura a sentire l’ex estremista di destra Stefano Volo, il professore noto a Palermo per le sue scuole private: secondo il suo ultimo racconto, Agostino gli avrebbe fatto da scorta, nella primavera del 1989. In quei mesi, Volo aveva chiesto di fare delle dichiarazioni: un funzionario di polizia del commissariato San Lorenzo, Elio Antinoro, lo aveva messo in contatto con Giovanni Falcone. Fra il 28 marzo e il 18 maggio, vennero fatti dodici interrogatori: il professore Volo confermava la pista dei killer neofascisti per l’omicidio del presidente della Regione Piersanti Mattarella, e poi rivelò di far parte della “Universal legion”, una struttura legata ai servizi segreti che assomigliava molto a Gladio, di cui ancora nessuno sapeva. Quegli interrogatori dicono molto della grande attenzione di Falcone per le parole di Volo.

Poi, tutto precipitò: a giugno, il fallito attentato dell’Addaura. Ad agosto, l’omicidio Agostino. Al funerale del poliziotto, il giudice disse al commissario Montalbano, che dirigeva San Lorenzo: «Questo omicidio è un segnale contro me e te». Frase rimasta misteriosa, che però lega gli eventi di quel 1989. Ora, la procura generale potrebbe fare appello contro il no del gip e insistere al tribunale del riesame per gli arresti. Mentre la famiglia torna a chiedere un processo:
«Siamo convinti, ormai da anni - dice ancora l'avvocato Repici - che le prove della responsabilità siano certe, nel processo riteniamo di poterlo dimostrare. Almeno questo lo Stato deve consentirlo, altrimenti la sua credibilità sulla strada della verità e della giustizia da oggi sarebbe nulla e irrecuperabile». da repubblica.it

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