Rischio Covid: ai domiciliari anche il boss Gino Bontempo, uno dei padrini della mafia dei pascoli

6 Maggio 2020 Inchieste/Giudiziaria

Sono 376 fra mafiosi e trafficanti di droga. A Palermo, 61. A Napoli, 67. A Roma, 44. A Catanzaro, 41. A Milano, 38. A Torino, 16. Tutti mandati ai domiciliari per motivi di salute e rischio Covid, nell’ultimo mese e mezzo. A rivelare alcuni dei nomi della lista segreta è Salvo Palazzolo su Repubblica.

Una lista riservata che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha inviato solo mercoledì scorso alla commissione parlamentare antimafia, che l’aveva sollecitata più volte al capo del Dap Francesco Basentini, che alla fine si è dimesso, travolto dalle polemiche per le scarcerazioni. Una lista che preoccupa anche i magistrati delle procure distrettuali antimafia, dalla Sicilia alla Lombardia, che continuano ad opporsi al ritorno dei boss nelle loro abitazioni, sollecitando piuttosto il trasferimento in centri medici penitenziari, che peraltro sono strutture di eccellenza della nostra sanità.

Resta forte infatti il rischio che i mafiosi continuino a comunicare con il clan. Soprattutto quando così tanti, all’improvviso, si ritrovano nei propri territori.

GINO BONTEMPO E LA MAFIA DEI PASCOLI

Le cinque pagine della lista riservata del Dap svelano che adesso si trova ai domiciliari tra gli altri anche Gino Bontempo, uno dei padrini della mafia dei pascoli che fino a gennaio dettava legge sui Nebrodi: dopo aver finito di scontare un’altra condanna aveva messo in piedi una rete di insospettabili professionisti per una maxi truffa all’Unione Europea, così ha razziato finanziamenti per milioni di euro.

Un affare che ha fruttato da 150 a 200mila euro a testa l’anno, per una cifra complessiva di 10 milioni di euro. Il clan dei Nebrodi usava mezzi virtuali ma pur “sempre un ritorno alla terra – scrive il gip di Messina, Salvatore Mastroeni – alla roba verghiana, solo che la terra, la roba, è quella altrui e serve a carpire denaro a pioggia che torna dall’Europa”. Terra spesso demaniale, intestata anche a soggetti deceduti da 8 o 10 anni. Un sistema messo in atto con plurime connivenze, con “diffusa omertà”, ma anche con estorsioni e intimidazioni. Dall’inchiesta è emerso, infatti, un controllo del territorio da parte di una mafia in grado di rapportarsi con i clan più potenti del resto della Sicilia, da pari a pari. U Uappu, al secolo Sebastiano Bontempo, emerge dalle indagini come capo indiscusso del clan dei Batanesi, il gruppo più potente, che prende nome da una delle 72 contrade di Tortorici ma si radica anche in un’altra provincia, a Centuripe, cioè ad Enna, a riprova di un ruolo da “collante” tra diversi territori, province e procure: quattro in tutto tra Messina, Catania, Enna e Caltanissetta.

Un territorio noto per il controllo mafioso già dagli anni ’90, ma sul quale dal 2007 al 2016 non era stata più avviata nessuna indagine. L’ultima, che ha avuto un primo esito oggi, ha inizio nel febbraio del 2016, mesi prima dell’attentato subito dall’allora presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, avvenuto nella notte del 18 maggio. Solo due settimane prima quei colpi esplosi sulla blindata che trasportava Antoci, sui Nebrodi si festeggiava con champagne il ritorno a casa del boss Sebastiano Bontempo, dopo 24 anni di carcere scontati per omicidio. Grandi festeggiamenti al ristorante Rinazzo per il ritorno del capomafia indiscusso – stando ai rilievi degli inquirenti – al quale sottostava anche il secondo clan dei tortoriciani, che fa capo ai Bontempo Scavo.

Il rapporto grazie al quale i Bontempo ottengono terreni senza che i reali proprietari possano battere ciglio: Ignazio Di Vincenzo, per esempio, ha concesso i suoi 15 ettari a Gino Bontempo, scarcerato in questi gironi, e Salvatore Costanzo Zammataro, senza alcun pagamento. Due contratti stipulati a nome della figlia di Bontempo, Lucrezia, e un altro a favore di una società. “Egli non è amico né conosce Bontempo Gino – scrive Mastroeni – eppure questi lo convoca, lui si presenta e cede i suoi 15 ettari non ricevendo niente in cambio, e sapendo, in entrambe le occasioni che sarebbe finita cosi. Il dato che spiega, amaramente, tutto è che Bontempo Gino è appena uscito dal carcere. La richiesta di presentarsi, dei contratti sui terreni sono l’esercizio di una intimidazione diffusa ed evidente, un mafioso non ha bisogno di minacciare, se chiede una cessione gratuita dietro c’è il peso della forza della mafia”. Tra le persone coinvolte nell’inchiesta anche un notaio di Canicattì, Nino Pecoraro e una decina di dipendenti dei Caa. “Questo processo, nei comportamenti degli imputati, riecheggia il protagonista delle “Anime Morte” di Gogol – continua il gip – lì il commercio era di soggetti e servi morti, qui di un territorio pure praticamente morto perché sottratto ai proprietari, e anche allo sviluppo e agli aiuti, dai mafiosi. Ma forse anche anime, perché soffocato è l’intero territorio e i suoi abitanti”.

È torna a casa, a Messina, anche Antonino Cambria Scimone, condannato a 12 anni nell’operazione Polena, considerato uomo di spicco del potente clan di Santa Lucia sopra Contesse.

Entrambi erano nel carcere di Siracusa, dove alcuni detenuti sono stati trovati positivi al Covid-19. I loro legali hanno chiesto ed ottenuto dal giudice di Messina la detenzione domiciliare.

Sono ai domiciliari per l’emergenza Covid-19 (c’è scritto nei provvedimenti) anche Fabrizio Garofalo, Massimiliano Munafò, Carmelo Mazzù, Vincenzo Gallo, Carmelo Vito Foti, Ottavio Imbesi, Francesco Doddo, Angelo Porcino e il catanese Salvatore Laudani.

 

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