#VIDEO – ARDITA: “Ci sono stati magistrati di antimafia buoni perché arrestano i criminali e magistrati cattivi perché si occupano dei rapporti mafia-potere…”

28 Luglio 2020 Inchieste/Giudiziaria

Foto di Enrico Di Giacomo

di AMDuemila – “Catania è l’epicentro narrativo di questo volumetto. Ho voluto raccontare questa città come era negli anni ’70 e ’80. Poi ad un certo punto ho raccontato fatti e fenomeni non solo di mafia, guerre di mafia ma anche guerre di politica, infiltrazioni, collusioni, disillusioni”. Queste sono state le parole del magistrato e consigliere togato del Csm, Sebastiano Ardita, durante la presentazione del suo libro ‘Cosa nostra S.p.A.’, tenutasi a Catania nel cortile di Palazzo Platamone. “Poi ho rappresentato la città nei tempi più recenti”, ha proseguito il magistrato, “lasciando che fosse il lettore a trarre le conclusioni di quelle che sono le differenze, valutando se, in queste differenze quelle vicende di mafia narrate avessero avuto una parte”.

Ardita, raccontando le differenze tra la Catania degli anni ’70, dove “i negozi erano tutti aperti, la gente andava per guardare, si fermavano le famiglie e l’incedere era molto lento e cadenzato” e la Catania di oggi, dove le persone scendono sole per strada, “i negozi hanno le saracinesche abbassate o le vetrine sono abbandonate e individui che da soli passeggiano guardando il telefono”, ha chiarito come “questa è una modifica importante nella vita di una città”, “è cambiato quello che è stato l’input principale dei catanesi: l’attività commerciale”.
“Catania è una città nella quale si è spenta quella energia fondamentale dei catanesi che era il dire dei piccoli commerci, perché è accaduto – ha spiegato il consigliere togato del Csm – che in una decina di anni sono sorte un numero impressionante di strutture di iper mercato e molte attività economiche hanno chiuso”. Purtroppo, come viene raccontato anche nel suo stesso libro, a Catania “è avvenuta con violenza una diversa distribuzione della ricchezza e del lavoro e improvvisamente è cambiato tutto. Se non avessimo avuto la amara opportunità di verificare come questo cambiamento è avvenuto”, ha continuato Ardita, “se non avessimo letto gli atti giudiziari che hanno riguardato Cosa Nostra catanese che ci hanno spiegato come sono sorti gli ipermercati, con quanti ‘pasticci’ sono sorti, con che concorrenza tra mafiosi e imprenditori sono sorti, non avremmo mai capito quello che era accaduto a Catania”.

“Il tema fondamentale”, ha detto il magistrato, era che negli anni ’80 “c’è stato un atteggiamento di contenimento del fenomeno mafioso perché era sempre visto con atteggiamento ambivalente: da un lato era un fenomeno negativo perché legato alla criminalità e dall’altro era un fenomeno che qualcuno pensava di poter gestire per un interesse proprio. Perché la mafia era un potere in certi territori”.

“Purtroppo la parabola di una mafia soltanto che spara è diventata negli ultimi tempi una brutta storia, che ha consentito diversi fenomeni di mutamento di questa realtà, all’interno anche della stessa Cosa nostra”, ha affermato Ardita. “Siccome sono stati fatti un sacco di soldi sporchi e le famiglie sono organizzate con delle strutture particolari, qualcuno ha pensato di poter tagliare il cordone ombelicale con la parte più militare della organizzazione, e di trasformare questa Cosa nostra in quello che può essere una Cosa nostra S.p.A, una realtà votata al reinvestimento, ai rapporti che contano”, ha proseguito.
“D’altra parte la mafia questo è: i rapporti tra la criminalità di élite e il potere. La criminalità, le attività illegali in tutte realtà di territorio sono organizzate in reti, non tutte le reti sono mafiose, ma le reti convergono verso un vertice, la sintesi di questo vertice è la mafia: il soggetto che interloquisce con il potere. Credo che negli ultimi tempi l’aver voluto dipingere il fenomeno mafioso che un fenomeno che spara è servito a molti: a mettere in silenzio coloro i quali volevano andare a disvelare i rapporti più importanti, quelli che alimentano il fenomeno e che lo ledono al potere e dall’altra parte a lasciare in una condizione di limbo i quartieri nei quali si sono formate le squallide realtà che traggono spunto dal disagio e poi armano la Cosa nostra, in modo militare”.

“Quindi si possono arrestare 1, 2 o 100 di questi killer ma non si è combattuta la mafia”, ha chiarito il consigliere togato del Csm, “hai colpito un terminale di cui le reti criminali si servono ma che di per sé non è sufficiente per dire che si è vinta la battaglia contro la mafia. Dietro questa ipocrisia c’è molta storia, ci sono carriere, c’è un’antimafia di maniera, ci sono stati magistrati di antimafia buoni perché si sono occupati di catturare coloro che svolgono un’attività criminale e ce ne sono alcuni che sono considerati cattivi perché si occupano anche dei rapporti della mafia con il potere, che sono quelli più scomodi e che incidono su quelli che sono gli equilibri importanti e istituzionali”. Sono magistrati “che fanno verità e cercano giustizia”.
“Tutti i fenomeni criminali organizzati sono fatti di storie di persone e le storie di persone, comunità e società anche deviate sono soggette ai ricorsi storici”, ha continuato il magistrato, “tutti sappiamo che non esiste nulla di nuovo nella storia, ma solo la rielaborazione di fatti che sono già accaduti in modalità già realizzate. Dunque il pericolo è sempre presente”. Ardita ha ricordato infatti le dichiarazioni del pentito Galatolo, già prima menzionate da Nino Di Matteo, chiarendo che “l’esplosivo era già arrivato a Palermo ed era per Nino Di Matteo”. Ecco perché “ci siamo arrabbiati per le scarcerazioni dei mafiosi: non è che lo abbiamo fatto perché non ci piacciono certe scelte amministrative che avvengono nell’amministrazione penitenziaria, lo abbiamo fatto perché c’è un pericolo concreto di riorganizzazione militare di Cosa nostra. Tutto quello che si è determinato in termini di equilibrio tra Stato e mafia, rispetto a quelle che possono essere le forme di attacco allo Stato è un equilibrio che vive di variabili, ma se qualcuna di queste variabili salta, salta tutto, salta quell’equilibrio. Ecco perché il rischio dei 250 mafiosi scarcerati è enorme se ci sono capi di famiglie mafiose anche su questo territorio che sono tornati fuori dal carcere. Bisogna tenere gli occhi aperti”.
“L’amarezza maggiore che abbiamo in questi anni è quello di avere visto accanto a forme importanti di impegno culturale contro la mafia intesa anche come rapporto con il potere anche un’antimafia che ha preteso di diventare essa stessa potere ed ha quindi contraddetto se stessa”, ha proseguito il consigliere togato del Csm.
“Questo modo di intendere l’antimafia oggi necessita di due elementi fondamentali. Un elemento di attenzione a quelle che sono le dimensioni reali del fenomeno: non c’è più tempo di proclami, affermazioni e pronunce di leggi che aggravano il 41bis, che aumentano pene per reati per poi cedere di fronte ad una banalità, ad una questione che riguarda una pandemia. Quando tutti i cittadini vengono costretti a casa e i detenuti al 41 bis vengono aperti e mandati in una zona rossa per essere curati. Queste sono le assurdità di un sistema che evidentemente sta cedendo dalle fondamenta, di un sistema che è eroso da una reazione strumentalmente garantista, ma non realmente garantista. Perché il garantismo è un’altra cosa: è il rispetto dei diritti, di civiltà della pena, fa parte dello stato di diritto.
Io credo che quando si affrontano questi fenomeni non si può avere un atteggiamento ipocrita e sprezzante e non si può considerare la mafia un fenomeno sordido, squallido relegato a certi nomi e a certe famiglie e soprattutto confinato dentro certi quartieri, perché la mafia che conosciamo noi, quella di Catania è una mafia che si è alimentata nei rapporti con il potere e nell’incapacità delle istituzioni del mondo che conta di prendere coscienza di questo rapporto. Occorre invece avere una prospettiva diversa che manca a volte e che vedo sempre più spesso in questa città”.
“Io ho ancora speranza”, ha affermato poi il magistrato, “Catania è una città viva culturalmente, che ha capito che il problema non è l’emarginazione dei quartieri. Ha capito che per risolvere il problema bisogna entrare in questi quartieri, guardare questa gente e far capire che non esiste una città bene e una città emarginata che crea problemi, ma che c’è un mondo unico in cui c’è chi ha avuto la fortuna di crescere in una famiglia borghese e chi è vissuto in realtà emarginate in cui veniva alimentato il meccanismo mafioso.
“L’obiettivo in questo momento”, ha chiarito in conclusione Ardita, “è quello di entrare in questi quartieri in modo diverso, con l’atteggiamento di chi vuole riscattarsi e superare quelle barriere, di chi vuole farsi carico di ragazzini cresciuti con il papà in carcere e che hanno solo voglia di riscatto e voglia di essere accuditi e ascoltati prima che diventino criminali dalla Catania bene”.

 

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