MAFIA: C’E’ UN NUOVO PENTITO NEL CLAN GIOSTRA. ECCO I VERBALI INEDITI

17 Ottobre 2020 Inchieste/Giudiziaria

Di Enrico Di Giacomo – “Sono Barbera Vincenzo (foto), nato a Messina il 18-08-1968, in atto detenuto. Confermo la mia volontà di collaborare con la giustizia…”. Un colpo di scena giovedì ha caratterizzato l’udienza preliminare dell’operazione “Dominio” (dove sono stati decisi due patteggiamenti e una serie di istanze di ammissione al rito abbreviato), sul nuovo assetto del clan di Giostra a Messina: i pubblici ministeri Liliana Todaro e Maria Pellegrino, hanno depositato nuove dichiarazioni accusatorie da parte di Vincenzo Barbera, fratello di Gaetano, che ha deciso di collaborare e raccontare alcune dinamiche dell’associazione di stampo mafioso del quartiere di Giostra. Sono stati consegnati dai pm anche altri atti a riscontro della sua testimonianza.

Dopo aver reso ben tre interrogatori dinanzi ai pubblici ministeri a dicembre dello scorso anno e poi a maggio e luglio di quest’anno, subito dopo il lockdown che ha fermato per qualche mese anche la macchina della giustizia, è il 3 settembre e poi appena 15 giorni fa, il primo di ottobre, che Vincenzo Barbera manifesta la volontà di collaborare con la giustizia, raccontando in modo più dettagliato una serie di fatti illeciti e rivelandone di nuovi ai pm Todaro e Pellegrino e agli investigatori della Squadra Mobile in una località rimasta segreta per ragioni di sicurezza. Sono tanti gli argomenti trattati dal neo collaboratore di giustizia. Vediamone alcuni.

Il ferimento di Angelo Arrigo.

Vincenzo Barbera racconta, durante uno degli interrogatori, del ferimento di Angelo Arrigo e del padre da parte di Antonio Bonanno. “Prima di litigare Arrigo e Bonanno erano soci nell’attività di spaccio di cocaina, sempre nella zona di Giostra. Bonanno a un certo punto si volle vendicare, sparando contro Angelo Arrigo. Fu lo stesso Arrigo che, nel confermarmelo, mi offrì 50mila euro per vendicarsi e sparargli nella gamba. Io risposi di aspettare e vedere come si sarebbe comportato…”. Vincenzo Barbera garantiva protezione e appoggio a diversi pregiudicati, “sia perchè ero da poco uscito dal carcere, sia perchè sapevano che ero il fratello di Gaetano Barbera, che all’epoca si trovava in località protetta”. “Io proteggevo Angelo Arrigo per soldi, il mio unico interesse era quello. Lui in cambio mi doveva dare 2mila euro al mese (‘poco a poco…’). A mio fratello invece dava la somma di 800 euro al mese, somma che integrava con una parte dei proventi del bar che lo stesso Arrigo aveva aperto insieme a Carmelo Prospero e Giuseppe Cardullo nella zona di Villa Lina, di fronte alla Chiesa di San Matteo. Credo che la somma si aggirasse intorno a 600 euro al mese, – rivela ai pm Barbera – in più Arrigo era pronto a soddisfare qualsiasi richiesta di mio fratello. Arrigo la somma a me spettante me la consegnava poco a poco. Fino a che una volta ha rinviato pure il pagamento della tranche che mi doveva, suscitando la mia reazione e la mia ira. Infatti non volevo più a che fare con lui e stavo progettando l’incendio della sua autovettura e di bloccare la sua attività di spaccio. Mi dissuase mio fratello Gaetano…”.

L’operazione Predominio e l’accusa di associazione di stampo mafioso. Ecco le nuove rivelazioni di Vincenzo Barbera. 

“Risponde al vero l’accusa di associazione di stampo mafioso che mi viene contestata nell’ambito del procedimento ‘Predominio'”. Vincenzo Barbera ammette la partecipazione al gruppo dedito all’acquisto, distribuzione e cessione sul mercato di sostanze stupefacenti, nello specifico marijuana e cocaina smantellato a dicembre dalla Squadra Mobile che eseguì 14 ordinanze di custodia cautelare con l’accusa di aver costituito e fatto parte di un’associazione di tipo mafioso finalizzata al controllo del quartiere di Giostra, anche mediante delitti contro la persona e il patrimonio, «diretti al conseguimento di profitti ingiusti che confluivano in una cassa comune, nonché all’acquisizione in modo diretto o indiretto della gestione o comunque del controllo di attività economiche, specie nel settore delle sale giochi». I dominus? Per la Dda, ma lo conferma anche il collaboratore Barbera, erano Gaetano Barbera e Nicola Galletta.

“Ne facevano parte, oltre a me e a mio fratello, Nicola Galletta, Salvatore Bonaffini, Pasquale Pietropaolo, Emanuele La Boccetta, Cosimo Maceli… alla bisogna Galletta chiamava pure OMISSIS per farsi aiutare in qualche questione. Del gruppo facevano parte altri soggetti, come Angelo Arrigo, OMISSIS che si occupavano di droga e dell’acquisto di armi nell’interesse di mio fratello. Tutti interagivano tra loro per risolvere vari problemi del gruppo…”. “Preciso che i rapporti tra me e gli altri soggetti, Nicola Galletta, Salvatore Bonaffini e Pasquale Pietropaolo li teneva mio fratello, il quale era solito sentirsi spesso con loro. Era mio fratello a fare da tramite tra me e loro e a darmi disposizioni in merito a quello che dovevo fare. Cosimo Maceli era ‘sotto’ Nicola Galletta ed eseguiva quello che lui gli diceva. Comunque era sempre presente all’interno dell’abitazione di Nicola, ma di più al ristorante. Io con lui mi sono relazionato in occasione dell’acquisto di una patita d’erba, da inviare ad Angelo Arrigo per la vendita.

Il rischio di una nuova guerra di mafia. “Eravamo tutti pronti a intervenire se fosse successo qualcosa”.

“Il gruppo si è formato dopo l’aggressione subita da Giuseppe Selvaggio su mandato di Giovanni Lo Duca. Dopo il fatto, mi mando’ a chiamare Nicola Galletta, il quale era preoccupato del fatto che Lo Duca, il quale aveva saputo che Galletta ed altri ex collaboratori erano rientrati a Messina e avevano rapporti con molti soggetti appartenenti alla criminalità, aveva fatto sapere che lui non voleva avere nulla a che fare con gli ex collaboratori. Galletta temeva – riferisce il neo pentito – dunque che i gruppi tradizionali si sarebbero potuti organizzarsi contro di noi. Galletta mi chiese, quindi, di contattare Angelo Arrigo per proporgli di rifornirci di armi (“Guarda Enzo… qua ci dobbiamo organizzare… perchè loro si stanno organizzando… e qua prima o dopo succede qualcosa… fai una cosa, fammi la cortesia, magari parla co’ Angelo, vedi se ci ha qualche…qualche arma in più per mandarcela, perchè questa è una cosa che serve anche a te Enzo, perchè se Tanino è un collaboratore, se scoppia qualcosa qua dobbiamo corrispondere tutti, quindi parla pure con Angelo e vedi se c’è qualche arma in più per mandarla”), per essere pronti nel caso in cui ci fossero state azioni violente contro di noi da parte dei gruppi tradizionali. Galletta mi chiese anche di proporre ad Arrigo di rifornirci di cocaina, da immettere successivamente sul mercato. Ne parlai ad Arrigo e lui mi disse che non voleva fornirci direttamente armi, perchè temeva che in caso di azioni di fuoco si potesse risalire a lui, ma si rese disponibile a darci del denaro per eventuali acquisti di armi da fuoco. Quanto alla droga mi disse che era disponibile ad acquistarla, ma che il gruppo di Galletta doveva occuparsi di trovare i canali di rifornimento. Angelo Arrigo, quindi, mi diede 500 euro per acquistare delle armi. Io li consegnai al Galletta e gli riferii quanto mi aveva detto Arrigo”.

Sono tanti gli omissis che interrompono la lettura dei verbali del collaboratore, omissis che fanno pensare a nomi e fatti nuovi da approfondire in nuove indagini.

“Chiamai mio fratello, lo informai di tutto e mi disse che se la sarebbe vista lui con Arrigo e con Galletta… Ho poi saputo che Galletta, Pasquale Pietropaolo e Salvatore Bonaffini si sono interessati per trafficare droga. Tutti volevano entrare in affari con Arrigo – continua Barbera – ma questi come detto non era intenzionato a fornire lo stupefacente, ma ad acquistarlo. Seppi da Cosimo Maceli, il quale nel gruppo aveva il ruolo di portare le ambasciate, spostare droga da un posto all’altro… che Galletta, Pietropaolo e Bonaffini avevano coinvolto Stellario Brigandì per la fornitura di circa 300 grammi di cocaina che è stata ceduta ad Angelo Arrigo. So che la fornitura avvenne tramite Giuseppe Selvaggio, anche se io sapevo che tra Brigandì e Selvaggio non c’erano buoni rapporti perchè questo era in debito di 30 mila euro per una fornitura di cocaina pregressa”.

Le armi di Arrigo e gli ‘azionisti’.

“Arrigo non si faceva mai scappare l’occasione di acquistare armi… Erano armi a disposizione del gruppo. Nel senso che, se ve ne fosse stata necessità, tutti i partecipi al gruppo che ho sopra indicato, potevano utilizzare le armi di Arrigo… Quando all’inizio proposi, su richiesta di Galletta, di fornirci armi per eventuali azioni di fuoco, Arrigo siccome non si fidava del tutto di Galletta, disse che avrebbe preferito dargli del denaro per acquistarle, “…perchè alle volte succede in questo ambiente che tu mandi un’arma a qualcuno e poi muore con quell’arma stessa che gli hai mandato tu, quindi è una cosa generale che non si fa”. Successivamente, però, quando il gruppo è stato formato e si è stabilizzato, Arrigo fidandosi di me e degli altri componenti, ha messo a disposizione le sue armi da utilizzare all’occorrenza, “Sai c’è una pistola, se la vendono cinquecento euro…”. Tra i partecipi – svela Barbera – quelli operativi, “azionisti“, disposti ad azioni di fuoco eravamo io, OMISSIS che operavano per conto dell’associazione, “armati e parti…”. Le decisioni più importanti venivano assunte prevalentemente da Nicola Galletta e da mio fratello Gaetano. I punti di incontro erano o il ristorante di Galletta o la sua abitazione. I contatti con mio fratello avvenivano tramite videochiamate. Eravamo tutti pronti ad intervenire se fosse accaduto qualcosa”.

L’attentato all’officina di via Roma all’Annunziata.

Un altro episodio su cui Vincenzo Barbera chiarisce dinamiche e responsabili fino ad ora sconosciuti è quello che riguarda un incendio devastante all’interno di una auto officina di via Roma (vennero bruciate ben 11 autovetture), all’Annunziata, sviluppatosi nell’area parcheggio della ditta il 18 dicembre dello scorso anno.

“…Preciso che le armi che ho fatto ritrovare qualche tempo fa, di proprietà di Angelo Arrigo, erano state messe li il giorno prima a seguito di una lite tra Angelo e suo fratello Paolo… La sera prima, dopo che i due fratelli si erano insultati pesantemente, Paolo Arrigo, in compagnia di Giovanni Arrigo (cognato di Giuseppe Minardi) aveva sparato un paio di colpi di pistola all’indirizzo del balcone di Angelo Arrigo. Insieme a Paolo e Giovanni Arrigo c’era un certo Giovanni, che aveva un’officina sulla salita Annunziata. Avendolo visto, Angelo Arrigo, Vittorio Stracuzzi e suo fratello Girolamo gli avevano incendiato l’officina quella sera stessa. In quell’occasione gli stessi avevano lasciato le armi che poi vi ho fatto ritrovare nell’ascensore; armi che i tre avrebbero dovuto usare contro Giovanni Arrigo”.

Giuseppe Cutè e quel desiderio irrefrenabile di vendicare l’uccisione del padre.

In alcuni appunti scritti a mano, a cui Stefano Barbera ha voluto dare un titolo eloquente, “Cose del passato per meglio capire il presente…”, il collaboratore ricostruisce alcune vicende dell’associazione e traccia il profilo di alcuni personaggi dell’organizzazione.

“Conosco Giuseppe Cutè da una vita, l’ho visto crescere nel mio quartiere di Giostra, oltre ad essere stati diverse volte assieme in carcere e nella stessa cella. Giuseppe Cutè, prima dell’uccisione di suo padre Domenico Cutè, faceva parte del gruppo di Giuseppe Minardi, ritenuto responsabile dell’omicidio del padre di Cutè, mandato dal defunto Stefano Marchese, ucciso poi da mio fratello Gaetano Barbera. Giuseppe Cutè all’epoca, aveva saputo che Giuseppe Minardi aveva ucciso suo padre Domenico Cutè per fare un favore a Stefano Marchese, tradendo la fiducia che aveva Giuseppe Cutè nei confronti di Giuseppe Minardi. Giuseppe Cutè, quando è venuto a sapere che mio fratello Gaetano aveva avuto dei forti contrasti contro Giuseppe Minardi, si schierò a favore di mio fratello, con la speranza di poter un giorno vendicare il padre. Comunque mi ricordo – racconta ancora Barbera – che Cutè gli ha detto: “Quello che hai fatto non lo dimenticherò mai e tu potrai contare sempre su di me, ti sarò sempre vicino, ti sarò sempre fedele in tutto per sempre. Spero solo di avere almeno il piacere di ucciderlo io a Minardi”. A Giuseppe Minardi. “Nel 2001 in carcere a Brucoli ho conosciuto Stefano Marchese, che era un ragazzo molto vicino a Giuseppe Minardi e mi raccontò di avere ucciso il padre di Cutè. Dopo essere stato trasferito al carcere di Giarre ho incontrato Cutè, il quale mi confidò che pensava di vendicare il padre… Un giorno Cutè venne a casa di mia figlia e mi disse che stava programmando l’omicidio di Minardi. Era il periodo natalizio 2017. Io lo feci desistere – confessa il collaboratore – dicendogli che sarebbe stato il primo sospettato, perchè aveva un movente di vendetta. Mi disse che ci avrebbe pensato su, “…ho già controllato la strada, ho visto casa sua dove si ritira con la sua compagna…”. So che poi Minardi è tornato in permesso a Messina in altre occasioni, ma Cutè non fece mai nulla. Mi disse che avrebbe aspettato un’occasione propizia, “qualcosa di grave con qualcuno o qualche discussione seria…”.

Il ferimento di Cuscinà.

“Cutè mi disse che aveva avuto una discussione con Cuscinà, non ne conosco il motivo e che per questo gli aveva sparato. Mio fratello sapeva dell’intenzione del Cutè di ferire il Cuscinà. So anche che Cuscinà aveva un litigio con mio nipote, Stello Rossano, ma non so se questa fu la ragione del ferimento da parte di Cutè”.

Vincenzo Barbera risponde ai sostituti procuratori Todaro e Pellegrino anche relativamente al ferimento di Franco Cuscinà avvenuto sul viale Giostra il 25 agosto 2018 (il pubblico ministero Liliana Todaro, nel processo che si tiene con il rito abbreviato, ha chiesto 28 anni per Paolo Gatto, figlio di Puccio Gatto, boss di Giostra, accusato di tentato omicidio e rapina mentre ha chiesto 20 anni per Giuseppe Cutè che deve rispondere di tentato omicidio e interposizione fittizia di beni). Francesco Cuscinà fu raggiunto da alcuni colpi di pistola al braccio ed al torace esplosi da due persone giunte a bordo di un ciclomotore. Le indagini furono indirizzate negli ambienti della criminalità locale ed a settembre 2019 sfociarono in un blitz dei carabinieri.

“Una giorno Franco Cuscinà venne a casa mia, l’ho fatto entrare e gli ho detto, ‘la colpa è tua Franco, perchè ti ho detto l’ultima volta…’ perchè la prima volta l’aveva rimproverato al ‘M’ama’… poi tipo che mio nipote è venuto da me: ‘Ah Franco mi ha rimproverato al M’ama, poi gli dice al proprietario di non farmi entrare… il proprietario… uno dei soci era Giuseppe Irrera…”. “Lui voleva fare tipo un padre. Lo rimproverava ‘perchè è ragazzo, ha la testa calda…’.

Alla domanda diretta del sostituto procuratore Liliana Todaro, “ma Cutè quando ha sparato a Cuscinà l’ha fatto per vendicare suo nipote per il litigio che aveva avuto con Cuscinà?”, Barbera ha replicato: “Si, io so che l’ha fatto per il fatto della lite che ha avuto il Cutè col Cuscinà…”.

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