Viviana e Gioele, la famiglia respinge l’omicidio-suicidio

7 Novembre 2020 Inchieste/Giudiziaria

Non sono bastati tre mesi per avere una risposta chiara sulla tragica fine di Viviana Parisi e del figlioletto Gioele, morti lo scorso agosto nelle campagne di Caronia. Una verità che, come le stesse dichiarazioni delle scorse settimane del procuratore capo di Patti Angelo Cavallo lasciano supporre, lo ricordiamo, probabilmente non si avrà mai con evidenza scientifica, soprattutto per quanto riguarda la morte del bimbo di appena 4 anni. L'equipe di specialisti, proprio alla vigilia della scadenza dei 90 giorni a disposizione, ha chiesto altri 30 giorni per il deposito delle risultanze del proprio lavoro. Fin qui lo sviluppo delle indagini e delle analisi medico-legali sembra condurre più a una schermatura di alcune delle ipotesi aperte sin dal giorno del ritrovamento del cadavere della 43enne (l'8 agosto, mente i resti di Gioele furono trovati il 19, ndc).

Gli scenari rimasti aperti, è noto, sembrerebbero orientarsi verso la prima e più tremenda supposizione, quella dell'omicidio-suicidio della donna, ipotesi che sia Daniele Mondello, marito di Viviana e papà di Gioele, che la famiglia della donna di origini torinesi hanno fermamente respinto sin dal principio. «Appare troppo semplice far leva sulle asserite condizioni psichiche per sanare i possibili vuoti e giungere alla conclusione, per alcuni versi scontata e da molti ventilata dall'inizio, che Viviana Parisi abbia ucciso suo figlio e si sia poi tolta la vita», sottolineano adesso gli avvocati Nicodemo Gentile ed Antonio Crozza, legali dei genitori di Viviana Parisi, allontanando la tesi di omicidio-suicidio legato alle condizioni psichiche della donna. «Gli accertamenti sui poveri resti della mamma e, soprattutto del bambino, rinvenuti dopo giorni dalla scomparsa, non consentono di giungere a risultati apprezzabili in termini di certezza», spiegano ancora gli avvocati, ricordando come siano stati «gli stessi familiari, con assoluta trasparenza, a riferire agli inquirenti delle difficoltà emotive vissute dalla stessa nell'ultimo periodo. La donna, è vero - precisano i legali - viveva un momento di serio affaticamento e inquietudine in concomitanza con i provvedimenti restrittivi tesi a limitare il Covid, che hanno inciso profondamente sulla psiche di molti. Ma in nessun modo può asserirsi che lei fosse affetta da una insidiosa patologia psichiatrica. La prova di tanto è data proprio dai certificati medici».

Per i legali della famiglia Parisi, dunque, proprio la documentazione inerente gli accessi al pronto soccorso ed i referti delle visite specialistiche indurrebbero a confutare «la tesi del tutto indimostrata ed indimostrabile dell'omicidio-suicidio».

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