CORRUZIONE IN ATTI GIUDIZIARI: SARANNO GIUDICATI IN ABBREVIATO IL GIUDICE CANALI E IL COLLABORATORE D’AMICO

13 Novembre 2020 Inchieste/Giudiziaria

Per l'ex sostituto procuratore della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto non ci sarà la fase dibattimentale ma verrà giudicato sulla base di quanto raccolto nella fase delle indagini preliminari.

di Edg - Saranno giudicati col rito abbreviato, il 28 gennaio 2021, il giudice Olindo Canali e il collaboratore di giustizia Carmelo D'Amico. La giudice per le indagini preliminari ha infatti accolto la richiesta dei rispettivi legali. Ha invece scelto il rito ordinario il boss Pippo Gullotti. Per lui il procuratore aggiunto Gaetano Paci ha chiesto il rinvio a giudizio. Prossima udienza il prossimo 1 dicembre, quando interverranno i legali di Gullotti, gli avvocati Franco Bartolone e Tommaso Autru Ryolo.

Si è conclusa nel pomeriggio l'udienza davanti al gup Vincenza Bellini del Tribunale di Reggio Calabria a carico dell’ex sostituto della Procura di Barcellona Olindo Canali, da qualche anno giudice a Milano, accusato di corruzione in atti giudiziari e cioè di aver intascato denaro per compiere atti contrari ai propri doveri d’ufficio. Due le ipotesi contestate dalla procura rappresentata in aula dal procuratore aggiunto Paci.

Una riguarda l’attività che Canali svolse in relazione al primo processo per il triplice omicidio Geraci-Raimondo-Martino del 4 novembre 1993, l’altro caso di corruzione in atti giudiziari contestato, tra il 2008 e il 2009, in concorso con Rugolo, D’Amico e il boss Gullotti, vede al centro il maxi processo “Mare Nostrum” e l’indagine per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano.

Con il magistrato sono imputati lo stesso Carmelo D’Amico, adesso collaboratore di giustizia, e Giuseppe Gullotti, che sta scontando la condanna proprio per essere stato il mandante dell’omicidio Alfano.

Nella scorsa udienza i legali del magistrato avevano chiesto il giudizio abbreviato per il proprio assistito, richiesta condivisa dal legale di D'Amico, Antonietta Pugliese, ed esclusa dagli avvocati del boss Pippo Gullotti, Tommaso Autru Ryolo e Franco Bartolone.

Il giudice aveva anche ammesso parte della documentazione presentata dalla parte civile, sostenuta dagli avvocati Fabio Repici per la famiglia Alfano e Franco Barbera per i familiari di Giuseppe Martino, e dalla difesa di Olindo Canali.

Il gup Filippo Aragona, nella prima udienza del 16 gennaio scorso, aveva accolto le costituzioni delle parti civile, quella dei familiari di Giuseppe Martino con l’avvocato Filippo Barbera e quella di Sonia Alfano, figlia del giornalista, con l’avvocato Fabio Repici. Il giudice reggino aveva poi accolto la richiesta di termini da parte gli avvocati difensori per la consultazione di alcuni documenti prodotti in aula dalla Procura della DDA di Reggio Calabria, che sostiente l’accusa a carico dei tre imputati. Il magistrato Olindo Canali è difeso dagli avvocati Ugo Colonna e Francesco Arata, Carmelo D’Amico dall’avvocato Antonietta Pugliese e Giuseppe Gullotti dagli avvocati Franco Bartolone e Tommaso Autru Ryolo.

LA PRIMA IPOTESI

La prima ipotesi di corruzione in atti giudiziari – tra il 1997 e il 14 aprile 2000 – riguarda l’attività che Canali svolse in relazione al primo processo per il triplice omicidio Geraci-Raimondo-Martino del 4 novembre 1993. Un caso in cui lavorò come “applicato” alla Procura di Messina. In quella fase storica erano accusati dell’esecuzione Carmelo D’Amico e Salvatore Micale. Secondo quanto scrive l’aggiunto Paci, Canali avrebbe “accettato per sé la promessa e quindi ricevuto la somma di denaro di cento milioni di lire al fine di compiere atti contrati ai propri doveri d’ufficio nell’ambito del suddetto procedimento”. E c’è un passaggio ancora più preciso nel capo d’imputazione, perché la somma sarebbe stata “consegnata in due distinte occasioni”. Sono quattro le condotte individuate dalla Procura di Reggio: il boss D’Amico tramite Rugolo avrebbe indotto la moglie di una delle vittime del triplice omicidio a ritrattare al processo d’assise, nel 1998, quanto aveva dichiarato nel corso delle indagini, e cioè di aver riconosciuto proprio il boss D’Amico durante l’esecuzione tra i killer; l’ex pm Canali non avrebbe proposto entro i termini di scadenza (3 aprile 2000) l’atto di appello contro la sentenza assolutoria di primo grado per D’amico e Micale; avrebbe depositato l’atto di impugnazione il 7 aprile 2000 nonostante vi avesse apposto la data di effettiva scadenza del 3 aprile 2000, e avrebbe poi rinunziato in data 14 aprile 2000 all’impugnazione “per errore di calcolo”; infine Canali avrebbe omesso di avvertire dei vari passaggi l’allora titolare del procedimento, l’ex sostituto della Dda di Messina Gianclaudio Mango, e l’allora capo della Procura, Luigi Croce.

L’ALTRO CASO

L’altro caso di corruzione in atti giudiziari contestato – tra il 2008 e il 2009 – in concorso con Rugolo, D’Amico e il boss Gullotti, vede al centro il maxi processo “Mare Nostrum” e l’indagine per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano. Sempre secondo il capo d’imputazione l’ex pm Canali avrebbe “accettato per sé la promessa della consegna di denaro di trecentomila euro, della quale riceveva una prima parte di cinquanta mila euro“, sempre da D’Amico. Per fare cosa? In sostanza per cercare di “ammorbidire” la posizione del boss Gullotti scrivendo quel famigerato memoriale che ‘piombò’ letteralmente in aula durante il maxiprocesso “Mare Nostrum“. Memoriale in cui esprimeva forti dubbi sulla colpevolezza di Gullotti per la morte di Alfano, e in cui scriveva che “occorreva chiedere ed ottenere la revisione della sua condanna”.

 

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