Operazione Cesare. Irrera: «Coi cavalli ho chiuso». Articolo Uno: «Lotta alle mafie sia centrale»

14 Novembre 2020 Inchieste/Giudiziaria

La linea difensiva dopo la dura spallata dei carabinieri e della Dda segue una strada comune. Praticamente tutti gli indagati dell'operazione “Cesare” finora interrogati hanno provato ad alleggerire le rispettive posizioni. C'è chi si è professato innocente, chi ha riferito di essere semplicemente «un gran lavoratore», chi di avere «una passione innata per i cavalli» e niente più. Eppure, il castello accusatorio costruito da inquirenti e investigatori si fonda su illeciti gravissimi: prima di tutto, la presenza sul territorio di Giostra di un'associazione a delinquere di stampo mafioso. Un addebito respinto, ad esempio, da Giuseppe Irrera, considerato il nuovo “ras” del clan della zona nord. Durante il confronto in videoconferenza con il gip Maria Militello, il genero del boss Luigi Galli - recluso al 41 bis - ha rivendicato la sua attività di commerciante di prodotti ortofrutticoli e di gestore di altre attività economiche. Un lavoratore indefesso, insomma, anche se le carte sembrano dire tutt'altro. Assistito dagli avvocati Salvatore Silvestro e Antonello Scordo, ha risposto a domande relative a presunte “colpe” che spaziano dalla direzione del sodalizio criminale all'intestazione fittizia di beni, passando per l'organizzazione di corse clandestine e il ruolo attivo nel business delle scommesse. A quest'ultimo proposito, ha tenuto a precisare di aver presenziato solo a due competizioni e aver venduto i suoi purosangue già quattro anni fa. Tradotto: «Con le corse ho chiuso». Quanto agli altri indagati chiamati a rispondere della partecipazione all'associazione mafiosa, Natale Rigano l'ha esclusa categoricamente, dichiarandosi altresì estraneo alle singole gare. Ma ha ammesso di essere stato il “depositario” di una somma di denaro per conto degli organizzatori delle corse. Il suo difensore, l'avv. Giovanni Caroè, ha chiesto di poter approfondire il contenuto di alcune intercettazioni che riguardano il 39enne ritenuto dalla Dda il collettore delle «scommesse sia presso i concorrenti messinesi che quelli catanesi».

Hanno risposto al gip Militello, affiancato dai pubblici ministeri Maria Pellegrino, Liliana Todaro e Antonella Fradà, anche Giuseppe Galli - che si è detto estraneo al rato associativo, ma appassionato di cavalli -, Grazia Maria Munnia e Francesco Vento. Idem Luigi Vinci, al quale, al termine dell'interrogatorio, revocata la misura cautelare dell'obbligo di presentazione alla Pg. Ha manifestato la sua estraneità agli addebiti, pur non rispondendo al gip, Carlo Altavilla, considerato a capo di un primo gruppo criminale operante sia nel rione messinese di “Giostra” che a “Santa Lucia Sopra Contesse”, rifornitosi di ingenti quantitativi di cocaina e marijuana in Calabria e Campania, per poi distribuirli al dettaglio, attraverso una rete di spacciatori. Dal canto loro, Santino De Stefano e Tommaso Giacobbe (nipote dell'omonimo), hanno ribattuto alle contestazioni. Scena muta, invece, per Alessio, Carlo e Roberto Palermo, i quali si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Tra gli avvocati impegnati negli interrogatori anche Tino Celi, Salvatore Carrabba, Giuseppe Marletta, Antonio Barbiero e Antonino De Francesco. Pronti i ricorsi al Tribunale della libertà.

L'ordinanza di applicazione di misure cautelari personali e reali contiene la ricostruzione di una serie di gare tra equini in cui le scuderie messinesi per lo più soccombono al cospetto di quelle catanesi, vuoi per sfortuna, vuoi per le precarie condizioni degli animali. Come il 17 ottobre 2016: tre giorni dopo Irrera, Vento e un terzo soggetto commentano le scarse prestazioni del loro cavallo, che sembrava morto e sfinito: «Si è mangiato quattro milioni di globuli rossi in quattro giorni e il ferro lo ha a 40. Non ha nemmeno voglia di camminare. Mario (ndc, il nome del cavallo) è soggetto a prendere questa ca... di zecca». Irrera e Vento, nonostante le precarie condizioni dell'animale, lo avevano messo ai blocchi di partenza. Indossati i disonorevoli panni dei perdenti, ammettono: «Non è lucido, si vede... si vede perché nei denti, nelle gengive è giallo».

«Lotta alle mafie sia centrale».

Articolo Uno, attraverso il segretario provinciale Domenico Siracusano e la responsabile nazionale lotta alle mafie e alla corruzione Maria Flavia Timbro, «la politica cittadina deve mettere al centro della propria agenda la lotta alle mafie. Se è vero che ormai siamo lontani dalla retorica della “città babba” è altrettanto vero che questo tema decisivo non viene acquisito come priorità. Non si può immaginare un possibile rilancio per Messina senza aggredire con forza e determinazione dinamiche perverse che, legate a fenomeni corruttivi e al mal funzionamento della macchina burocratica della pubblica amministrazione, rappresentano un'incredibile zavorra per qualsiasi ipotesi di sviluppo. Si dia piena attuazione al Regolamento comunale antimafia e si rafforzino misure di controllo del territorio attraverso una presenza capillare delle istituzioni. Dentro questa logica vanno ripensate le politiche sociali nel loro complesso. Mettere al centro le scuole e i percorsi educativi ma anche qualificare politiche abitative e i percorsi di risanamento oltre che un welfare giovanile che orienti al lavoro nella consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri».

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