MESSINA: Vertice in Procura dopo i sequestri

26 Novembre 2020 Inchieste/Giudiziaria

C'è dell'altro. Oltre i 17 nomi. E c'è adesso una “marea” di carte da controllare dopo il clamoroso giro di perquisizioni e sequestri della Guardia di Finanza scattato con una cinquantina di uomini all'alba di martedì alla Banca di Credito Peloritano, in parecchi studi professionali e abitazioni, tra Messina e Barcellona.

La nuova inchiesta avviata dalla Procura sull'istituto di credito, dopo l'invio alla magistratura del rapporto stilato dai commissari di Bankitalia sull'attività del biennio 2016-2018, è soltanto all'inizio. E per adesso il compendio delle ipotesi di reato è molto ampio: associazione a delinquere, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio, autoriciclaggio e sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte; c'è coinvolta anche, come persona giuridica, la Banca di Credito Peloritano S.p.A. di Messina per “Delitti di criminalità organizzata”, ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, nonché autoriciclaggio, (in relazione agli artt. 416, 648 bis, 648 ter. 1 c.p.).

Ieri mattina - come scrive oggi Anselmo su Gazzetta del Sud - il procuratore capo Maurizio de Lucia ha convocato una nuova riunione con l'aggiunto Giovannella Scaminaci e con i sostituti Alessandro Liprino e Francesco Lo Gerfo, i tre magistrati che conducono l'inchiesta, c'era anche il comandante provinciale della Guardia di Finanza Gerardo Mastrodomenico con i suoi uomini. Oggetto? Fare un primo punto sul materiale sequestrato, definito «interessante», che è stato vagliato per programmare i prossimi step degli accertamenti investigativi.

Ma dietro i primi 17 nomi emersi per l'attività delle fiamme gialle resa visibile dalle perquisizioni, molto probabilmente ci sono parecchie altre iscrizioni nel registro degli indagati ancora “coperte”, per definire un quadro più completo dell'inchiesta. Il perché di questa improvvisa accelerazione pubblica dell'inchiesta è spiegato nel “Decreto di perquisizione sequestro” deciso dal procuratore de Lucia e dai suoi magistrati.

Per un verso «... vi è fondato motivo di ritenere che beni costituenti corpo del reato o cose pertinenti al reato siano occultati sulle persone, in luoghi o sistemi informatici o telematici nella disponibilità, anche mediata, delle medesime persone sottoposte alle indagini, anche in ragione delle funzioni rispettivamente svolte all'interno della BCP e della possibilità, attuale o pregressa, di operare per consentire la violazione delle norme o l'elusione dei controlli e delle doverose segnalazioni previste dalla normativa in materia di antiriciclaggio, condotte per le quali occorre cercare le tracce documentali di sicuro rilievo probatorio ai fini dell'accertamento dei fatti per cui si procede». E per altro verso, l'altro tassello importante è stata la recente informativa dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Finanza, in cui «... si ritengono sussistenti indizi tali far ritenere che possano essere rinvenute fonti di prova di rilievo per i fatti per cui si procede, quali, ad esempio, documentazione, sia in formato cartaceo che digitale, email, conversazioni memorizzate nelle applicazioni di messaggistica e altro contenuto dei telefoni cellulari in uso agli indagati sopra indicati di interesse investigativo (es. token, foto, documenti, chat, appunti ed altro)».

L'attività di martedì è stata molto lunga e complessa, è terminata intorno alle tre di notte, quindi quasi all'alba di ieri. Ed è stata portata a termine «... negli uffici della Banca di Credito Peloritano - Funzione antiriciclaggio / Risk Management / Crediti, Filiali di Messina e Barcellona Pozzo di Gotto; negli apparecchi di telefonia mobile, personal computer e dispositivi elettronici di memoria fissa e mobile in uso agli indagati sopra indicati, anche con riferimento alle postazioni di lavoro presso la BCP; negli uffici dei gruppi imprenditoriali riconducibili agli indagati; presso le abitazioni nella disponibilità degli indagati laddove vi siano fondati motivi per ritenere che ivi si trovino documenti e supporti digitali contenenti elementi di prova utili alle indagini».

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