10 Dicembre 2020 Sport

Era soltanto il 1982, rilegato in pelle. E il tempo volò via…

di Enrico Di Giacomo – Lo ricordo come fosse oggi. Ci eravamo trasferiti da qualche giorno nella casa a mare, che condividevamo, come ogni anno. Il jukebox, dal bar all’angolo, mandava già a manetta i successi di quell’estate indimenticabile. Paul McCartney e Steve Wonder cantavano ‘Ebony and Ivory’, Miguel Bosè ‘Bravi ragazzi’ e Antonello Venditti ‘Sotto la pioggia’. Ma ‘Un’estate al mare’ sarebbe stata la canzone per eccellenza di quella stagione.
Posizionammo nella stanza d’ingresso una tv in bianco e nero da pochi pollici, che poi la sera avrebbe dato il cambio ad un letto da tirare giù, con sù una antenna ballerina, di quelle con la punta rotta e una frequenza del segnale che era proporzionata alla nostra fede dimostrata sul momento. Quello sarebbe stato il nostro stadio di Sarria’, e Tono la nostra Barcellona. Ma successe un imprevisto.
Tuo zio di Militello in Val di Catania decise di morire proprio due giorni prima di Italia-Brasile. Un vero e proprio conflitto di interessi. E per te fu un dramma. No, no la morte del fratello di tua madre, poveraccio, ma perchè avevi già capito che quella partita non l’avresti vista in tv. Quella mattina te ne andasti lentamente verso la fermata del pullman al ritmo di Tanz bambolina di Alberto Camerini, con il solo pensiero di poter trovare una soluzione ad un problema davvero difficile da risolvere; stare contemporaneamente all’interno di una chiesa e davanti ad un televisore. Il funerale iniziò puntale, alle cinque di un cinque luglio bollente. L’ora delle corride e i muri che sudavano. Soltanto quindici minuti dopo sarebbe iniziata la partita che poi si sarebbe fatta storia. Rimanesti per tutta la durata della messa con un orecchio fuori a intercettare la voce di Enrico Ameri e Sandro Ciotti, che andarono in onda nonostante uno sciopero dei giornalisti che mise a rischio una già fragile democrazia. “Zoff, Gentile, Collovati, Scirea, Cabrini, Oriali, Antognoni, Tardelli, Conti, Rossi, Graziani…” e il tuo cuore a mille, tra un ‘Salve, o regina’ e un balbettante ‘Io Credo…’. La camicia aperta fino al terzo bottone, una sedia da piegare all’indietro alla ricerca di un pò di aria e soprattutto di un’autoradio. Al primo gol di Rossi, su cross di Cabrini, dopo soltanto 4 minuti dall’inizio, esultasti nascosto dietro ad una colonna che però dopo 12 minuti raccolse in ginocchio, come la confessione di un imperdonabile peccato, la tua rabbia per il gol del numero 8 brasiliano, il grande Socrates.
Ma fu al 25esimo minuto, al secondo gol di Rossi, che stringesti la mano fino a farlo pugno come segno di esultanza, seduto nell’ultimo banchetto, quello più vicino all’uscita e all’acquasantiera. “O Dio, onnipotente ed eterno, Signore dei vivi e dei morti, pieno di misericordia verso tutte le tue creature, concedi il perdono e la pace a tutti i nostri fratelli defunti…”. Fu la messa più lunga della tua vita. Gli occhi socchiusi, concentrato sul profumo di incenso e su un tricolore crocefisso, cercavi la voce di Dio ma sentivi soltanto quella di Enrico Ameri. “Falcao è al limite dell’area, è indeciso se segnare o no, cerca lo spiraglio, tiro reteeee, Falcao ha segnato per il Brasile…”. I tuoi occhi fissarono il crocefisso che scottava, ma non per implorare o bestemmiare. Lo guardasti e basta, a credito. “Reteee, per la terza volta Rossi…29 minuti e 29 secondi…”. Mentre un brusio mostrava la potenza dell’Eterno. “Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra…”. La fede si fece improvvisamente felicità dopo essere stata per novanta minuti resistenza. “E’ finitaaa, l’Italia ha battuto il Brasile per 3 reti a 2…”. “L’eterno riposo dona loro, o Signore e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace. Amen”.
Il triplice segno della croce decretò la fine della cerimonia funebre. Tu, senza attendere i saluti finali, ti togliesti la camicia e saltasti giù per le scale per raggiungere idealmente Paolo Rossi e abbracciarlo fino a sfinirlo.
“Avrai sorrisi sul tuo viso, come ad agosto grilli e stelle…”. Aspettasti alla fermata, tra clacson e trombette, il pullman che ti avrebbe riportato a casa. E nell’attesa ti mescolasti a quel fiume di bandiere pennellate di verde bianco e rosso che ti avrebbero portato in paradiso. Forse, chissà, proprio accanto a tuo zio. “Schiuma di cavalloni pazzi che si inseguono nel mare, e pantaloni bianchi da tirare fuori che è già estate…”. Era soltanto il 1982, rilegato in pelle. E il tempo volò via…