SENTENZA D’APPELLO: RESTITUITI TUTTI I BENI A DOMENICO E GAETANO CHIOFALO. CONFERMATE LE ALTRE CONFISCHE

13 Gennaio 2021 Inchieste/Giudiziaria

Di Edg - E' una storia infinita quella che riguarda la confisca dei beni dell'impero economico Bonaffini-Chiofalo. A dieci anni dal sequestro, la Corte d'Appello di Messina, composta dai giudici Bruno Sagone (presidente), Daria Orlando e Luana Lino, ha emesso nel pomeriggio la sentenza che restituisce, tra l'altro, tutti i beni mobili e immobili, nonché le quote societarie, a Domenico e Gaetano Chiofalo e a Liliana Miuccio.

La sentenza di oggi pomeriggio arriva dopo che la Corte di Cassazione aveva annullato il precedente verdetto d’appello (annullando con rinvio la condanna a tre anni di reclusione ciascuno per Sarino e Angelo Bonaffini e Gaetano Chiofalo e la confisca della Pesca Azzurra srl e della C & B immobiliare di Messina), chiedendo un nuovo giudizio ai giudici di secondo grado «... in ordine alla sussistenza della pericolosità sociale - semplice e qualificata - dei soggetti proposti e alla conseguente perimetrazione del periodo di pericolosità degli stessi, funzionale alla individuazione dei beni suscettibili - sempre ove ricorra l’ulteriore requisito della sproporzione, per come sopra precisato - di assoggettamento alla misura patrimoniale della confisca di prevenzione». Un provvedimento che in pratica “azzerò” la procedura.

La V sezione penale della Cassazione, nell’ottobre del 2018, annullò infatti per un nuovo esame il più grande sequestro di beni mai realizzato a Messina, si parla di 450 milioni di euro stimati dalla Polizia, che alcuni anni addietro interessò l’ingente patrimonio degli imprenditori Sarino Bonaffini e Domenico Chiofalo, molto noti in città come grossisti ittici e poi impegnati nel settore immobiliare. Si trattò del più grande sequestro patrimoniale mai effettuato in città, tra beni mobili e immobili, soprattutto case e appartamenti. I giudici della Cassazione, accogliendo i ricorsi difensivi, avevano deciso un nuovo esame da parte della Corte d’appello di Messina.

Oltre a Sarino Bonaffini e Domenico Chiofalo erano indagati nel procedimento anche i fratelli Angelo Bonaffini e Gaetano Chiofalo, oltre ad una serie di familiari e congiunti, ritenuti prestanome: Giuseppa Prizivalli, Elvira Bonaffini, Teresa Castagna, Santi Saija, Vittoria Bonaffini, Carmelo Bonaffini, Anna Bonaffini, Carmelo Dominici, Liliana Miuccio e Carmela Gurnari.

Secondo quanto prospettò il collegio di difesa non sussistevano pericolosità sociale e sproporzione tra i redditi dichiarati e patrimonio effettivamente posseduto.

Soddisfatti i difensori dei Chiofalo, gli avvocati Carlo Autru Ryolo e Nunzio Rosso (per Domenico Chiofalo) e Nino Favazzo (per Gaetano Chiofalo). Erano impegnati nella difesa anche i legali Salvatore Silvestro, Giuseppe Donato, Massimo Marchese, Maurizio Cacace e Fabrizio Alessi.

La Corte d’Appello ha anche confermato il quadro accusatorio, e la pericolosità sociale qualificata e generica, per Angelo e Sarino Bonaffini (al quale però è stata revocata la misura di prevenzione personale di sorveglianza speciale di P.S.) e quindi la confisca dei beni decisa il 28 settembre 2013, dei primi giudici di secondo grado messinesi (sentenza del 29 settembre 2017), che avevano ridimensionato l’entità dei beni sequestrati, restituendone una parte.

Cade invece l’accusa di pericolosità sociale per i Chiofalo, che rientrano oggi in possesso, come detto, di tutti gli immobili e delle quote delle altre società immobiliare.

Al centro di tutto c’èra sopratutto la figura dell’imprenditore nel settore del pesce e poi inserito a pieno titolo nell’edilizia, Sarino Bonaffini, che era stato indicato dall’accusa come “riciclatore” di ingenti fondi provenienti da un clan mafioso cittadino, quello di Mangialupi.

"Bonaffini Sarino è da considerarsi quale soggetto legato da “rapporti fiduciari di lungo corso” con ambienti malavitosi. Non ha però applicato i principi della suindicata pronunzia delle Sezioni Unite (una sentenza in cui si spiega che non si deve agire nell’ambito della presunzione ma dimostrare tutto in concreto, n.d.r.) limitandosi a definire la posizione del proposto con l’espressione ambigua di  “relazioni di piena intesa con esponenti della mafia messinese”». Scrivevano ancora i giudici della V sezione penale della Cassazione nelle motivazioni con cui annullò il maxi sequestro e decise un nuovo giudizio: «... non vi è spazio alcuno - quanto ai presupposti applicativi delle misure di prevenzione personali, soprattutto con riferimento all'onere motivazionale del giudice - per l’operatività della presunzione semplice dell’attualità della pericolosità sociale; condizione di pericolosità documentata - sia dal Tribunale che dalla Corte di appello di Messina - esclusivamente con riferimento al periodo di tempo che va dal 1985 al 2010».

È poi interessante vedere come i giudici della Cassazione si occuparono delle posizioni dei fratelli Bonaffini e dei fratelli Chiofalo.

Per i Bonaffini scrissero che «.... la Corte territoriale ha riconosciuto il protrarsi, senza soluzione di continuità, dello stato di pericolosità qualificata dei proposti a partire dagli anni ’80. Tuttavia, salva la sussistenza di innegabili indici di pericolosità qualificata dei prevenuti..., la motivazione offerta dalla Corte territoriale risulta solo apparente (e per molti versi incomprensibile) con riferimento agli ulteriori indici utilizzati per la predetta affermazione di pericolosità: le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Centorrino Salvatore ed alcune informative di Pg non utilizzate dal Tribunale. Entrambi gli elementi, infatti, sono stati soltanto genericamente evocati, senza l’individuazione di specifiche ulteriori condotte sintomatiche».

Per i Chiofalo i giudici invece scrissero che «... anche in questo caso la Corte di appello di Messina non ha individuato alcun elemento specifico valevole per la qualifica come soggetti abitualmente dediti a traffici delittuosi e che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose».

IL COMUNICATO DELLA QUESTURA DEL 13 OTTOBRE 2011 SUL SEQUESTRO DI BENI.

In data odierna, sulla base di un articolata proposta di adozione di misure di prevenzione patrimoniali, formulata dall’Ufficio Indagini Patrimoniali della Sezione Criminalità Organizzata, la Squadra Mobile sta dando corso alle operazioni di esecuzione del Decreto di Sequestro n°4/11 RGMP – n°16/11 Decr. del 00.10.2011, adottato dal Tribunale di Messina – Sezione Misure di Prevenzione, ai sensi dell’art. 2 della legge 31 maggio 1965 n. 575 e dell’art.10 della legge 24.07.2008 n°125, a carico dei seguenti soggetti:


1. BONAFFINI Sarino nato a Messina il 01.03.1957 ed ivi residente in Villaggio Tremestieri. Imprenditore.
2. BONAFFINI Angelo nato a Messina il 15.04.1951 ed ivi residente in Villaggio Tremestieri. Pregiudicato.
3. CHIOFALO Gaetano nato a Messina il 10.01.1960. Imprenditore.
4. CHIOFALO Domenico, nato a Messina il 01.08.1975. Con precedenti penali.

La proposta di sequestro e successiva confisca costituisce l’elaborazione di una laboriosa, complessa ed articolata indagine patrimoniale, condotta con schemi investigativi innovativi, ed ha consentito il conseguimento di un risultato eccezionale, di enorme valenza sul piano del contrasto alla locale criminalità organizzata, ottenendo l’adozione di un provvedimento ablatorio che colpisce un complesso patrimoniale illecitamente accumulato che è possibile stimare per un valore complessivo di circa 450 milioni di euro.

In sintesi, il provvedimento di sequestro colpisce i seguenti beni mobili, immobili e complessi societari:
430 unità immobiliari, ubicati nei Comuni di Messina, Spadafora (Me), Giardini Naxos (Me), S. Pier Niceto (Me), Nizza di Sicilia (Me), Castel Gandolfo (Roma);
9 società e relativi patrimoni aziendali, costituiti da ristoranti, un complesso edilizio in corso di costruzione, mercato ittico cittadino, allevamento ittico;
una flotta navale costituita da n°5 motopescherecci;
3 yachts di lusso;
26 mezzi pesanti;
13 autovetture;
Diverse centinaia di rapporti bancari, accesi in n°11 Istituti dui Credito, le cui consistenze finanziarie sono in corso di verifica.

In particolare, il decreto di sequestro riguarda le società PESCAZZURRA s.r.l., IMMOBILTRE s.r.l., C. & B. Immobiliare s.r.l., B. & C. Costruzioni s.r.l., METROPOLI s.r.l., VILLA GAIA s.r.l., impresa individuale Bed and Breakfast Residence, impresa individuale “Pesce Spiaggia e Fantasia BONAFFINI Angelo di PRINZIVALLI Giuseppa”, MARE D’AMARE s.r.l..

Giova, preliminarmente, evidenziare i profili di anamnesi criminale dei soggetti destinatari del provvedimento ablatorio.

BONAFFINI Angelo, condannato per concorso in rapina, oltraggio a pubblico ufficiale in concorso, detto “Anciulazzu u Pisciaru” poiché, come il fratello Sarino, era dedito in origine alla vendita del pesce presso i vari mercati rionali, vanta un considerevole curriculum criminale. Le attività d’indagine in riscontro anche alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia hanno consentito di accertare che BONAFFINI Angelo ha legami diretti, tramite anche due dei suoi due figli, Salvatore (poi divenuto collaboratore di giustizia) e Antonino , detto Ninetta, con personaggi di spicco nell’ambito della criminalità organizzata, di elevatissima pericolosità sociale, indagati ed anche condannati per associazione di tipo mafioso, gravitanti principalmente, nel predetto “CLAN SPARTA’.

CHIOFALO Gaetano, raggiunto da DASPO (divieto di accesso ai luoghi di competizioni sportive), condannato per violazione delle norme di attuazione delle direttive 91/15,6 CEE sui rifiuti pericolosi e sui rifiuti di imballaggio,vanta pregiudizi penali per violazione fiscale, lesioni personali, violazione della normativa relativa alla prevenzione sugli infortuni sul lavoro, vanta un’ascesa imprenditoriale che ricalca fedelmente quella dei fratelli Sarino ed Angelo BONAFFINI. Il gruppo imprenditoriale s’inserisce a pieno titolo ed in breve tempo, giunge all’apice del settore commerciale, su scala regionale, nazionale ed internazionale, in rappresentanza della società PESCAZZURRA s.r.l., del commercio ed allevamento in acquicoltura del “TONNO ROSSO”. In data 17.10.2000, viene nominato consigliere della “Associazione Produttori Tonnieri Siciliani Cooperativa A.R.L.”, con sede a Catania.

CHIOFALO Domenico, condannato per violazione delle norme in materia di controllo dell’attività urbanistico–edilizia e delle prescrizioni sulle costruzioni in zone sismiche, in data 11.07.2006 viene tratto in arresto in esecuzione di ordinanza applicativa della misura cautelare in carcere, nell’ambito del procedimento penale p.p. 1884/04 RGNR denominato “Ninetta”, perché ritenuto gravemente indiziato del delitto di partecipazione ad una associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti operante in Messina sino al 22.04.2005, nonché, di due episodi di detenzione ai fini spaccio di sostanza stupefacente, commessi entrambi in Napoli tra il 27.03.2003 e il 19.09.2003. In data 28.07.2006, in parziale accoglimento del riesame proposto nell’interesse di CHIOFALO Domenico, provvedeva a sostituire la misura cautelare in atto con quella non detentiva dell’obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria. In data 21.09.2006 il GIP, infine, provvedeva a revocare anche tale residua misura minore afflittiva. Nella stessa data, CHIOFALO Domenico veniva rinviato a giudizio in entrambe le fattispecie delittuose di all’art. 73 DPR nr.309/90 a lui ascritte, ovvero per produzione e traffico illecito di sostanze stupefacenti. Sulla scorta di tali posizioni processuali, in data 30.5.2008, il Tribunale di Messina - Seconda Sezione Penale, a seguito di accertamenti effettuati dal Nucleo. P.T. della Guardia di Finanza – GICO- di Messina, emetteva ai sensi degli artt. 321 c.p.p. e 12 sexies, comma 4 D.L. 306/92, provvedimento di sequestro preventivo dei beni mobili ed immobili, riconducibili al CHIOFALO Domenico, poiché la provenienza degli stessi non era in alcun modo giustificata, atteso che i predetti accertamenti fiscali, effettuati fino al 25.01.2008, avevano riscontrato una sproporzione fra il reddito dichiarato a fini dell’imposta e l’attività economica, da costui condotta, ed il valore dei predetti beni. In data 25.06.2008, il Tribunale di Messina - Prima Sezione Penale - Collegio per il Riesame, emetteva sentenza di annullamento del decreto di sequestro preventivo. Giova evidenziare che le indagini effettuate nell’ambito dell’operazione “Ninetta”, hanno accertato l’esistenza e l’operatività di una consorteria criminale dedita al traffico di sostanze stupefacenti di consistenza tale da controllare interi rioni della città e della provincia di Messina. Lo stupefacente proveniente dalla città di Napoli, veniva trasportato presso la sede della PESCAZZURRA s.r.l..

Al vertice della consorteria criminale, è stato indicato BONAFFINI Antonino, figlio di Angelo, socio di CHIOFALO Domenico. Gli esiti delle indagini patrimoniali devono essere posti, inoltre, in diretta relazione con le attività criminose riconducibili a CHIOFALO Domenico. A tal fine, deve rammentarsi l’esistenza incontrovertibile di rapporti di natura criminosa tra CHIOFALO Domenico e BONAFFINI Antonino, imputato nello stesso procedimento, per il reato di cui al 416 bis, per essere anche al vertice di una consorteria criminale, dedita al traffico di sostanze stupefacenti. BONAFFINI Antonino, che ha già subito un provvedimento di confisca dei beni mobili ed immobili con decreto emesso dal locale Tribunale Misure di Prevenzione in data 30.06.2008, risulta aver utilizzato i mezzi ed i locali della PESCAZZURRA s.r.l., di proprietà del padre ed anche di CHIOFALO Domenico, per l’occultamento di sostanze stupefacenti, così come riferito, inoltre, dai collaboratori di giustizia. Sarino ed Angelo BONAFFINI, Gaetano e Domenico CHIOFALO rappresentano gli esponenti di un imponente gruppo imprenditoriale, operante nel settore ittico, edilizio e della ristorazione, che ha realizzato un’ascesa economica di notevole rilevanza, caratterizzata da un illecito arricchimento derivante da legami “ab origine” con la locale criminalità organizzata. Imprenditore operante da tempo in questa realtà economica, Sarino BONAFFINI ha costituito e svolto un ruolo di cerniera, di anello di congiunzione tra la criminalità organizzata ed il mondo imprenditoriale che ruota intorno a lui. Egli, sebbene a capo di un gruppo imprenditoriale solido e robusto a livello finanziario ed organizzativo tale che potrebbe rendersi impermeabile a pressioni esogene di tipo illecito, si è reso disponibile a prestazioni diffuse in favore di gruppi criminali di tipo mafioso, colludendo con essi sia per trarne vantaggi diretti sia per fornire ad essi la necessaria assistenza, ogni qualvolta veniva richiesta. L’analisi storica dell’ascesa imprenditoriale del gruppo, ha consentito di costruire un quadro completo della condizione economica degli odierni proposti, poiché essa è stata esaminata sia sotto l'aspetto statico (patrimonio al momento posseduto), sia sotto quello dinamico (fonti di produzione di reddito attraverso cui la ricchezza si è evoluta nel tempo, fino alla consistenza quantitativa e composizione qualitativa oggetto di analisi), per mezzo della quale si è riscontrato che lo stesso ha operato, verosimilmente ed inizialmente, con il reimpiego di proventi illeciti. Attualmente, questo gruppo imprenditoriale controlla “ricchezze” ingentissime e le impiega nei circuiti finanziari ed economici grazie alla fitta trama di collusioni con professionisti ed intermediari, funzionari della pubblica amministrazione, affaristi e managers interessati e compiacenti. In base alle acquisizioni investigative e documentali è stato possibile sostenere che vi siano stati, a partire dalle origini e giungendo sino ai tempi attuali, forme di incrementi patrimoniali illeciti del gruppo societario, anche riconducibili al traffico di sostanze stupefacenti, che in un dato momento storico ha potuto sviluppare una straordinaria capacità produttiva nel settore edilizio, puntando su operazioni speculative, concentrate soprattutto nella zona sud della città, in un regime pressocchè monopolistico, rese possibili anche grazie a finanziamenti o mutui agevolati da parte di istituti di credito, stipulati con modalità e criteri di dubbia regolarità. Gli odierni proposti hanno sfruttato la notorietà dei loro legami con alcune associazioni criminali di elevatissima pericolosità sociale che controllano le aree in cui si trovano ad operare, per scoraggiare efficacemente gli altri imprenditori, i quali, nell’impossibilità di esercitare una “normale e libera” concorrenza, hanno finito con l’abbandonare quel settore di mercato, controllato ed inquinato dal gruppo imprenditoriale BONAFFINI – CHIOFALO. Dalle indagini sviluppatesi negli ultimi anni a carico degli odierni proposti ed in particolar modo su BONAFFINI Sarino, è possibile ritenere che gli stessi siano “contigui”, fra gli altri, alla compagine criminale capeggiata dal boss Giacomo SPARTA’, attualmente detenuto, e che proprio in virtù di questa vicinanza, ne è derivata una rilevante ed ingiustificata espansione economico–imprenditoriale, che li ha visti protagonisti indisturbati, negli ultimi 11 anni, nel settore edilizio, nella zona sud di questa città, grazie anche a non chiare variazioni di destinazione operate nel P.R.G., comprensibili in base a riscontrati legami con i locali apparati politico-amministrativi. Nel corso di tali attività di indagine, caratterizzate dall’impiego di esiti di servizi di intercettazione telefonica ed ambientale, effettuati in diversi procedimenti penali, è stato possibile delineare la complessa e multiforme attività imprenditoriale di BONAFFINI Sarino, che si caratterizza per l’impegno profuso nel diversificare i settori di investimento dei cospicui capitali di cui risulta disporre. Sono state, inoltre, approfondite le dichiarazioni del collaboratore di giustizia MERILLO Antonino, rese sul “CLAN BONAFFINI” e sul narcotraffico dallo stesso gruppo gestito. Secondo quanto riferito dal collaboratore, Antonino BONAFFINI, figlio di Angelo, odierno proposto, soprannominato “NINETTA”, rinviato a giudizio per il reato di cui all’art.416 bis, nell’ambi
to dell’omonima operazione di Polizia Giudiziaria e condannato per svariate attività delittuose, soprattutto per narcotraffico, non è altro che un componente del “gruppo criminale”, alla cui guida, quale promotore ed organizzatore, si troverebbe il padre Angelo BONAFFINI. L’imprenditore BONAFFINI Sarino ha concentrato i suoi sforzi nella acquisizione e mantenimento della disponibilità di enormi risorse finanziarie da reinvestire in attività imprenditoriali "lecite" mediante la collocazione, negli organi sociali, di prestanomi “teste di legno”. Egli, invero, opera nel settore edilizio e nel campo della ristorazione con diverse società allo stesso riconducibili, ma intestate ai figli o a persone di sua fiducia. Tali aziende vengono gestite secondo precisi schemi imprenditoriali antigiuridici, sfruttando anche la capacità di penetrare nei “gangli vitali” degli organi amministrativi. Lo stesso in pochi anni e dal nulla, ha avviato una vera e propria "Holding", caratterizzata da investimenti in attività commerciali, dalla costituzione di società, da operazioni finanziarie diversificate, apparentemente lecite, effettuate grazie all’appoggio incondizionato della criminalità organizzata locale. La ricchezza illecitamente prodotta è stata reimpiegata in operazioni speculative, acquisti di immobili, costituzioni e partecipazioni societarie. In ragione delle sue vicissitudini giudiziarie, Sarino BONAFFINI ha dato avvio ad un sistema di progressiva interposizione di terzi sulla intestazione formale di beni ed attività, al fine di sottrarli ad eventuali misure ablative reali. BONAFFINI Sarino non esita a rivolgersi a personaggi politici ed amministratori comunali, sui quali è in grado di esercitare le necessarie pressioni, ogni qualvolta si è presentato un impedimento che ostacolava l’iter amministrativo dei suoi vari progetti edilizi e non solo. Ma dove anche questo non è era sufficiente, l’imprenditore ha fatto ricorso alla dazione di “mazzette” per svariate decine di migliaia di euro, come lo lo stesso, disinvoltamente, spiega nel corso di conversazioni intercettate.

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