GETTONOPOLI, DIVENTANO DEFINITIVE TUTTE LE CONDANNE. LA CASSAZIONE RIGETTA IN TOTO I RICORSI. LA STORIA DI UN’INCHIESTA CHE HA FATTO TREMARE PALAZZO ZANCA

17 Febbraio 2021 Inchieste/Giudiziaria

Di EDG - La II Sezione Penale della Cassazione si è pronunciata nel tardo pomeriggio in merito ai ricorsi depositati dai legali di 15 tra ex e attuali (Benedetto Vaccarino e Giovanna Crifo') consiglieri comunali condannati in appello nel processo sulla Gettonopoli di Messina, mettendo la parola fine all'inchiesta condotta dalla Digos nel 2015 sulle presenze 'veloci' dei consiglieri comunali nelle commissioni consiliari al Comune di Messina.

I giudici della Corte di Cassazione hanno rigettato tutti i ricorsi dei legali, confermando la sentenza di appello di due anni fa.

Anche il sostituto procuratore generale aveva chiesto il rigetto. Ieri davanti ai giudici in rappresentanza di tutto il collegio difensivo hanno discusso gli avvocati Cesare Placanica, Carlo Taormina, Nino Favazzo, Tommaso Autru Ryolo e Ugo Colonna.

Nella difesa sono stati impegnati anche gli avvocati Salvatore Versaci, Carmelo Picciotto, Nunzio Rosso, Fabrizio Formica, Filippo Massimo Marchese, Danilo Santoro, Alberto Gullino e appunto Carlo Taormina. Quest'ultimo, legale dell’ex consigliere comunale Santi Daniele Zuccarello condannato a 1 e mezzo dalla Corte d'Appello, nel presentare il ricorso aveva evidenziato che "esclusa la fattispecie del falso in atto pubblico, risulta complicato configurare le contestate e residue ipotesi di truffa ai danni del comune di Messina. Il ricorso per Cassazione dovrà fare in modo di eliminare la condanna dell’ex Consigliere Comunale Zuccarello, anche relativamente a questa parte della sentenza di primo grado. Spiace che la Corte, di fronte alle evidenze di fatto e giuridiche le quali conclamano la estraneità alla vicenda dell’ex consigliere Zuccarello, non abbia tratto tutte le conclusioni alle quali era stata invitata dopo aver escluso la sussistenza della fattispecie di falso".

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA D'APPELLO

Nel giugno del 2019 sono state depositate le motivazioni della sentenza d’appello del processo sulla Gettonopoli di Messina.

Il processo d’appello si era concluso nel 2018 con 15 condanne e 2 assoluzioni. I giudici dell’appello, nelle motivazioni, prendono in considerazione le tre situazioni: le sedute in cui i consiglieri si allontanavano subito dopo aver attestato la presenza e prima ancora che la seduta venisse dichiarata aperta, poi ci sono le sedute andate deserte per mancanza del numero legale, una terza categoria riguardava presenze in cui il consigliere è stato presente in aula durante i lavori pochi minuti. Situazioni che, spiegano, «sono molto diverse tra di loro e non possono essere unitariamente valutate».

Nella prima ipotesi secondo i giudici «è impossibile parlare di partecipazione». Secondo la Corte d’appello «In questo caso non si tratta di una partecipazione "non effettiva", ma di una non partecipazione alle seduta che esclude comunque il diritto al gettone».

Diversa è invece la questione della partecipazione alla seduta anche per un periodo breve. Sono i cosiddetti «tre minuti» che erano stati usati come parametro nell’inchiesta. «In astratto - scrivono i giudici - è evidente che anche una partecipazione di qualche minuto può assumere un rilievo ai fini dei lavori di una commissione», «mentre taluno potrebbe prendere parte alla medesima seduta per ore, disinteressandosene totalmente». Per questo motivo il parametro della permanenza per almeno tre minuti «appare anche a questa Corte del tutto arbitrario».

Infine la terza ipotesi quella in cui i consiglieri, dopo aver firmato, andavano via senza attendere la verifica del numero legale. Allontanandosi prima della verifica secondo i giudici «hanno lucrato il gettone di presenza disinteressandosi totalmente della possibilità che, con la loro effettiva partecipazione, la seduta avrebbe potuto regolarmente avere luogo».

Nelle ipotesi in cui il consigliere si è allontanato dalla sala della commissione prima dell’inizio ella seduta e senza farvi più ritorno è impossibile parlare di partecipazione (…). Che, per ritenere la partecipazione a una seduta sia sufficiente presentarsi all’orario della convocazione, apporre una firma e andarsene è interpretazione che, prima che essere manifestamente insostenibile secondo il senso comune, non ha alcun fondamento giuridico (…). In situazioni di questo tipo i pervenuti, consapevoli della prassi per cu le presenze venivano annotate nel verbale, non in seguito ad appello nominale ma facendo riferimento a dei fogli lasciati a disposizione dei consiglieri prima dell’inizio della seduta, hanno apposto a firma su detti fogli al solo scopo di lucrare indebitamente il gettone di presenza pur non avendo alcun interesse a partecipare alla seduta, tanto da allontanarsene prima del suo inizio”.

“E’ certo vero - scrivono ancora i giudici facendo riferimento agli argomenti portati da alcuni difensori - che l’attività politica può essere svolta anche in forme non convenzionali che comprendono anche l’astensione dalla partecipazione all’attività di una commissione o del consiglio comunale (…) A tutto concedere, poi, l’ipotetico atto politico di non partecipare alla commissione avrebbe potuto considerarsi atto legittimo ove non avesse comportato la corresponsione di un gettone per un’attività certamente non posta in essere”.

Sui tre minuti, come detto, i giudici di secondo grado la pensano diversamente rispetto al Tribunale.

“Dette ipotesi – la partecipazione effettiva ma per un periodo estremamente breve ndr – sono assimilabili dal punto di vista morale quali condotte finalizzate a lucrare il gettone di presenza con il solo sacrificio di recarsi negli uffici comunali per il tempo necessario ad apporre una firma. Rispetto a situazioni di questo tipo, tuttavia il silenzio del regolamento comunale su termini e modalità legittimanti la corresponsione el gettone di presenza assume rilevanza decisiva. (…).

Anche in questo caso il richiamo alla effettiva partecipazione appare fuorviante. Pretendere di apprezzare circostanze ulteriori diverse dalla mera presenza fisica in commissione finisce per ancorare il diritto al gettone a elementi che non hanno alcun fondamento normativo. In astratto, del resto, è evidente che anche una partecipazione di qualche minuto può assumere rilievo ai fini dei lavori di commissione, se non attraverso un intervento formale, quanto meno con l’attività di relazione con gli altri consiglieri, mentre taluno potrebbe prendere parte alla stessa seduta per ore, disinteressandosene totalmente. Non è dunque possibile in mancanza di un parametro certo valutare in concreto se il consigliere, fisicamente presente alla seduta, vi abbia anche effettivamente partecipato. Per tali ragioni il parametro della permanenza dei tre minuti appare a questa Corte del tutto arbitrario".

LA SENTENZA D'APPELLO, L'INCHIESTA

Il 20 dicembre 2018 è il giorno della sentenza del processo d'appello 'Gettonopoli', che vedeva imputati diciassette consiglieri comunali della scorsa sindacatura (2013-2018), tutti condannati in primo grado.

I giudici riformano in parte la sentenza di primo grado emessa il 3 luglio del 2017, pronunciando parecchie assoluzioni parziali "perché il fatto non sussiste", e riducendo le pene stabilite in primo grado in maniera piuttosto rilevante. Il tribunale riconosce il reato di falso e truffa, escludendo però  l'aggravante, cioè la valenza pubblica degli atti. Quindi ridetermina le condanne. Ha retto quindi la rilevanza penale delle 'presenze lampo' portata avanti dalla procura, ma è stato rivisto il "quantum" della pena irrogata in primo grado.

Ne escono assolti totalmente Libero Gioveni e Nora Scuderi con la formula 'perché il fatto non sussiste', e in questo caso si trattava del loro coinvolgimento come presidenti o segretari di commissione per un'ipotesi di falso del pubblico ufficiale. Nella stessa qualifica hanno registrato l'assoluzione anche Piero Adamo, Nicola Cucinotta e Giovanna Crifo', ma per loro tre l'assoluzione è parziale, perché oltre ad essere coinvolti nella vicenda come presidenti o segretari di commissione erano compresi nel capo d'imputazione principale. In 13 tra i condannati hanno poi registrato assoluzioni parziali per alcuni casi singoli di presenze 'lampo'. 

Di seguito le 15 condanne e le due assoluzioni:

Nino Carreri: 1 anno e 2 mesi e dieci giorni di reclusione

Santi Sorrenti:  1 anno e 3 mesi

Andrea Consolo: 1 anno e 3 mesi

Angelo Burrascano: 1 anno 4  mesi e 10 giorni

Pio Amedeo: 1 anno 5 mesi e 10 giorni

Nicola Crisafi: 1 anno 7 mesi e venti giorni

Carmelina David: 1 anno 3 mesi e venti giorni

Fabrizio Sottile: 1 anno e 6 mesi 

Paolo David: 1 anno 7 mesi e dieci giorni

Carlo Abbate: 1 anno 6 mesi e dieci giorni

Daniele Zuccarello: 1 anno e 6 mesi

Benedetto Vaccarino: 1 anno e 9 mesi (la pena più alta)

Piero Adamo: 1 anno 2 mesi e venti giorni

Nicola Cucinotta: 1 anno e 3 mesi

Giovanna Crifò: 1 anno e 5 mesi

Nora Scuderi: assolta

Libero Gioveni: assolto

Per tutti pena sospesa (che 'salva' Vaccarino e la Crifò dalla decadenza, oltre al fatto che si tratta di una pena sotto i due anni e sei mesi). Revocata per tutti gli imputati la pena accessoria dell'interdizione temporanea dai pubblici uffici. La provvisionale, che i consiglieri avevano già iniziato a pagare a rate, scende a 3 mila euro per ciascuno (da 10 mila). Misura cautelare revocata per Carlo Abbate, Piero Adamo, Pio Amadeo, Angelo Burrascano, Giovanna Crifò, Nicola Crisafi, Nicola Cucinotta, Carmela David, Paolo David, Fabrizio Sottile, Benedetto Vaccarino e Santi Daniele Zuccarello.

Condanna Abbate, Adamo, Amadeo, Burrascano, Carreri, Consolo, Crifò, Crisafi, Cucinotta, David Carmela, Davi Paolo, Sorrenti, Sottile, Vaccarino e Zuccarello a rifondere alla parte civile le spese di costituzione nel giudizio di gravame liquidate in complessivi 1.400 euro oltre spese.

LE RICHIESTE DELLA PROCURA GENERALE.

Il sostituto procuratore generale Felice Lima aveva utilizzato parole dure nel confermare le condanne principali.

“Rappresentare la cosa pubblica è un onere e un onore. In questo caso siamo in presenza di puro disprezzo dei beni comuni e danno all’immagine pubblica. Ma non a quella di facciata, bensì a qualcosa di più importante. E’ stata tradita la fiducia dei cittadini. E’ anche per questo che chiedo la conferma delle condanne principali. Bisogna chiedersi se sono stati percepiti dei vantaggi economici o no dalle sedute a cui non si è effettivamente partecipato”, ha sottolineato il sostituto pg Lima. “I tre minuti sono stati una scelta strategica, un criterio della Procura, per dire comunque che se sei stato meno di tre minuti ‘sei soltanto entrato e uscito'”. I consiglieri “non hanno fatto neanche fatto finta, hanno soltanto firmato senza partecipare”. E il sostituto procuratore generale ha voluto sottolineare che “l’assenza di un regolamento non giustifica il fatto, i consiglieri ‘non potevano non sapere’ che firmando avrebbero percepito il gettone, in piena consapevolezza. Il dolo c’era tutto perché i consiglieri sapevano che firmando avrebbero preso dei soldi”. “Dire che mettere un firma e andare via sia lecito è una pura provocazione”, ha concluso Felice Lima, noto per aver condotto negli anni delle stragi alcune importanti inchieste sui rapporti fra mafia, politica e impresa.

La procura generale aveva dunque chiesto la conferma della sentenza per tutti gli imputati condannati per il reato di falso e chiesto invece l’assoluzione per Nora Scuderia e Libero Gioveni, con la formula perché il fatto non sussiste. Con la stessa formula era stata chiesta l’assoluzione per Piero Adamo, Nicola Cucinotta e Giovanna Crifò per i reati di falso in qualità di presidente e segretario di commissione mentre per il resto – compresi Crifó, Adamo e Cucinotta nella veste però di consiglieri – aveva chiesto la conferma della sentenza.

IL PROCESSO DI PRIMO GRADO.

I consiglieri comunali furono condannati il 3 luglio del 2017 per essersi intascati i gettoni di presenza senza aver partecipato alle commissioni dalla Prima sezione penale di Messina presieduta dal Presidente Grasso.

Queste le condanne: 4 anni a Nino Carreri, Santi Sorrenti, Andrea Consolo, Angelo Burrascano, Pio Amedeo, Nicola Crisafi e Carmelina David; 4 anni e tre mesi per Fabrizio Sottile e Paolo David; 4 anni e 6 mesi per Carlo Abbate, Daniele Zuccarello e Benedetto Vaccarino; 4 anni e 8 mesi per Piero Adamo e Nicola Cucinotta; 4 anni e 10 mesi per Giovanna Crifò. Condannati a tre mesi Nora Scuderi e Libero Gioveni per i quali il pm aveva chiesto l’assoluzione. Per tutti interdizione dai pubblici uffici per la durata di 5 anni.

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI PRIMO GRADO

Era un “…generalizzato sfruttamento ad opera di ciascun imputato della propria posizione di consigliere comunale a scopi prettamente privati, assumendo assai spesso le condotte accertate toni a dir poco sconcertanti”. Nelle aule delle commissioni, spesso c’erano soltanto “effimeri e fugaci ingressi”. Eccola la sintesi giudiziaria delle 139 pagine di motivazioni della sentenza del processo “Gettonopoli”, depositate dai giudici della prima sezione penale, che il 3 luglio del 2017 dopo la clamorosa inchiesta della Procura portò alla condanna di diciassette consiglieri comunali per le ‘presenze lampo’ nelle commissioni di Palazzo Zanca, certificate dagli investigatori della Digos. Nelle motivazioni i giudici scrivono poi che “…in alcuni casi l’attività capitava ha addirittura permesso di accertare come le commissioni consiliari fossero vuoti involucri, riempiti solo formalmente ed apparentemente di contenuti, all’unico scopo di legittimare sedute che fossero idonee a far raggiungere ai consiglieri comunali, per ciascun mese, un numero di presenze cartolari pari al limite minimo necessario per l’erogazione del gettone di presenza nella sua misura massima”. Una corposa parte del provvedimento viene poi adoperata per esaminare le singole posizioni dei consiglieri con le condotte contestate, cioè o le “firme con successiva fuga” o le “presenze lampo”: Abbate 20, Adamo 9 (8 valutate), Amadeo 21, Burrascano 16, Carreri 7, Crifò 15, Crisafi 24, Cucinotta 9, Carmela David 12 (11 considerate), Paolo David 23, Sottile 23, Sorrenti 7, Vaccarino 27, Consolo 7, Zuccarello 20.

L’EFFETTIVA PARTECIPAZIONE

Il concetto tecnico più importane che viene poi affrontato dai giudici è quello di “effettiva partecipazione”, che è stato richiamato spesso nel corso del dibattimento sia dall’accusa, il pm Francesco Massara, sia dai numerosi difensori. Proprio gli avvocati hanno fatto riferimento a un “vuoto normativo” nel combinato tra la legge regionale e il regolamento comunale, la mancata previsione cioè di un’indicazione certa di tempo minimo di permanezna per poter “guadagnare” il gettone. Questo “vuoto normativo” secondo i difensori avrebbe autorizzato “…la permanenza in aula del consigliere anche per il solo tempo strettamente necessario ad apporre la firma, senza partecipare alla seduta o, addirittura, a seduta ancora non aperta, con ciò conseguendo legittimamente il gettone di presenza”. Secondo i giudici “siffatto suggestivo argomentare è affetto da evidenti vizi logici”. Dopo aver passato in rassegna per analogia i regolamenti di altri comuni (Roma, Cadoneghe, Busto Arsizio e Terni), il collegio conclude che ci si rende agevolmente conto “…come la nozione di ‘effettiva partecipazione’, nelle esplicazioni normative comunali, sia stata intesa univocamente come partecipazione alla seduta per un tempo superiore alla metà della sua seduta”. Quindi, anche se all’epoca dei fatti – oggi tutto è cambiato – il Comune non si era dotato di un regolamento che specificava il tempo di permanenza, i giudici ribaltano completamente la prospettiva: “…in mancanza di siffatta specificazione e tenuto conto del significato dell’etimologia della espressione ‘effettiva partecipazione’, può concludersi che, se non è possibile quantificare in positivo quando vi è l’effettiva partecipazione rilevante è,  al contrario, possibile attraverso un ragionamento per esclusione definire con ragionevole certezza ciò che partecipazione effettiva non è”. E infatti – scrivono i giudici – “…come emerge dall’esame analitico delle risultanze investigative acquisite in ordine alle singole sedute contestate a ciascun consigliere comunale, l’attività tecnica eseguita nel corso di appena tre mesi d’indagine ha consentito di acclarare che la totalità delle condotte accertate sia consistita nella permanenza dei consiglieri nell’aula ove si svolgeva la commissione per il tempo strettamente necessario ad apporre la propria firma con conseguenze definitivo allontanamento dalla sala”, e “…in alcuni casi le risultanze sono davvero sconcertanti: la permanenza in aula è infatti registrata per un tempo stringatissimo, pari a pochissimi secondi”. I giudici argomentano ancora sul punto: “…non possono certamente ritenersi condotte partecipative alla seduta quegli effimeri e fugaci ingressi in commissione, durante i lavori, che is sono risolti nella mera apposizione della firma o, comunque, nella permanenza in aula limitata a pochissimi minuti e il più delle volte a pochi secondi”.

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA – IL PASSAGGIO-SIMBOLO

“L’unico obiettivo preso di mira dai consiglieri – scrivono i giudici in un passaggio della sentenza – è risultato, in un clima assolutamente desolante, quello di raggiungere un determinato budget di presenze, per arrivare – indipendentemente dalla produttività voluta dalla legge – a quel massimo di trentanove gettoni di presenza pagati, ciascuno del valore di 56,04 euro, che avrebbero consentito a ciascun consigliere di percepire un ammontare di 2.184,82 euro netti al mese, a cui poi andrebbero aggiunti eventuali rimborsi ai datori di lavoro per il tempo impiegato al di fuori dell’ufficio per svolgere la propria attività politica. Orbene, si è assistito ad una affannosa corsa contro il tempo al fine di accumulare quante più presenze possibili, mediante la semplice apposizione di firma non seguita da alcuna partecipazione, in un imbarazzante quadro di illegalità diffusa che involge al totale disprezzo delle norme e delle istituzioni. La generale prassi illegale – concludono i giudici su questo punto – invocata dalle difese a fondamento delle condotte contestate agli odierni imputati, non può certo rappresentare valida e sostenibile giustificazione di alcunché, testimoniando, invece, la stessa una radicata e pervicace insensibilità dei consiglieri comunali all’osservanza delle regole”.

L’ABUSO D’UFFICIO

Otto consiglieri (Abbate, Adamo, Consolo, Crifò; Cucinotta, Sorrenti, Vaccarino e Zuccarello), sono stati assolti dal reato di abuso d’ufficio (partecipazione alle sedute in assenza di delega scritta). Ecco spiegato perché: “…l’analisi combinata dalle risultanze documentali in atti – scrivono i giudici – e dei dati emersi dall’istruttoria dibattimentale non consente di ritenere raggiunta la prova, della penale responsabilità degli imputati in ordine al contestato delitto di abuso d’ufficio”, questo perché “…non può escludersi la, invero, residuale ipotesi che le deleghe relative alle sedute contestate, pur non allegate ai rispettivi verbali di seduta, potessero, invece che totalmente inesistenti, essere state predisposte e successivamente sparite per scorretta conservazione”.

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