26 Aprile 2021 Giudiziaria

L’AFFONDO: DAL RITO PELORITANO AL RITO BARCELLONESE

di Fabio Repici – Negli anni Novanta e Duemila ci si dovette arrendere all’evidenza delle mirabilie del “rito peloritano”. L’esempio più illuminante (e avvilente) delle sconcezze della giurisdizione messinese fu il processo per l’omicidio di Graziella Campagna: fu provato che la giustizia era stata addomesticata presso la masseria dal nome metafisico “Pace e bene” del capomafia massone Santo Sfameni.

I giudici della Corte di assise di appello di Messina che il 18 marzo 2008 condannarono all’ergastolo i killer di Graziella Campagna, Gerlando Alberti junior e Giovanni Sutera, con esplicito sgomento diedero conto in sentenza «del delineato panorama dagli indefiniti contorni, delle incredibili interrelazioni che vedevano uniti dalla comune frequentazione magistrati del distretto di Messina e criminali del medesimo e di altri contesti territoriali».

A eternare definitivamente lo stomachevole significato della locuzione “rito peloritano” fu poi il film “La vita rubata”, diretto dal bravissimo Graziano Diana e interpretato dall’altrettanto bravo Beppe Fiorello.

Ad analizzare con precisione le cose, sarebbe stato bene rilevare come la mafia beneficata dal “rito peloritano” – a parte gli avventori occasionali come Alberti e Sutera (e Michele e Salvatore Greco, e altri ancora) – fosse quella della città di Messina e come il nume tutelare del “rito peloritano”, il boss Santo Sfameni, fosse di Villafranca Tirrena. E sarebbe stato bene rilevare pure come, allontandosi dal capoluogo di provincia lungo la costa tirrenica, una certa impunità, che a Messina era cessata (ed erano i tempi del “caso Messina”), più ci si avvicinava a Barcellona Pozzo di Gotto più si manteneva inalterata. E, infatti, don Santo Sfameni, che in fondo era messinese ma pure barcellonese, aveva raggiunto l’altro mondo senza mai una condanna, nemmeno in primo grado, per associazione mafiosa.

Barcellona, intanto, aveva scalzato Messina ed era diventata, a guardar bene, il vero capoluogo di provincia: non solo negli equilibri criminali, ma anche nel potere legale, negli equilibri giudiziari del distretto, nella politica.

Il ribaltamento degli equilibri criminali, in contemporanea al processo sul “caso Messina”, era divenuto traumaticamente visibile il 17 novembre 2005, allorché Michelangelo Alfano, potente uomo d’onore di Bagheria insediatosi a Messina fin dalla fine degli anni Settanta come testa di ponte degli affari di Leonardo Greco, Bernardo Provenzano, Mariano Agate e Tommaso Cannella, si suicidò con un colpo di pistola alla testa. Davanti al suo cadavere, era evidente che Cosa Nostra in provincia di Messina parlava ormai definitivamente il dialetto del Longano e lo slang degli apparati deviati.

Del resto, anche a guardare la politica, gli anni Duemila (fino a oggi) hanno visto il predominio barcellonese, certificato nel 2003 e poi nel 2008 dall’elezione a sindaco di Messina (sindaco di Messina!) del barcellonese socio di Corda Fratres Giuseppe Buzzanca. Peraltro, negli stessi anni, l’esponente politico più rilevante nella provincia era il barcellonese (anch’egli socio di Corda Fratres) Domenico Nania, assurto fino al ruolo di vicepresidente del Senato.

Anche oggi, l’esponente politico più in auge nella provincia non sembra certo il deputato nazionale Pietro Navarra, messinese originario di Corleone, bensì il deputato regionale Tommaso Calderone, di Barcellona.

Lasciando da parte la politica e tornando alle faccende giudiziarie, la granitica impunità della mafia barcellonese subì un forte scossone a partire dalla fine del 2010, allorché il boss di Mazzarrà S. Andrea Carmelo Bisognano collaborò con la giustizia, seguito dal mafioso di Falcone Santo Gullo. Lo scossone si fece ancora più forte, vicino al rischio dell’abbattimento del vertice della mafia barcellonese, il 3 luglio 2014, quando fu il boss barcellonese Carmelo D’Amico a collaborare con la giustizia, seguito dopo pochi mesi dal fratello Francesco e dal capo del gruppo di Terme Vigliatore Nunziato Siracusa.

Poi venne il 2015, anno che ha segnato una svolta, non subito percepita e difficilmente percepibile da chi non fosse stato attore delle manovre sotterranee del Sicilian Tabloid.

A quelle manovre il sistema barcellonese non fu certo estraneo.

Quell’anno di manovre sotterranee si chiuse, nel mondo ufficiale, con provvedimenti giudiziari che segnarono un cambio di marcia della storia e che riguardarono il mafioso di Stato Rosario Pio Cattafi (si potrebbe dire l’impunito per eccellenza, se addirittura a breve otterrà a Reggio Calabria perfino la prescrizione per il reato di associazione mafiosa pur commesso), una sentenza e un provvedimento di scarcerazione fondati su esplicito orientamento giurisprudenziale ad personam, che lo fece passare direttamente dal 41 bis alla libertà.

Contemporaneamente, furono anni in cui Barcellona divenne la capitale degli scritti anonimi, che fecero precipitare la città in un clima che sembrava uscito dalla penna del Garcia Marquez di “La mala ora”. Quegli anonimi avevano, in realtà, paternità talmente palese che in due diversi esposti chi scrive queste righe profetizzò con successo l’identità degli autori. Un terzo scritto anonimo – anch’esso di paternità facile da cogliere, e anche su quello l’autore di queste righe ha avuto conferme incontrovertibili – fu lo spartito sulla base del quale furono praticate azioni criminali clamorose. E fra le tante calunnie ve ne compariva una del tutto identica a quella per la quale il mafioso di Stato Cattafi è stato condannato con sentenza irrevocabile per calunnia ai danni del sottoscritto e del pentito Bisognano.

La nuova frontiera del rito barcellonese l’abbiamo scoperta nelle ultime settimane.

Prima, come detto, c’erano state le manovre per abbattere i collaboratori di giustizia. Quelle contro Carmelo D’Amico (il più avversato, visto che ha provocato danni enormi ai vertici della mafia barcellonese e perfino un processo per corruzione in atti giudiziari a Reggio Calabria a carico del magistrato Olindo Canali e del boss Giuseppe Gullotti) sono tuttora in corso. Ma questo, per l’appunto, appartiene alle strategie elaborate in passato.

La nuova frontiera ha assunto le sembianze di un falso pentito, Carmelo Giambò, affiliato di discreto livello della mafia barcellonese, con legami parentali che gli avevano dato senz’altro possibilità di contatti anche con ambienti estranei allo stretto sodalizio mafioso.

Giusto dieci giorni fa la Procura generale di Messina ha depositato nel giudizio d’appello del processo “Gotha 6” (che era già alle battute finali) alcuni interrogatori di Carmelo Giambò, i verbali dei confronti disposti dalla D.d.a. di Messina fra Giambò, da un lato, e i pentiti Gullo e Siracusa, dall’altro, e una nota della stessa D.d.a. con la quale è stata chiesta la revoca delle misure urgenti di protezione attivate appena Giambò aveva ufficializzato la volontà di collaborare con la giustizia, motivata con la falsità delle esternazioni di Giambò.

Il contenuto di quegli atti è davvero interessante e foriero di riflessioni che dovrebbero impegnare – anzi, che sicuramente stanno impegnando – tutti i magistrati che si stanno occupando delle vicende più importanti del sistema barcellonese.

Nel primo grado del processo “Gotha 6” Giambò, già condannato definitivamente all’ergastolo nel processo “Gotha 1”, aveva riportato la condanna all’ergastolo per alcuni omicidi. Con la stessa sentenza erano stati condannati all’ergastolo anche Giuseppe Gullotti, Giovanni Rao e Salvatore Di Salvo, cioè i componenti di vertici della famiglia mafiosa barcellonese.

Bene, con le sue dichiarazioni, il “collaboratore di giustizia” Carmelo Giambò ha puntualmente scagionato i capimafia. Addirittura, nel caso dell’omicidio Pelleriti, per il quale egli era stato condannato in concorso con Gullotti e Di Salvo (e i pentiti Gullo e Siracusa), confessando la propria partecipazione Giambò ha al contempo dichiarato che Gullotti e Di Salvo furono estranei all’omicidio. Va segnalato come Giuseppe Gullotti, che ha finito di scontare la condanna per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano (grazie al fatto che, per la dimenticanza da parte dell’allora pm Olindo Canali della contestazione dell’aggravante della premeditazione, la pena irrogatagli era stata di trent’anni di reclusione, anziché l’ergastolo), si trova oggi in carcere solo per la misura cautelare emessa nei suoi confronti per l’omicidio Pelleriti. Cosicché, se la Corte di assise di appello di Messina lo assolvesse per tale delitto, il boss Gullotti tornerebbe in libertà a Barcellona.

E questo è stato l’indirizzo delle “rivelazioni” del “pentito” Giambò. In sostanza, se le sue dichiarazioni fossero state recepite con valutazione di attendibilità, Giambò avrebbe agevolato seriamente i destini giudiziari dei capimafia Gullotti, Rao e Di Salvo.

Al contempo, Giambò con le sue parole ha mosso pure un attacco alla credibilità dei collaboratori di giustizia Carmelo D’Amico e Biagio Grasso, per il primo sostenendo che fossero false le affermazioni con le quali aveva coinvolto Giambò nell’esecuzione dell’omicidio di Mario Milici e per il secondo sostenendo che fossero false le accuse contro lo stesso Giambò in relazione all’estorsione ai danni del Carrefour di Milazzo.

Le calunnie contro D’Amico e Grasso sono state confessate da Giambò, in un interrogatorio del 18 marzo scorso. Le motivazioni delle false dichiarazioni che aveva reso sono, però, davvero risibili: per l’omicidio Milici, «ho mentito in quanto ero legato alla vittima da un’amicizia» (e che avrebbe fatto, a Milici, se non fosse stato suo amico?); per «l’estorsione al Carrefour ho mentito senza una ragione specifica». Insomma, favole per gli allocchi.

Sarebbe interessante, invece, capire cosa ci sia dietro il depistaggio praticato da Giambò e ancor più interessante sarebbe sapere se il depistaggio da lui compiuto si sia “limitato” al tentativo di aiutare Gullotti, Rao e Di Salvo e di delegittimare i pentiti Carmelo D’Amico e Biagio Grasso, oppure se si sia esteso anche a vicende al centro di processi diversi da “Gotha 6”.

A quel punto, non sarebbe affatto difficile prevedere gli ulteriori stadi del “rito barcellonese” e se, dietro le menzogne di Giambò, ci sia stata una cabina di regia.

Il sistema barcellonese, del resto, ormai è chiaro a tutti, è capace di imprese semplicemente impensabili in qualunque altro posto d’Italia. Non a caso lì il vertice criminale è fatto in simbiosi da Cosa Nostra e apparati esterni, esattamente secondo il “canone Cattafi”, il mafioso di Stato.

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L’APPROFONDIMENTO.

Pubblichiamo alcune delle (false) dichiarazioni del pentito Giambò, rilasciate ai magistrati della Dda di Messina, alle quali si riferisce l’avvocato Repici nel commento che pubblichiamo sopra, sia sull’omicidio Milici che sull’estorsione al Carrefour.

Ecco cosa ha riferito sull’omicidio di Mario Milici.

“Nel corso del primo e del secondo dei verbali di interrogatorio – scrivono i magistrati – , il dichiarante ha affermato di avere preso parte solo alla fase preparatoria dell’omicidio in questione, e non anche alla esecuzione materiale dell’agguato, smentendo, sul punto, il narrato del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, che aveva in precedenza chiamato Giambò in correità, indicandolo come coautore dell’omicidio, unitamente ad esso D’Amico. In occasione del verbale del 18 marzo 2021, Giambò ha ammesso di avere mentito nel corso delle precedenti dichiarazioni rese su questo fatto, ed ha confessato di avere effettivamente preso parte, non solo alla fase preparatoria, ma anche a quella esecutiva del delitto. Domenico Pelleriti. Giambò in occasione degli interrogatori del 4 dicembre 2020 e del 18 febbraio 2021 – scrivono i magistrati -, ha ammesso di avervi preso parte, negando di avere constatato la presenza, nelle fasi relative all’omicidio in questione, di Gullotti Giuseppe e Salvatore Di Salvo, circostanza che è stata, invece, affermata dai collaboratori di giustizia Gullo Santo e Siracusa Nunziato. Sul punto, questo ufficio, al fine di una migliore valutazione dell’attendibilità del dichiarante e di una completa ricostruzione delle vicende, ha proceduto ad un confronto tra Giambò Carmelo e Gullo Santo in data 7 aprile 2021, e tra Giambò Carmelo e Siracusa Nunziato, in data 8 aprile 2021. All’esito del confronto, ciascuno dei collaboratori è rimasto sulle proprie posizioni. Carmelo Mazza. Giambò nell’interrogatorio del 18 febbraio 2021 ha ammesso la sua partecipazione all’omicidio, in linea con il quadro probatorio ricostruito dalla sentenza, emessa dalla Corte di assise di Messina, anche in ordine al ruolo rivestito da Chiofalo Domenico (e Micale Aurelio), riferendo di non avere informazioni in ordine al coinvolgimento, nell’omicidio in questione, di Rao Giovanni. Carmelo De Pasquale. Carmelo Giambò nell’interrogatorio del 4 febbraio 2021 – scrivono i magistrati -, ha ammesso la sua partecipazione all’omicidio, in linea con il quadro probatorio ricostruito dalla sentenza emessa dalla Corte d’assise di Messina, anche in ordine ai ruoli ricoperti dai coimputati Calderone Antonino (cl. ’75), e Chiofalo Domenico (e Micale Aurelio)”.

L’estorsione al Carreforur

C’è un’altra vicenda in cui Giambò ha detto il falso, secondo i magistrati. “Giambò – si legge nella relazione – , ha ammesso di avere mentito anche in relazione ad una vicenda estorsiva, per la quale è stato riconosciuto colpevole, nell’ambito del giudizio Gotha 7. Ed invero – scrivono i magistrati – , nel corso delle dichiarazioni rese in data 2 marzo 2021, egli ha negato di avere commesso questa estorsione; nel successivo verbale di interrogatorio del 18 marzo 2021 ha mutato versione, ammettendo di avere commesso il fatto. Peraltro, in data antecedente all’inizio delle sue dichiarazioni, Giambò è stato destinatario di una missiva inviatagli da Di Salvo Salvatore, detenuto in regime di “41 bis”, e che veniva sottoposta a trattenimento, nel gennaio del 2020. Dell’avvenuto trattenimento di detta missiva, Giambò Carmelo affermava di essere venuto a conoscenza”.

Le precisazioni.

Carmelo Giambò, messo alle strette dai magistrati della Dda, sia sull’omicidio Milici che sull’estorsione al Carrefour ha poi cambiato versione.

Sull’omicidio Milici ha successivamente dichiarato: «… confermo di aver partecipato alla preparazione dell’omicidio di Milici Mario, ma le cose sono andate diversamente da quanto dichiarato in precedenza. In effetti, sono stato incaricato dell’omicidio da Filippo Barresi. Ricordo che avevo occultato un fucile ed un pistola nel torrente nei pressi della mia abitazione. Il giorno dell’agguato, prelevai Carmelo D’Amico con uno scooter con cui mi muovevo; avevamo con noi due pistole e un fucile; giunti sul posto, ci nascondemmo dietro un muretto nei pressi del torrente di cui ho detto, attendendo il passaggio del Milici Mario. Quando lo vedemmo passare, D’Amico sparò con il fucile; Milici cadde a terra. Eravamo convinti che fosse già morto, ma poco dopo Milici si alzò e cominciò a scappare. Sia io che Carmelo D’Amico lo inseguimmo; Milici scavalcò un muretto, stessa cosa che facemmo anche noi. Quindi, lo raggiungemmo e lo bloccammo a terra; in quel frangente, io riuscii a sparare un colpo di pistola, ma non so indicare dove l’ho colpito. Ricordo anche che Carmelo D’Amico colpì ripetutamente il Milici con il fucile, utilizzato come oggetto contundente. Preciso che io sparai con entrambe le pistole che avevo addosso; inizialmente con la semiautomatica, che poi mi cadde a terra durante l’inseguimento, e poi con il revolver».

E sull’estorsione al Carrefour ha poi precisato: «Ricordo che Carmelo D’Amico sapeva già che i lavori di costruzione del Carrefour dovevano essere avviati e mi incaricò di “sistemarla”. Ricordo che ne parlai con Giordano (Nino Giordano, ndr) al centro commerciale, ma il materiale pagamento delle somme estorsive mi veniva fatto dal direttore commerciale del centro commerciale. Ho cominciato a ricevere somme a titolo estorsivo a partire dall’inaugurazione del centro commerciale e fino alla Pasqua del 2010. L’importo era di euro 2500-3000, tre volte per anno, in occasione di natale, pasqua e ferragosto».