La riflessione di Vincenzo Cardile: Una Nazionale piagnona, specchio di un Paese

14 novembre 2017

Ieri sera ho visto piangere i miei figli, ed oggi, sui giornali, nei bar, scorgo uno sconforto generale ed una disperazione collettiva per il mancato raggiungimento dell’obbiettivo mondiale, Russia 2018.

Come tutti gli italiani ho visto anch’io la partita, culminata col beffardo pareggio: ciliegina sulla torta? Le lacrime del capitano Buffon… e giù i commenti strazianti sul social.

Mi chiedo: ma siete seri?

Vedendo Buffon piangere mi si è aperto un file nascosto della memoria.

Ho ricordato di quando nel mese afoso di giugno, in pantaloncini, andavo a vedere “i quadri” a scuola: tutti accalcati sulla bacheca a sbirciare i voti delle materie, e lì, sempre, c’era immancabilmente il compagno o la compagna disperata in lacrime, che era stata rimandata a settembre o bocciata, e ripeteva che la colpa non fosse la sua, ma di quella ‘stronza’ di professoressa, che nell’ultima interrogazione, le aveva negato la sufficienza…

Ora dico, se non dai il massimo, non ti impegni, in anno scolastico non fai nulla, e sbagli pure l’ultima interrogazione, che colpa ne ha l’insegnate? Sei “bestia”. Punto.

Mi chiedo, caro Buffon, simbolo di un Italia piagnona, perchè non ti sei messo a piangere quando al Santiago Bernabeu, la Spagna ci ha insegnato a giocare a calcio, rifilandoci una dura lezione, che va al di là dei tre gol incassati? Perchè non piangevi dopo l’uno a uno in casa, con la Macedonia? Perché piangi oggi, quando la qualificazione non l’avete raggiunta prima, quando potevate e dovevate raggiungerla?

Ma poi, con tutto il rispetto, quando il presidente della FIGC è un razzista, un analfabeta; in panchina hai mister Ventura, che ha collezionato più esoneri che trofei in serie A e come vice, Sasà Sullo, che ha raggiunto l’apice della carriera, segnando con il gol della promozione del Messina dalla C1 alla serie B, su rigore al Catania, onestamente, dove volevamo andare?

Brave persone si, ma le competenze?

Mister Ventura ha fatto il suo. Quello che sapeva e che poteva fare. Perché chi, come me, ha giocato nei capi pietrosi di terza categoria, sa bene che il mister in una squadra vale il 20% del successo: serve solo a motivare la squadra, il resto, lo fanno i giocatori, che quando scendono in campo, rispecchiano l’animo del proprio allenatore/motivatore, il resto sono chiacchere.

E quando non riesci a trasmettere quel plus, finisce che vai in Svezia, o in Spagna, oppure giochi col Montenegro, e non entri in campo con la “cazzimma” giusta, detto alla napoletana; finisce che ti dimentichi la tua storia, del valore della maglia che porti: non sei più nessuno, diventi solo la copia sbiadita di un azzurro che ha dato gloria ad un popolo.

Del resto, in un Paese mediocre, guidato da politici pessimi, da una burocrazia assassina, le figure di Tavecchio e di Ventura sono le uniche che ci potevano ben rappresentare. L’italia è questa e la Nazionale, la squadra di calcio che ci rappresenta calcisticamente, ne è la diretta cartina di tornasole.

Ci vuole un inversione culturale, una presa di coscienza e responsabilità, che ci faccia cambiare rotta, perché nella vita paga solo la meritocrazia, e quando lo capiremo, sarà sempre troppo tardi. Senza questo, finiremo sempre a piangerci addosso, davanti ad una telecamera, per chi come Buffon ha almeno il coraggio di farlo, o dietro la bacheca di un qualsiasi liceo, come un povero ragazzetto immaturo, a causa della giusta bocciatura. Povera Italia, non ci resta che piangere…

Nato a Messina il primo febbraio del 1975, avvocato tributarista di professione, radioascoltatore, radiotrasmettitore, Instagram Addict e scribacchino per passione.

Messinese, vespista con cuffiette, amante del mare e di tutto ciò che dia emozione vitale, sia essa sportiva o mondana, purché duri il tempo strettamente necessario a non ...