19 Febbraio 2008 Giudiziaria

ALTROSUD: Appunti di una notte autorecluso nell` OPG di Aversa

Appena cerco di chiudere gli occhi, mi scorrono in mente i loro volti, i loro nomi, le loro storie. Marco il 15 novembre 1996 parlava ad un telefono pubblico nella stazione di Roma Termini. Lisa non lo vuole più vedere, glielo ripete fino alla nausea, ma lui la prega, l`implora, la scongiura, gli promette amore e attenzione:ma Lisa è stanca delle promesse mancate. Riattacca il telefono, il filo flebile del dialogo intriso di speranza si spezza; è un secondo, un attimo, l`assale la disperazione e inizia con rabbia a sbattere ripettamente la cornetta contro l`apparecchui, una, due, dieci, venti volte. Non vede e non sente più niente, non vede e non sente gli agenti della polizia che cercano di calmarlo, lui urla, si dispera e piange. 4 mesi per danneggiamento è la pena, ingiusta o meno che sia, che il giudice gli rifila, ma lui è rinchiuso da allora nell`opg di Aversa. 12 anni. 12 anni di internamento per quella cornetta del telefono danneggiata e chissà  quanti altri da trascorrere. La sua condanna per quella cornetta, per quell`attimo di follia, è l`ergastolo, non lo sa o continua a far finta di non saperlo, all`inizio gli sembrava impossibile, un`assurdità , un famelico errore giudiziario, cerca un`uscita di sicurezza da questo mare di follia ma non la trova, poi passa un anno, due, cinque, dieci e progressivamente inizia a farsene un ragione, una ragione nel mare della follia di questo ergastolo bianco. Marco non è pericoloso per sè e per gli altri, malgrado i 12 anni trascorsi in questo girone dantesco, non lo dice solo lui con gli occhi spenti e piegati verso il basso, ma lo dicono tutte quelle carte e scartoffie che attestano la sua “non pericolosità  sociale”. Può uscire ieri, oggi o domani, ma ieri oggi e domani non ha nessuno, non c`è nessuno che può farsene carico, non c`è una famiglia, la sua distrutta negli anni ottanta da un incidcente stradale, non c`è una asl che può farsene carico perchè costa troppo e i direttori delle asl hanno ben altri interessi di cui occuparsi che quello di resistituire la libertà  a Marco. Resta qui, rinchiuso nella sua cella con altre tre, quattro, cinque, sei persone, ogni mese una in più, con i letti che fioriscono come rose a primavera, si schiudono i materassi di gomma piuma sui quali si appoggia un lenzuolo un tempo bianco e una coperta lercia che Marco si porta sempre sulle sue spalle sempre più curve. In questo oceano di disperazione sociale vorresti piangere, ma è un sorriso e una parola di conforto quello che cerca e io gli consegno accompagnandolo alla promessa di preoccuparsi e occuparsi del suo destino anche una volta che il mio corpo riprenderà  a respirare la libertà . Ma ancora non è tempo di tornare lì fuori, dove altri pazzi più o meno illuminati discutono e si accapigliano sulla legge elettorale e il mandato esplorativo ormai andato a vuoto. Non è il momento di andare perchè oggi forse è l`ultimo giorno utile, prima dello scioglimento delle camere, per sparare le mie cartucce istituzionali verso le istituzioni totali che soffocano la libertà : ma tornare dopo pochi mesi per l`ennesima volta all`opg di Aversa ha anche il significato della sconfitta, la sconfitta di chi ha sperato di concretizzare, all`interno della riforma del servizio sanitario nazionale, almeno la dismissione di questi manicomi che dopo la riforma Basaglia ci si era “dimenticato” di chiudere. Il tempo qui è immobile per il cervello, il piede e gli altri resti organici conservati da oltre un secolo nelle stanze vicino la direzione dell`OPG, un tempo laboratorio per la ricerca lombrosiana delle origini biologiche della follia. Ma il tempo è immobile anche per Marco, Franco, Roberto, fantasmi giovani e anziani ma ancora in carne ed ossa, che oggi come un anno fà  le incroci nel passeggio e ti salutano come se ci fossimo visti ieri, perchè oltre alle guardie penitenziarie e al personale dell`opg non hanno nel frattempo incrociato nessuno sguardo estraneo al loro mondo fatto di sbarre e poche decine di metri quadri. Dopo 6 ore di naufragare in balia di queste ondate umane di disperazione sociale è arrivato un fax sulla scrivania del direttore, il ministero ha disposto l`immediato trasferimento di 50 internati, il direttore col quale tante volte abbiamo litigato mi guarda felicemente stupefatto: da mesi segnalava al dipartimento l`insostenibilità  della situazione dell`istituto dove sono ammassati 300 internati quando ne potrebbe accogliere al massimo 130. Ma dal ministero mai nessuna risposta. Qui infatti l`indulto ha avuto l`effetto contrario, intasando l`opg di detenuti che hanno anticipato il fine pena ma con le misure di sicrezza da scontare in pieno. Il direttore era allibbito: quel “rompiscatole” parlamentare che visita a sorpresa e senza preavviso gli comunica la decisione di restare chiuso qui anche stanotte, appena trasmette ai suoi superiori questa folle notizia, ecco che per magia gli arriva la risposta che da mesi attendeva anche se, dal mio punto di vista, questo trasferimento non risolve il problema ma semplicemente lo sposta da un`altra parte. Ci toccherà  fare altre notti, nella speranza che si attivi una volta per tutte il programma di dismissione e presa in carico da parte delle ASL. Ma dormire in quest`ufficio è difficile, pensi di ascoltare le grida di dolore degli internati immobilizati nelle celle di coercizione, con i polsi e le caviglie legate all`estremità  di questi letti di contenzione dove il buco al centro ti indica l`impossibilità  di muoverti nemmeno per i propri bisogni fisiologici. Li avevo visti su qualche libro di storia della psichiatria questi letti, ma lo sono anche qui, oggi, Febbraio 2008, Italia, Europa, in fondo al corridoio a sinistra del primo piano del reparto staccata dell`opg di Aversa.

Le urla accompagnano l`oscurità  ma non riesco a capire se sono urla umane, di animali o semplicemente le urla immaginarie che mi rimbombano nel cervello, le urla dei fantasmi delle migliaia di persone che hanno travalicato dal 1876 i cancelli di questo riformatorio, manicomio od OPG come si suol chiamare a seconda delle convenienze democratiche dell`epoca. I fantasmi dei contadini condannati a vivere il resto della loro vita dentro queste mura per uno sgarro al padrone, le fanciulle rinchiuse a vita qui dentro con l`unica colpa di essere state stuprate a 13 anni, gli antifascisti ammassati qui dentro durante il ventennio, torturati con elettroshock, assurde macchine della verità  e altri marchingegni diabolici. Il fantasma di Giorgio, 82 anni che è sepolto vivo qui dentro ma non si ricorda da quanto tempo o di Gaetano, un ragazzo di 20 anni che la famiglia ha abbandonato qui da due anni, salvo ricordarsi di lui il 26 di ogni mese per ritirare e accaparrarsi la sua pensione. O il fantasma di Michele 28 anni, dopo 5 anni in quest`inferno era riuscito a venirne fuori ma dopo due giorni si dimentica di porre la firma quotidiana al commissariato di polizia e lo rispediscono qui dentro il 29 gennaio di quest`anno, lo stesso giorno in cui prende i lacci delle sue scarpe e si impicca vicino alle sbarre della sua cella. E` questo suo grido estremo di protesta che mi ha portato ancora una volta qui dentro, il suo suicidio, il secondo nel giro di un mese, il quinto nel solo ultimo anno, che è anche un omicidio, un omicidio perpetrato dalle istituzioni e da tutti noi che passiamo ogni giorno fuori queste mura incuranti di quello che succede qui dentro, indifferentemente felici perchè almeno questa discarica di spazzatura umana non ci turba più di tanto la vista e la salute, la nostra infime e folle quotidianità .

Francesco Caruso