LA STORIA DALL`ESPRESSO: Vi racconto la mia vita da brigatista

20 marzo 2008 Inchieste/Giudiziaria

Come può nascere, nell`Italia di oggi, una nuova leva di brigatisti rossi? Cosa spinge un giovane pacifista a diventare, tra i 20 e i 30 anni, addirittura l`armiere di un`organizzazione terroristica che sembrava cancellata dalla storia? Dopo tante opinioni più o meno documentate, su questi interrogativi ora filtra una prima risposta dall`interno della stessa banda armata. Una verità  giudiziaria raccontata da Valentino Rossin, il portalettere che custodiva il principale arsenale dei 17 presunti neo-brigatisti arrestati nel febbraio 2007. Mitra, pistole, fucili e munizioni nascosti in un rustico abbandonato nelle campagne di Arzercavalli, il suo paese, a sud di Padova. Nato il 16 marzo 1971, Rossin confessa a sorpresa di avervi “imboscato” il suo primo carico di fucili e pistole “già  nel 1998”, ben dieci anni fa. Eppure giura di aver scoperto “solo dopo gli arresti” che nel “tubo arancione” dissotterrato dalla polizia c`erano almeno due armi, “vecchie, ma perfettamente funzionanti”, che riportano indietro di un trentennio l`orologio della storia: un Winchester e una Sig Sauer che nel 1978, l`anno dell`omicidio Moro, appartenevano alle Brigate rosse di Mario Moretti. Nei suoi interrogatori il postino Rossin ripercorre tutta la sua vita di `compagno`, con padre operaio e nonno contadino, in grado di parlare sia con i “giovani” che con la “vecchia guardia” dell`”area dell`autonomia”. E in più di mille pagine di verbali integrali, dove improvvisa anche lezioni di veneto, talora spassose, per il pm Ilda Boccassini (“Vècio come mì? Non vuol dire che è vecchio, ma che ha la mia stessa età “), Rossin consegna al processo, che si aprirà  a Milano il 27 marzo, la sua autobiografia di brigatista per caso. Armiere sì, ma sempre tenuto all`oscuro dell`origine delle sue armi. Compagno sì, ma prima “isolato per prudenza” e poi “usato”, tanto da arrivare a sentirsi tradito dai “vecchi amici” che sognavano di rifondare un “partito armato”. Un nuovo “partito comunista politico-militare”, ma ancora marchiato con (due) stelle a cinque punte. Condannato a tre anni e quattro mesi con il rito abbreviato, Rossin è ora passato dal carcere ai domiciliari, ma ammette di vivere nella “paura” che “qualcuno dell`area del contro-Stato”possa “tirare una molotov contro la casa di legno di mia mamma”. Il suo avvocato, Gian Mario Balduin, è stato minacciato e da mesi si paga di tasca propria una guardia del corpo. “Ho iniziato a fare politica con la prima guerra del Golfo”, racconta Rossin: “Fino al 1990-91 il centro popolare Gramigna, che si chiamava ancora centro sociale, era in via Montrà  100, nell`ex fonderia Peraro, quella che han buttato giù per costruire appartamenti sulle vasche radioattive, e auguri a chi ci abita… Dopo le medie avevo fatto due anni di lavoro in fabbrica… Sa, dottoressa, in casa mia non abbiamo mai avuto soldi… Poi ho fatto le superiori: il biennio in provincia, il triennio a Padova, dove ho conosciuto l`ambiente degli studenti… Facevamo un discorso politico contro gli spacciatori di eroina e cocaina, contro l`Italia che va in guerra violando la Costituzione… Nell`anno della maturità  ho abitato al Gramigna occupato… Le ho prese anch`io dai fascisti, una sera mi hanno riempito di botte in dieci contro uno… Ho fatto militanza attiva per otto-nove anni… E lì ho conosciuto Davide Bortolato e Claudio Latino”, ora a processo come presunti capi dei `nuclei` (armati) di Padova e Milano. Ma allora è vero che il terrorismo nasce nei centri sociali? Non proprio. Rossin sostiene che il Gramigna “è sempre stato in polemica” con gli altri “spazi occupati” del Nord-Est, tanto da bollare il più famoso, “il Pedro”, come “quinta colonna del sistema”. Ma non basta: “Ioho visto le prime armi solo dopo aver smesso di fare politica“. Era il 1998. “Bortolato e Andrea Tonello portarono due fucili e due pistole a casa mia. A me facevano palpitare il cuore… Io avevo fatto l`obiettore di coscienza per non prendere in mano armi”. Rossin conferma che “Bortolato s`è portato via una pistola che non ha più restituito. Era una Walther, la stessa di cui mi avete sequestrato un caricatore di munizioni. Ma io non so dove sia nascosta e se sia stata usata… La regola era di non dire niente. Io dovevo solo prendere i mitra e portarli dove c`era la prova di fuoco o l`azione, come la tentata rapina al Bancomat… Fino al 2006 non abbiamo mai mosso le armi. E io non sapevo nemmeno chi doveva usarle e con quale obiettivo”. Il pm Boccassini lo attacca più volte: “Non le credo… Un conto è far parte di un movimento di migliaia di giovani che manifestano, un altro è dire: nascondimi questo Kalashnikov! Dov`è adesso l`esplosivo? Dove sono le altre armi?”. Rossin insiste: lui obbediva al vincolo di gruppo, non all`ideologia.”Io ero funzionale perché in campagna avevo buoni nascondigli e perché non facevo più politica, per cui non ero controllato… Anzi, Bortolato mi teneva lontano dal Gramigna… La spiegazione di tutto è la parola compagno: se non mi prestavo, è chiaro che i compagni storici mi facevano una X sopra… Ho custodito le armi perché… perché sono un deficiente. Mi usavano per cose materiali, senza darmi una giustificazione politica. Solo quando ho letto la vostra ordinanza ho capito che progetti avevano!”. Nata per proteggere il gruppo armato, la regola brigatista della compartimentazione (minima circolazione di notizie, come in compartimenti stagni) viene invece vissuta da Rossin come un tradimento che lo spinge a collaborare. Scavando nella sua formazione, però, salta fuori anche unamitologia partigiana che incuriosisce i poliziotti della Digos: “Mentre lavoravo alle Poste ho fatto l`università . Mi sono laureato nel 2005 con una tesi sulla Resistenza nel Conselvano. Ho raccolto le testimonianze dei partigiani e i resoconti di tutte le armi, quelle sequestrate e quelle ancora imboscate… Andavo a cercarle con il metal detector… Per questo non mi sembrava astruso mettere da parte delle armi senza obiettivi immediati. Perché se ipoteticamente ci fosse un colpo di Stato…”. La Boccassini ironizza: “Cioè, per esempio, se i fascisti vanno al potere, voi vi difendete con la carabina Winchester?”. Rossin: “Insomma, un conto è tenere armi sotto terra, un altro è colpire qualcuno… Per me la faccenda ha preso un brutto taglio solo due mesi prima dei nostri arresti, quando hanno cominciato a farmi prendere le armi per usarle”. Al pm l`eredità  partigiana continua a sembrare una scusa: “Anche i brigatisti erano convinti di fare la guerra allo Stato”. E qui Rossin, per una volta, alza la voce: “Io la penso diversamente, va bene? La guerra partigiana aveva un suo significato storico. Gli anni `70 erano tutta un`altra cosa. E adesso è un`altra storia ancora, completamente diversa”. Quando il pm lo informa che almeno due armi erano delle Br di Moretti, il postino smoccola in veneto: “Eh no, Diobòn… Dio caro, non mi hanno detto niente!”. L`assoluta mancanza di democrazia interna è un`altra costante del gruppo. Rossin ricorda tutte le svolte ideologiche, ma non sa spiegarne nessuna: “La prima è del `99, quando la vecchia guardia si lega al Carc di Angelo Maj. Il Gramigna era movimentista, mentre il Carc introduceva l`elemento-partito. Ma poi fu rottura anche con il Carc. Ci fu una riunione famosissima al Gramigna sulla guerra in Jugoslavia, che finì quasi a botte. E i nostri compagni se ne andarono dal Carc”. Mai giovani potevano discutere quelle scelte? La risposta di Rossin, che pure si sentiva un “luogotenente”, è desolante: “Al Gramigna c`erano due comitati, di gestione e di occupazione, ma sopra c`era un direttivo
ristretto, convocato per passaparola, che chiamavamo Struttura… C`era anche un metodo per valutare i compagni… Però nelle riunioni non si capiva mai se c`era un capo. Non si capiva nemmeno chi dava l`ordine del giorno”. Anche la presunta tattica d`infiltrazione nel sindacato, che dopo gli arresti fece scorrere fiumi d`inchiostro, per i capi era “fuorviante”: “Dopo il Gramigna, mi sono conquistato il posto di portalettere facendo anni di dura battaglia contro il precariato. Alle Poste cercavo di entrare all`interno dell`organizzazione sindacale con la Cgil per spostarla un po` più a sinistra. Mi sarebbe piaciuto parlarne con Bortolato, ma lui diceva che non aveva tempo, lo riteneva superfluo… Non ho mai avuto un confronto politico sul mio ruolo, né con Bortolato né con Latino, che aveva il carisma di leader maximo. Ho parlato di politica più al Gramigna che negli otto anni in cui le armi sono rimaste nascoste a casa mia”. (di Paolo Biondani e Andrea Pasqualetto)