L`APPROFONDIMENTO: "Noi migranti romeni, condannati a vedere la paura nei vostri occhi"

4 maggio 2008 Inchieste/Giudiziaria

Una stretta di mano forte, da muratori. «Bunazina, buongiorno». È bella la casa dei fratelli Braneanu. Una grande sala, la piccola cucina, due camere da letto, un balcone sui platani del quartiere Carbonera. Beatrice, tre anni, è la padrona di casa. Corre come una trottola, vuole fare vedere i suoi pupazzi e i suoi giocattoli. «A dire il vero, in questi giorni dopo la Pasqua ortodossa – dicono i fratelli Florian Costel, trentacinque anni e Ion, quarantuno anni – invece di dire “Bunazina” noi salutiamo l´ospite dicendo: “Hristos a inviat”, Cristo è vivo. E lui risponde: “Adevarat a inviat”, è vero, è vivo. Questo sarà  il nostro saluto fino al giorno dell´Ascensione». Stefanica, moglie di Florian Costel e Florina, moglie di Ion, stanno preparando il pranzo, ma anche gli uomini si danno da fare. «Io ho cucinato il sarmale – dice orgoglioso Ion – con cipolle, carote, peperone e carne avvolti nella verza». Non c´è nemmeno bisogno di fare domande. «Abbiamo quasi paura di accendere la televisione. Ci sono giorni in cui si parla solo di romeni che rubano, che stuprano, che fanno cose cattive. E noi stiamo male perché quando ci chiedono da dove veniamo noi diciamo che la nostra città  è Suceava, sulle montagne a nord della Romania. Ma il nome della nostra città  e il racconto delle cascate che scendono dalla roccia non interessano. Il commento è sempre uguale: ah, allora siete romeni». Quello dei fratelli Braneanu è un sogno (per ora) interrotto. «Noi siamo muratori molto bravi. Sappiamo tirare su una casa dalle fondamenta al tetto. Io, Florian Costel, sono in Italia dal 2000. Ion dal 2002 e in quell´anno tutti e due siamo stati assunti da una piccola ditta di edilizia. Noi due romeni e due italiani. Ma sette mesi fa il padrone ci ha detto che non c´era più lavoro e ci ha lasciato a casa. Solo noi, però, gli italiani continuano a lavorare e forse è giusto così perché erano stati assunti prima di noi. Adesso abbiamo l´assegno della cassa integrazione, novecento euro al mese, ma li spendiamo quasi tutti per l´affitto, 512 euro al mese, settanta di condominio e poi ci sono le bollette del gas, della luce, le rate della macchina… Noi tutti i giorni siamo in giro a cercare lavoro. Nelle agenzie ci dicono: lasciate il curriculum, faremo sapere. Nei cantieri ci dicono: per ora siamo a posto, lasciate il numero di telefono. Abbiamo i documenti in piena regola, in un cantiere sappiamo fare tutto e nessuno ci chiama. E allora ci viene un pensiero brutto in testa: forse c´è chi pensa che i romeni sono tutti uguali e che è meglio non mettersi in casa uomini che arrivano dalla stessa terra di quelle brutte facce fatte vedere ogni giorno nei telegiornali». Ma non ci sono dubbi: il futuro della famiglia Braneanu è qui, in terra trevigiana. A settembre Beatrice (figlia di Stefanica e Florian Costel) comincerà  la scuola materna in questa che per i Braneanu è Lamerica: sette fra fratelli e sorelle (su dieci) sono qui e lavorano nelle fabbriche, nei cantieri, nelle imprese di pulizia. «Nei giorni di festa ci troviamo tutti assieme nei parchi di montagna, qui vicino. Prepariamo i mici, gli spiedini alla griglia, ci sembra di essere a casa». «Adesso – dice Ion, il fratello più grande – è il momento di stringere la cinghia. Qui a Treviso sei trattato bene se lavori e se non devi chiedere favori a nessuno. Con i 1300-1400 euro che guadagnavo in cantiere non c´erano problemi. Pagato l´affitto e tutto il resto mandavo a casa trecento euro al mese, a mia suocera, perché a casa sua ci sono i miei due figli, Annamaria che ha diciassette anni e Ionuz Florentin, quindici anni. Studiano e hanno bisogno di tutto. Adesso, con la cassa integrazione, per mantenere i figli devo usare i risparmi che ho in banca. Devo resistere fino a quando mi arriverà  la telefonata giusta da un´agenzia o da un cantiere. Intanto abbiamo preparato le nostre difese. Mio fratello Florian Costel abitava qui vicino, in un altro appartamento, anche lui in affitto. Da una settimana è venuto a vivere con me, con moglie e figlia. Così paghiamo un affitto solo». È l´ora del telegiornale, stavolta si parla di governo e non di romeni. «I delinquenti – dice Florian Costel – rovinano prima di tutto noi che siamo venuti qui per lavorare e per dare ai nostri figli ciò che in Romania non potremmo dare. Ion per i suoi figli già  grandi ha comprato un computer, e lavorando in Romania non avrebbe potuto certo fare una spesa così. Io voglio che Beatrice vada a scuola e trovi un mestiere meno pesante del mio. Lei è già  italiana, è nata qui. Noi invece siamo romeni e romeni resteremo per sempre. Se per caso lo dimentichiamo, ci pensano gli altri a ricordarcelo. Vai in un bar, vai a fare una passeggiata in centro, e tanti ti guardano in un certo modo. Non hanno nemmeno bisogno di parlare. E invece sarebbe bello discutere. Io sono Florian Costel – così mi presenterei – da più di cinque anni muratore nei vostri cantieri, nemmeno un giorno di assenza. Sullo stipendio pago le tasse, verso i contributi, e poi faccio la spesa nei vostri negozi e supermercati, pago la benzina al distributore. Insomma, lavoro, guadagno, e gran parte dei soldi li lascio qui, nella vostra terra. Ecco, direi questo, se potessi parlare. Il razzismo? È solo una questione di sguardi, che però possono fare molto male. E poi ci sono i piccoli episodi: fai una festa con i parenti e la vicina di casa – è successo nell´altro appartamento – si mette sul pianerottolo, a braccia conserte, a controllare per ore chi va e chi viene. La bambina canta e poi strilla – alle sette di sera – e ti vedi arrivare in casa i carabinieri chiamati da uno che aveva telefonato dicendo “chissà  cosa stanno combinando questi romeni”». Secondo i fratelli Braneanu, non sarebbe difficile distinguere il grano dal loglio. «In Romania, se rubi una gallina, fai tre anni di galera e là  le galere non sono come quelle italiane, con tre pasti al giorno e la televisione in cella. Chi sbaglia, anche una sola volta, deve pagare. Chi, arrivato in Italia, non lavora e non cerca nemmeno da lavorare, deve essere mandato via». «Anch´io – racconta Florian Costel – sono arrivato con un visto turistico e sono rimasto come clandestino. Ma ho subito cercato un lavoro. Mi ha aiutato il prete di Silvana, una brava persona. Appena assunto in cantiere ho chiamato Ion, perché cercavano altri muratori. Abbiamo preso una casa in affitto, ci siamo messi in regola. Io a Suceava, fino al 2000, facevo il panettiere sotto padrone. Prendevo trenta euro al mese, bastavano appena per mangiare. Ma volevo comprarmi una casa, per sposare Stefanica. Un appartamento con sala, cucina, camera da letto e bagno allora si poteva comprare con cinque o seimila euro. Per questo sono partito per l´Italia, alla ricerca di uno stipendio più alto. Ho messo da parte qualche risparmio ma adesso nella mia città  lo stesso appartamento costa dai cinquantamila ai sessantamila euro». Florina, la moglie di Ion, è arrivata all´inizio del 2004. «A Suceava lavoravo in una grande azienda tessile, proprietà  di italiani, ottocento operaie su due turni. Facevamo anche le divise della polizia italiana. Otto, dieci ore di lavoro e cinquanta euro al mese. Ero rimasta in Romania per risparmiare ma anche là  la vita costa ormai come in Italia. L´olio di semi di girasole costa due euro, la carne dai cinque ai dieci euro. Sono venuta qui, con mio marito, ma per ora ho trovato solo poche ore di lavoro, come donna delle pulizie». Un viaggio a casa durante il mese di ferie, per vedere i figli che crescono. «Anche loro vengono a trovarci, ci abbracciano ma dicono che in Italia stanno bene solo in vacanza. Vogliono studiare e trovare il lavoro in una Romania che sta crescendo bene». A Suceava sono rimasti gli anziani e i ragazzini. «Nell´ultimo viaggio – dice Ion Branea

nu – non ho incontrato nessun amico. Sono tutti qui in Italia, in Spagna, in Francia. Là  sono rimasti solo quelli che hanno un bel pezzo di terra e i padroni dei grandi negozi. A casa mia ho lavorato per sedici anni in una vetreria. Si faceva tutto a mano: bicchieri, bomboniere, come a Venezia. Nel 2002 prendevo ottanta euro e avevo già  i due figli. Riuscivo a mangiare solo perché mia madre aveva un pezzetto di terra e mi dava le patate, le verdure… Io sarei anche rimasto, ma la vetreria era in crisi e ci hanno lasciato tutti a casa. Per questo, quando mio fratello mi ha telefonato per dirmi che c´era questo posto da muratore, più di mille euro al mese da subito, quasi non riuscivo a crederci». Florian Costel è in partenza per la Romania. «Starò via due settimane, pronto però a tornare prima se arriva la telefonata di un cantiere. Vado al cimitero, da mio padre Ioan. È morto nel 2001, quando io ero in Italia senza documenti. Non ho potuto andare al suo funerale. Sette anni dopo la morte si va al cimitero, si prega sulla tomba, e poi a casa si fa la pomana che è una festa dove parenti e amici sono invitati a mangiare gratis. Si dice che mentre tu mangi anche il defunto mangia nell´alto dei cieli ed è contento». La tavola della famiglia Braneanu è ancora piena del cibo della Pasqua ortodossa, arrivata una settimana fa. Ci sono anche le uova colorate di rosso. Si battono una contro l´altra non per gioco, come in Italia, ma per celebrare un rito. «La preghiera è sempre quella. “Hristos a inviat”, “Adenarat a inviat”. Continuerà  fino all´Ascensione ma quel giorno le uova saranno bianche». Un invito a pranzo. Una raccomandazione. «Può scrivere che ci sono anche romeni che sono brave persone? Noi a Suceava diciamo che non si può mettere tutti nella stessa pentola. Si dice anche in Italia?». JENNER MELETTI