Popolo rom perseguitato, i ladri di bambini siamo noi

19 maggio 2008 Inchieste/Giudiziaria

«Stride la vampa! La folla indomita/ corre a quel foco lieta in sembianza…Stride la vampa! Giunge la vittima/ nero vestita discinta e scalza». Così, in uno dei più popolari melodrammi verdiani, Il Trovatore , la zingara Azucena rievoca il rogo in cui era morta bruciata sua madre. La musica, febbrile e nevrotica, riproduce perfettamente lo scoppiettio che divora un corpo, e par quasi di vedere i bagliori delle fiamme. Tutto Il Trovatore è, del resto, una sorta di straordinaria epopea del fuoco (fino all`aria forse più celebre di tutti i tempi, “Di quella pira”). Sì, anche quella storia della Spagna antica parlava di zingari, e li rappresentava come una comunità  infida, ribelle, sovversiva – ma anche al tempo stesso ammaliante, e perversamente fascinosa. E muoveva, la storia, dalla «abietta zingarafosca vegliarda» sorpresa tanti anni prima a rapire il piccolo figlio del Conte di Luna. Vedete come la cronaca recente più dissennata, il pogrom di Ponticelli, ha radici piantate nel passato, in leggende secolari, in pregiudizi che nessun progresso sembra poter scalfire? Sono almeno sei-sette secoli che si dice che i Rom – gli zingari – sono ladri. Ladri di cose ma soprattutto di bambini. Rapitori di neonati. Nei registri di polizia o negli atti giudiziari non esiste alcuna sostanziosa documentazione che, quantomeno, incoraggi questa opinione. Ma essa si trasmette nel tempo e nello spazio con la vischiosità  del senso comune e con il valore di una superstizione che, in quanto tale, non abbisogna né di prove né di fatti. Quando ero bambina, e gli zingari arrivavano ad ogni stagione, e le donne portavano a loro, da riparare, le pentole e le padelle in rame sconocchiate, ci si sussurrava di stare attenti, di non andare troppo vicino a giocare all`accampamento sull`Arno, «perché gli zingari portano via i bimbi». Non fu mai registrato, a mia memoria, alcun caso di rapimento. Non ci furono neppure episodi di vera intolleranza – in quegli anni il popolo “normale” e il popolo degli zingari convivevano, alla fine, senza veri conflitti, soltanto con una sotterranea e certo reciproca diffidenza. C`era sì la diversità  – la lingua incomprensibile, i vestiti lunghi, consunti e sgargianti, l`odore forte, i fazzoletti in testa – che inquietava, incuriosiva, allarmava. Ma non si andava oltre. Oggi, invece, è di nuovo il tempo della ferocia. Dell`intolleranza. Della persecuzione.

***

In verità , se i criteri del “dare” e dell`”avere” regolassero davvero i rapporti (e i bilanci storici) tra i popoli, è l`occidente ad aver contratto un debito terribile nei confronti degli zingari. Da quando – attorno al 1100 – questo popolo di origine indiana, poi sconfinato in Persia, si è affacciato in Europa, per loro è cominciata, quasi soltanto, una lunga storia di persecuzione, sofferenze, stermini. In Romania furono subito resi schiavi: divisi in tre “categorie” (zingari del principe”, “zingari dei boiari”, “zingari dei monasteri”), divennero merce di scambio, o di “dono”, e questa condizione si protrasse fino alla metà  dell`Ottocento. Dalla fine del quindicesimo secolo in poi, quasi tutti gli stati europei (ad eccezione dell`Impero ottomano) emanarono decreti di espulsione di tutte le etnie rom, gitane, “gipsy” (Spagna, decreto delle Cortes del 1492, Francia, decreto di Francesco I nel 1523, Napoli nel 1555, Stato pontificio nel 1566): volevano dire, queste leggi o bandi, che chiunque fosse stato scoperto a girovagare per le strade e riconosciuto come zingaro, poteva essere sull`istante ridotto in schiavitù, o buttato per sempre in una prigione. Tra le mille crudeltà  che si potrebbero raccontare, spicca una grida milanese del 1693. Essa recita testualmente: «Ogni cittadino è libero di ammazzare tutti gli zingari impune e di levar loro ogni sorta di robba, di bestiame o di denari che trovasse». Perché non solo di persecuzione e sterminio nei confronti di un popolo “asociale”si tratta. Man mano che ci si inoltra nell`era della modernità , il pregiudizio, la diffidenza, o la paura nei confronti degli zingari, diventa persecuzione razziale. Gli zingari come razza non solo inferiore, “subumana” ma dannosa, e come tale da cancellare, stroncare. Gli zingari come «razza delinquenziale», predisposta geneticamente al crimine e alla destabilizzazione sociale, secondo la definizione (1841) del (socialista) Cesare Lombroso. Le pratiche di sterilizzazione forzata cominciarono agli inizi del ‘900, non appena la scienza mise a disposizione gli strumenti adeguati e l`eugenetica cominciava a trionfare – ed ebbero nei Paesi scandinavi, dalla Svezia alla Danimarca, a partire dal 1934, il loro apogeo. Ma un secolo prima aveva cominciato la grande imperatrice d`Austria Maria Teresa – proprio lei, l`illuminata, la riformatrice – ad avviare una politica di vero e proprio sterminio etnico-culturale: la proibizione dei matrimoni tra Rom, la sistematica sottrazione dei piccoli ai loro genitori, l`assimilazione forzata per chi ce la faceva, la scomparsa nel nulla, o la morte, per tutti gli altri. Vedete chi sono davvero i ladri di bambini? Noi, il civile occidente. Non sapremo mai quanti piccoli rom sono stati rapiti, sequestrati, rubati, nel corso dei secoli. Riusciamo a conoscere soltanto qualche episodio, quando qualche pagina buia della storia viene improvvisamente rischiarata da lunghe, tenaci pazienti ricerche. Come l`incredibile vicenda di un altro civilissimo e ordinatissimo Paese: la Svizzera. Tra le due guerre mondiali del XX secolo, il governo elvetico promosse, ed attuò con successo, il programma di cancellazione degli jenisches – comunità  nomade, fatta in prevalenza di artigiani, che allora assommava a circa trentamila persone. Fu il dottor Alfred Siegfried, scienziato stimatissimo, un po` come molti medici tedeschi che collaborarono poi ai mostruosi esperimenti scientifici del nazismo, a dirigere l`operazione, diretta dal centro nazionale “Pro Juventute” e denominata “Enfants de la grande route”: sulla base della convinzione che gli zingari, come sosteneva il dottor Siegfried, sono «inferiori, psicopatici e mentalmente ritardati», insomma non sono esseri umani, migliaia di bambini furono sequestrati d`autorità , staccati per sempre dalle loro famiglie, avviati al lavoro (divennero cioè forzalavoro, apprendisti, domestiche, a bassissimo costo). Oggi in Svizzera la comunità  jenische è ridotta a 5mila unità . C`è voluta una lunga battaglia per squarciare il velo della vergogna. Un velo che è durato – pensate un po` – fino agli anni `90 del ‘900!

***

Così come ci sono voluti trent`anni per rompere il lungo silenzio che per quasi tutto il dopoguerra aveva rimosso lo sterminio dei rom, nei lager nazisti. Cinquecentomila, secondo molti accreditati studiosi, sono gli zingari uccisi nei campi di Auschwitz (le 32 baracche apposite dette Zigeneurlager), Ravensbruck, Dachau, Birkenau, Treblinka – e tanti altri. Ma se anche fossero trecentomila, o duecentomila, che differenza farebbe? E che senso ha la discussione su quanto è lecito paragonare questo specifico tentativo di genocidio alla shoah degli ebrei? Nella sua ultima fase, quando la guerra era perduta, in tutta evidenza, e gli schiavi dei campi di lavoro non erano più “utilizzabili” a fini produttivi, i nazisti adottarono per tutti i loro prigionieri la soluzione “finale”, lo sterminio di massa: questo è la sola verità  storica che interessa. Questa è la follia di cui furono gli ebrei le grandi vittime sacrificali, perché l`hitlerismo era nato e cresciuto sulla base di un programma privilegiato, l`eliminazione del “pericolo ebraico”. Ma per questa follia scattarono tanti altri eccidi di massa : gli omosessuali, i comunisti, gli slavi, i disabili – tutti i diversi, tutti i variamente “asociali”, tutti coloro che erano considerati incompatibili con l`ordine costituito. Come i rom. Contro i quali, già  nel 1938, Himmler aveva lanciato l`offensiva finale («lotta per cancellare la piaga degli zingari», 8 dicembre). Come le donne rom, a Ravensbruck, ridotte a cavie dagli esprimenti sulla cancrena del dottor Gebhardt, morte tra atroci dolori e lunghe agonie. Come i ragazzini rom, caduti nelle mani del famigerato dottor Mengele per le sue indagini sullo sconosciuto morbo “Noma”.

***

Sì, bisognerà  scriverla, al più presto, una storia dell`infinita crudeltà  che l`occidente cristiano ha riservato a questo popolo, “arianissimo” e per lo più cristiano. Una crudeltà  reiterata nei secoli, ma mai davvero affiorata alla coscienza, e quindi mai affrontata, elaborata, discussa, in qualche modo e per qualche via superata. In compenso, però, il popolo zingaro ha alimentato la nostra letteratura e la nostra musica, spesso come protagonista indiscusso: il melodramma, di cui dicevamo, che ha decine e decine di opere a centralità  gitana, come la Carmen , la donna seduttrice così libera che preferisce farsi ammazzare piuttosto che tornare con un uomo che non ama più; la letteratura, che ci offre, nell`Hemingway di Per chi suona la campana , la splendida figura di Pilar e, nel grandissimo Victor Hugo, l`epopea di Esmeralda ( Notre Dame de Paris ), morta per amore, per fedeltà , tra le torture, Che cos`è questa mitizzazione degli zingari e delle zingare, questa scoperta letteraria della loro umanità  e del loro fascino, questo tributo reso alla loro fierezza, al loro senso indomito di libertà ? Forse, una riduzione folkloristica, tutta e solo di comodo, tutta e solo per alimentare comunque stereotipi e vaghe mitologie libertarie ( «Questo è il canto di chi non conosce frontiera/ è l`ardente preghiera del gitano che va» cantava Dalida nei primi anni `60). Forse, un tentativo di risarcimento, di riscatto dal senso di colpa. Forse, chissà , la manifestazione di un rapporto che è sempre stato intimamente contradditorio. Come se il popolo zingaro, nella irriducibilità  della sua esistenza, nella sua alterità , nella sua supposta “inadattabilità “, rappresentasse l`inquietante limite alla superiorità  altrimenti indiscutibile della nostra civiltà  e dei nostri modelli di vita. Come se ci rinviasse, dunque, l`immagine plastica di un`altra chance umana. Ma forse anche queste sono riflessioni tutte interne ad un immaginario – il nostro – che, buoni o cattivi che siamo, resta l`immaginario dei colonizzatori. E, oggi, dei colonizzatori impauriti, intolleranti di ogni diversità , bisognosi di scaricare addosso al Nemico di turno tutte le loro frustrazioni e le loro angosce per un futuro che non si vede più. Questo è il pericolo gravissimo che oggi incombe sull`Occidente declinante: la vendetta, i pogrom, la voluttà  della cancellazione dell`altro. I rom, oggi, sono un Nemico perfetto – anche perché lo sono sempre stati e sempre ci siamo rifiutati di conoscerli. E` tempo di fare qualcosa, prima che sia troppo tardi. Prima che la crisi di civiltà  diventi irreversibile.

Rina Gagliardi