Reggio Calabria, quattro arresti per gli attentati contro i magistrati: I quattro sarebbero i responsabili degli atti intimidatori di cui nel 2010 furono vittime il procuratore generale della città calabrese ed il procuratore distrettuale antimafia

15 aprile 2011 Mondo News

REGGIO CALABRIA – Si è chiuso il cerchio attorno agli esecutori degli attentati ai magistrati reggini dello scorso anno. Questa mattina sono stati eseguiti quattro arresti per le bombe alla Procura generale (del 3 gennaio 2010) contro il procuratore generale Salvatore Di Landro (del 26 agosto scorso) e per l’episodio del bazooka fatto ritrovare a poche centinaia di metri dalla Procura della Repubblica (il 5 ottobre). Tre “azioni” ordinate dal boss Nino Lo Giudice e dal Fratello Luciano, dopo l’arresto di quest’ultimo, che riteneva di essere un intoccabile grazie alle sue “amicizie” influenti tra esponenti delle forze dell’ordine e istituzionali. Esecutori materiali furono Antonio Cortese, considerato l’armaiolo della clan, e un giovane affiliato della cosca, praticamente sconosciuto alle cronache, ma molto legato all’uomo dei Lo Giudice. L’indagine, condotta dalla procura di Catanzaro (territorialmente competente per i fatti che riguardano i magistrati reggini), ruota attorno alle dichiarazioni di Nino Lo Giudice, pentitosi dopo il suo arresto nell’ottobre scorso. Nino “u nanu” (il nano) era finito in manette per associazione a delinquere di stampo mafioso, indicato come il capo della “famiglia” mafiosa che controlla alcuni settori imprenditoriali della città. Ai poliziotti della squadra mobile e del comando provinciale dei carabinieri è quindi toccato il compito di riscontrare quanto affermato dal pentito, che collaborando con i magistrati, si autoaccusò immediatamente di essere stato lui a far piazzare gli ordigni alla procura generale e al portone di casa di Salvatore Di Landro. Contemporaneamente ammise di aver ordinato ai suoi uomini di sparare un colpo di bazooka contro il palazzo del Cedir, sede della procura della Repubblica. Cosa che non avvenne soltanto perché Cortese non se la sentì di rischiare la strage o, comunque, perché non tutto andò per come avrebbe voluto Lo Giudice. Per questo il piano cambiò in corsa, e l’operazione venne chiusa con una telefonata anonima nella quale si diceva alla polizia che era stato “lasciato un regalo per Pignatone” e facendo ritrovare il bazooka a poche decine di metri dagli uffici dei magistrati. Una vera e propria strategia della tensione, messa in piedi dal boss mafioso, per ritorsione e vendetta. Tutto, secondo quanto lui stesso ha ammesso, era nato dal fatto che alla fine del 2009 era stato arrestato Luciano Lo Giudice, fratello del boss e braccio economico del clan. Luciano era stato accusato dalla Dda di Reggio di usura ed estorsione, ma soprattutto gli era stato sequestrato parte del patrimonio. E la cosa, evidentemente, aveva fatto saltare i nervi a Nino. Da qui le bombe. Prima alla procura generale e poi a Di Landro. Ordigni confezionati da Cortese e piazzati assieme al suo giovane aiutante. Erano loro le due persone riprese dalle videocamere della Procura generale, che arrivati a bordo di uno scooter, piazzarono l’esplosivo prima di darsi alla fuga all’alba del 3 gennaio. E sempre insieme fecero saltare il portone d’ingresso del palazzo in cui vive Di Landro. Episodi che fortunatamente non fecero vittime, ma solo danni materiali. di GIUSEPPE BALDESSARRO