Massimo Ciancimino in cella con il sorriso sulle labbra. Il procuratore Francesco Messineo: con lui non abbiamo mai avuto nessun rapporto privilegiato

22 aprile 2011 Mondo News

Anche quando sta per mettere piede in una cella Massimo Ciancimino resta fedele al suo carattere un po’ sbruffone. «Mi dispiace farvi lavorare sino a quest’ora» dice ai cronisti. Distribuisce sorrisi mentre lascia la questura di Parma per essere condotto in carcere. Ai giornalisti che, da Palermo, lo cercano per avere conferma del suo fermo per calunnia aggravata nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro risponde con battute e un’assicurazione: «Sono sereno». Poi manda sms e dà lui stesso in un blog notizia di quanto gli sta accadendo. Sembra una farsa e invece è il crollo di credibilità di un superteste che alle Procure di mezza Italia ha raccontato le sue verità sulla «trattativa» tra Stato e mafia e sulle trame delle strutture deviate. Parlava in nome e per conto del padre don Vito, il primo sindaco di Palermo condannato per mafia. Da quando ha cominciato la sua collaborazione ha portato ai magistrati più di 250 documenti del padre: appunti, annotazioni, liste di nomi eccellenti, carte conservate «a futura memoria». Sull’attendibilità di tutto questo materiale, in parte finito in vari filoni processuali, i magistrati hanno usato molta prudenza. Quelli di Caltanissetta hanno già da qualche mese iscritto Massimo Ciancimino nel registro degli indagati: raccontando la storia del «signor Franco», uomo dei servizi entrato nella «trattativa» mediata dal padre Vito, Ciancimino jr avrebbe calunniato De Gennaro. La Procura di Palermo ha atteso ancora prima di demolire l’ultima uscita del superteste. E lo ha bollato come un falsario quando una perizia della polizia scientifica ha accertato la manipolazione di un documento. Il 15 giugno 2010, nel suo peregrinare tra gli uffici giudiziari, ha consegnato la fotocopia di una cartolina postale che nel 1990 il padre aveva inviato a se stesso per certificarne l’autenticità e la data attraverso il timbro postale. Era una lista di 13 nomi. Ex ministri, ex capi della polizia, uomini dei servizi e degli apparati investigativi, ex alti commissari. Tutti associati dal padre, ha spiegato Massimo Ciancimino, alla supercupola del «Quarto livello». Nella lista c’era prima una sigla (FC/ Gros) che avrebbe «coperto» il nome di un personaggio eccellente. Lo stesso don Vito, ha raccontato il figlio, ne ha svelato l’identità cerchiando la sigla e collegandola con una freccia al nome di De Gennaro: operazione fatta successivamente. Peccato che quella identica scritta compariva in un altro documento di Vito Ciancimino, stavolta originale, che il figlio ha portato in Procura molto tempo dopo: il 7 febbraio 2011. Una comparazione tra i due scritti ha stabilito una verità incontrovertibile. La fotocopia della lista del «Quarto livello» era stata manipolata. E il nome di Gennaro era comparso dopo una trasposizione. Massimo Ciancimino aveva lavorato, proprio come aveva detto in aula il generale Mario Mori, con un software informatico. Il 19 aprile la polizia scientifica ha presentato ai magistrati l’esito della comparazione. Inevitabile il fermo ordinato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dai sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido. Massimo Ciancimino è stato fermato sull’autostrada tra Parma e Bologna mentre si accingeva a raggiungere la Francia per le vacanze di Pasqua. Fine di un’impostura? Un momento, risponde il procuratore Francesco Messineo. Con lui nessun rapporto privilegiato. Ma una valutazione delle carte foglio per foglio. Franco Nicastro – Gds