MESSINA: Nell'Archivio storico la lettera che Garibaldi scrisse ai messinesi

15 marzo 2012 Culture

Ancora a proposito dell’Archivio storico del Municipio di Messina, vogliamo ricordare un prezioso cimelio ivi custodito, ossia la lettera che Giuseppe Garibaldi scrisse ai messinesi due mesi prima di morire. Si tratta di un documento autografo di assoluto rilievo, trasferito nel suddetto Archivio dal Museo nazionale (oggi regionale) di Messina il 7 luglio 1950. Ma per la verità, va detto per inciso, a cambiar di posto nella stessa data non fu soltanto la lettera di Garibaldi. Come ha precisato anche Nino Principato nel numero dello scorso febbraio di «Moleskine», dal Museo nazionale all’Archivio storico comunale in effetti passarono allora diversi altri documenti ed oggetti, precisamente cinquantacinque, quasi tutti relativi al Risorgimento messinese, «previo consenso della Soprintendenza delle gallerie ed opere d’arte della Sicilia». Oggetti e documenti che specialmente i cultori di storia patria confidano di rimirare o consultare quanto prima nella nuova sede di questo nostro stimabile Archivio, al Palacultura Antonello. Torniamo a Garibaldi. Messina lo ospitò una volta ancora giusto centotrenta anni fa, il 27 marzo 1882; i messinesi lo salutarono con affetto e gratitudine, e proprio con quella sua lettera egli li ringraziò. I siciliani stavano per celebrare il sesto centenario dei Vespri e Garibaldi sarebbe stato con loro in così memorabile ricorrenza. Doveva essere a Palermo il 31 marzo 1882. Il Generale giunse dunque a Messina la mattina del 27 marzo con il vapore Marco Polo; con lui erano la moglie Francesca Armosino, i figli Menotti, Manlio e Clelia, Achille Fazzari, e alcuni suoi fedelissimi. Menotti e Fazzari dovevano «tenerlo d’occhio»: s’erano impegnati col capo del Governo, Depretis, d’impedire al grande vecchio «qualsiasi imprudenza politica». Ma Garibaldi era talmente malridotto (sarebbe morto il successivo 2 giugno) che i timori di Depretis erano del tutto privi di fondamento. Un manifesto del Comune annunciò l’arrivo del Generale. «In questo giorno di gioia vera» vi si leggeva «abbia ciascuno un riverente saluto per il glorioso Ospite, trovi ognuno nel proprio cuore le manifestazioni degne di lui, che nella grande anima sentirà risvegliarsi il grato ricordo delle pericolose giornate seguite dalla gloria della vittoria…». E i messinesi accorsero festosi per acclamarlo, ma vedendolo ammutolirono. Garibaldi era l’ombra di sé. «Rattrappito nel corpo, piegato, sofferente – annotava Gaetano La Corte Cailler (Garibaldi e Messina, 1934) –, sbarcò sul lettuccio che non poteva lasciare più, e dal molo fu portato a braccia sopra una carrozza, adagiato su guanciali e avvolto da uno scialle; il popolo lo seguì riverente…». Lo portarono all’albergo Belle Vue, nella Palazzata. Nessuna visita, nessun ricevimento, niente feste, niente discorsi… «Dai balconi della Marina – continuava La Corte Cailler – egli rimirava lo Stretto, tornava con la memoria agli avvenimenti meravigliosi del 1860…». A Messina, Garibaldi ebbe appena il tempo di riposare. Già nel pomeriggio dello stesso 27 marzo bisognava riprendere il viaggio verso Palermo. Egli vergò la lettera, con mano incerta, all’ultimo momento, su un foglio di carta intestata dell’albergo: «Ai cari e prodi messinesi, memore di quanto operammo insieme nel ’60 e dell’affetto con cui fui sempre benificato dall’intera Sicilia e da voi particolarmente, io qui mi trovo in famiglia…». ANTONIO SARICA – GDS