COME PARLANO LE MAFIE: La prima volta della mafia “in diretta” di Sebastiano Ardita

3 gennaio 2018 Inchieste/Giudiziaria

da http://mafie.blogautore.repubblica.it – «Vi auguro di avere la pace dentro di voi». Con questo messaggio rivolto ai giudici si chiudeva la scena del maxi processo. A pronunciare quella frase era stato Michele Greco, a cui si contestava di essere il capo della cupola di Cosa Nostra. Fino a quel momento la comunicazione della mafia era stata solo interna. Poche sillabe, espressioni colte dalla mimica e dai gesti, ma soprattutto sentenze affidate ai kalashnikov. Parole di avvertimento sussurrate o nemmeno pronunciate e poi piombo e sangue: era questo, al loro interno, l’ossimoro comportamentale degli uomini d’onore. Mentre all’esterno l’ordine era negare l’ esistenza dell’organizzazione.
Ma il maxi divenne un palcoscenico che rendeva visibile la faccia e le storie dei protagonisti. E come tutto ciò che si vede e si conosce quelle facce iniziarono a fare meno paura. Non solo.
La televisione influenzava la gente comune smascherando il becero paternalismo della mafia e la sua capacità di intimidazione. Con quella breve terribile espressione ebbe inizio perciò la stagione mediatica dei boss, che proseguì, dopo le stragi del 1992 quando, col carcere duro e gli arresti, iniziò la crisi vera. Bisognava parlare ai picciotti e tranquillizzarli; e al tempo stesso parlare a coloro che non avevano ancora deciso se stare sotto le regole dello Stato o quelle della mafia.
E così Totò Riina – che nei primi processi neanche sapeva che cosa fosse  “Cosa Nostra” – iniziò a rivendicare la sua posizione di capo. E Nitto Santapaola arrivò a dire in aula che quando era lui a comandare a Catania le caserme e le procure non avevano bisogno di scorte e i commercianti potevano vivere e lavorare senza paura.
Per questa via anche Cosa Nostra ha vissuto la sua stagione mediatica rompendo il rituale silenzio. Ma ad ogni uscita c’era un coro di critiche, e per i boss arrivò il momento di comprendere che parlare era divenuto solo pericoloso narcisismo.
Si è così giunti alla terza fase, quella che si accompagna all’inabissamento. I messaggi sono divenuti trasversali; sono affidati a uomini col colletto bianco e lambiscono i settori istituzionali compromessi. I toni degli uomini di onore sono tornati bassi. Mezze parole e sussurri, esattamente come un tempo.
Ma alla forza del piombo si sostituisce ora quella del ricatto: affinché coloro che hanno avuto rapporti e stanno lì nei piani alti intendano e si diano un po’ da fare, per impedire le lunghe detenzioni, le confische dei beni e il 41 bis.