IL CASO: LA TRUFFA NEI CONFRONTI DEI GENITORI DI DOMENICO PELLERITI GIA’ DENUNCIATA IN UN ARTICOLO DEL 2011 DAL GIORNALISTA LEONARDO ORLANDO

15 marzo 2018 Inchieste/Giudiziaria
“…A quanto pare da anni, personaggi che ancora non hanno un volto, avrebbero approfittato del dolore manifestato dagli anziani genitori dello scomparso per spillare soldi. Sembrerebbe infatti che la storia sia di dominio pubblico, anche se nessuno è mai intervenuto per spezzare la catena della speculazione. Persone ancora senza volto avrebbero fatto credere negli anni ai due anziani che il figlio è vivo, inducendoli a consegnare soldi. Sembrerebbe addirittura che nelle azioni di sciacallaggio portate avanti dagli sconosciuti agli anziani rimasti soli sarebbe stata fatta sentire per telefono persino una voce artatatamente attribuita al figlio scomparso. Una storia sconcertante che durerebbe da anni, con gravi conseguenze economiche per i due pensionati che non hanno mai smesso di credere che il figlio sia in vita. Tutto il paese sa di questa storia, anche se viene solo sussurrata. La rinnovata attenzione che, grazie alle indagini della Procura distrettuale antimafia, ha riportato in primo piano il dramma dei “desaparecidos” fatti scomparire dalla mafia col sistema atroce della lupara bianca ha portato i residenti di Basicò a rievocare queste storie di speculazioni messe in atto da sciacalli che potrebbero persino sapere la sorte toccata a Pelleriti di cui non si hanno più notizie da ben 18 anni e che i genitori, ingenuamente, credono ancora vivo”. A scrivere questo articolo pubblicato dalla Gazzetta del Sud nel 2011 è l’esperto cronista di mafia Leonardo Orlando, corrispondente da Barcellona del quotidiano messinese. Ben 7 anni (pare che Simone avesse iniziato la sua azione di sciacallaggio più di 1o anni fa) prima dell’arresto di oggi di Francesco Simone, 44 anni, operaio della Provincia metropolitana di Messina che è riuscito ad impossessarsi di ben 200mila euro riducendo sul lastrico gli anziani genitori (costretti a vendersi anche un appartamento e dei terreni) del ladro d’auto ucciso. Sette lunghi anni per arrivare alla verità nonostante una notitia criminis pubblicata da un quotidiano. Eppure sono bastati solo 15 giorni ai carabinieri per documentare ben 11 consegne di denaro a Francesco Simone. Da 50 a 100 euro al giorno che l’operaio passava personalmente a prendere da casa dell’anziana coppia a cui, al culmine della crudeltà, aveva fatto credere che servissero quotidianamente a pagare i farmaci salvavita per il figlio affetto da una gravissima malattia. Viene da chiedersi perché tutto questo tempo. Perché se tutti sapevano in paese, quindi a maggior ragione le forze dell’ordine, se un cronista coraggioso come Orlando lo scrive sul principale quotidiano della città’ e della provincia, nessuno fino a ieri ha voluto mettere fine alla cattiveria inusitata, al clima di paura, intimidazione e sofferenza subito dai due genitori? Perché si è dovuto aspettare l’inchiesta del procuratore Emanuele Crescenti e della pm Rita Barbieri?
ECCO COME VENNE UCCISO DOMENICO PELLERITI NEL RACCONTO DEI PENTITI.
Il boss Giuseppe Gullotti che l’8 gennaio del 1993 aveva ordinato l’eliminazione del giornalista Beppe Alfano, il 23 luglio dello stesso anno assieme a Salvatore “Sem” Di Salvo, avrebbe ideato e compiuto uno dei più efferati e ignobili delitti partecipando personalmente alle sevizie che furono inferte alla vittima, tale Domenico Pelleriti di Basicò, ritenuto autore di un furto ai danni di un commerciante che pagava il pizzo. 
Giuseppe Gullotti e Salvatore Di Salvo, che ancora avevano la pretesa di farsi passare per persone per bene, ricoprendo invece il ruolo di meri ideatori e mandanti di una esecuzione mafiosa classificata poi come “lupara bianca”, avevano ordinato a Santo Gullo, divenuto poi collaboratore di giustizia, di prelevare Domenico Pelleriti e condurlo sul luogo dell’omicidio, consegnandolo poi ai suoi aguzzini che lo attendevano in contrada Salicà di Terme Vigliatore nel vivaio di proprietà di Nunziato Siracusa. In particolare Pippo Gullotti, Sem Di Salvo e Mimmo Tramontana, costringevano Domenico a subire un pesante “interrogatorio” contro la sua volontà, immobilizzandolo e legandolo ad una sedia, colpendolo ripetutamente con schiaffi e pugni al fine di costringerlo a confessare la commissione o comunque la sua partecipazione ad un furto, così sottoponendolo a sevizie fisiche e morali.
Secondo il racconto di Nunziato Siracusa, il secondo collaboratore di giustizia che partecipò al delitto, all’interno del rudere ubicato nel vivaio il Pelleriti era stato immobilizzato su una sedia, quindi, mentre il Siracusa ed il Giambò attendevano all’esterno, anche con l’incarico di scavare una fossa, lo stesso era stato sottoposto, ad opera del Gullotti, di Di Salvo e del Tramontana, ad una sorta di violento interrogatorio durato una trentina di minuti. Terminato di scavare la buca, Siracusa aveva fatto rientro nel rudere, dove aveva constatato che il Pelleriti, ancora vivo, presentava il volto tumefatto per le percosse ricevute. Nel frangente Gullotti aveva concesso alla vittima una sigaretta, quindi aveva ordinato che gli venisse tolto il portafogli ed i gioielli, sicché il denaro ed i preziosi erano stati distribuiti tra i presenti, infine si era allontanato assieme al Di Salvo, ordinando al Tramontana di fare quanto già concordato e di seppellire il cadavere dopo averlo coperto con della calce. I suoi resti, nonostante gli scavi, non sono stati ritrovati.
In effetti, allontanatisi il Gullotti ed il Di Salvo, il Siracusa, assieme al Giambò ed al Tramontana, avevano provveduto a immobilizzare ulteriormente il Pelleriti, ad incappucciarlo, quindi lo avevano calato nel fosso, scavato ad una trentina di metri dalla proprietà del Siracusa, dove gli avevano sparato due colpi di pistola alla testa, il primo esploso dal Tramontana, il secondo, con la medesima pistola, una cal. 7,65 ricavata da un’arma giocattolo, dal Siracusa. Verificata la morte della vittima, il cadavere era stato coperto prima con calce, quindi con terra e fogliame.
Già le rivelazioni di Gullo del 2011 furono sensazionali. Il pentito raccontò, così come si sospettata già all’atto della sparizione, che il giovane fu ucciso perché sospettato di aver rubato un camion carico di sanitari a Basicò ad una ditta che pagava il pizzo. Per questo caso si sarebbero mobilitati persino il capo di allora della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi”, il boss Giuseppe “Pippo” Gullotti che avrebbe protetto il commerciante che pagava il pizzo. Gullo all’epoca non seppe indicare la tomba di Pelleriti perché come da regola non tutti partecipavano alla fase successiva, quella di far sparire il cadavere negli abissi della “lupara bianca”. L’auto del giovane invece fu spostata da contrada Salicà e abbandonata a Patti. I genitori della vittima, a causa di azioni di sciacallaggio, per quasi vent’anni hanno creduto che il figlio fosse vivo. Per la stessa vicenda, in precedenza dieci giorni prima – il 23 marzo del 1993 –, si era verificata la sparizione di altro giovane, Antonino Ballarino, ucciso dopo essere stato rapito con la complicità di Santo Gullo, da Mimmo Tramontana e Carmelo Giambò. Il cadavere fu poi fatto sparire da Carmelo Bisognano, aiutato a sua volta da Enrico Fumia e Ignazio Artino, che lo seppellirono in contrada Gorne a Mazzarrà, dove durante la campagna di scavi del 2011 furono ritrovati i resti. fonte: di Leonardo Orlando da Gazzetta del sud