Depistaggio Borsellino, in aula ex pm Petralia indagato a Messina

20 Gennaio 2020 Inchieste/Giudiziaria

“Com’è possibile che i servizi segreti facessero indagini sulle stragi del 1992 posto che non erano ufficiali di polizia giudiziaria?”, chiede il pubblico ministero Stefano Luciani. Sul banco dei testimoni c’è Carmelo Petralia, uno dei magistrati della procura di Caltanissetta che si occupò delle inchieste sulle bombe di Capaci e via D’Amelio, oggi è indagato per calunnia, per il depistaggio del falso pentito Scarantino. “Il rapporto col Sisde lo teneva il procuratore Tinebra – dice – all’epoca, data l’enormità di quanto successo, ci fu un concorso di contributi incredibile. Nella stanza del procuratore vidi anche esponenti dell’Fbi e del Bka tedesco. Quando vidi Bruno Contrada mi colpì invece la sua faccia, che mi evocava qualcosa di sinistro; ricordai i racconti di alcuni testimoni che avevo sentito nel corso delle indagini sulla strage di Capaci: Falcone non si fidava di lui. Poco tempo dopo seppi che era stato arrestato a Palermo”. Bruno Contrada, il superpoliziotto della squadra mobile poi diventato numero tre del Sisde.

Petralia racconta di un pranzo all’Hotel San Michele di Caltanissetta. Fra i magistrati e alcuni 007, fra cui appunto Contrada. “Fu Tinebra ad invitarmi, era il mese di dicembre 1992”. Il pm Luciani incalza: “Non disse al suo capo della diffidenza di Falcone nei confronti di Contrada?”. Petralia rilancia: “Non dissi nulla, ma se avessi saputo di indagini dei servizi segreti sulle stragi anche io avrei esposto delle riserve”.

Luciani mostra l’agenda di Bruno Contada. “Il 24 luglio, il 30 settembre e il 19 ottobre, scriveva di incontri con l’allora procuratore della repubblica Giovanni Tinebra. Per indagini sulle stragi di Palermo, annotava. E dava conto della presenza di altri funzionari del Sisde, il capocentro di Palermo Ruggeri e il collega di Caltanissetta Piraino. Il 24 luglio scriveva anche di un pranzo al San Michele”. Petralia dice di non sapere di quegli incontri. “Il pranzo lo ricordo a dicembre, perché poco dopo Contada venne arrestato”. E resta il giallo. Che ruolo ebbero i servizi segreti in indagini che formalmente non potevano fare?

“Oggi è relativamente facile cogliere le criticità di quell’indagine – dice Carmelo Petralia, attuale procuratore aggiunto a Caltanissetta – Ma allora c’erano i poliziotti che portavano elementi che avevano suscettibilità di sviluppo investigativo. Loro ci credevano e io non avevo gli strumenti per sospettare una malafede”. Nel processo in corso a Caltanissetta sono imputati di calunnia l’ex capo del gruppo d’indagine “Falcone Borsellino”, il dottore Mario Bò (ancora in servizio, a Trieste) e gli ispettori in pensione Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo.

I colloqui investigativi

Nell’aula bunker di Caltanissetta, vanno in scena le tante stranezze della prima inchiesta sulla strage di via D’Amelio.
L’ex pm Carmelo Petralia assicura di non aver mai saputo dei colloqui investigativi fatti dalla polizia con i falsi pentiti Scarantino e Andriotta: “Sono rimasto stupito leggendo la sentenza Borsellino quater, perché già all’epoca i due collaboravano con la procura di Caltanissetta”. E chiama in causa la collega Ilda Boccassini: “Questa prima fase delle indagini fu curata da lei, che godeva dell’assoluta fiducia del procuratore capo Tinebra e aveva un rapporto personale privilegiato con il dottore La Barbera”.

Il pm Stefano Luciani ricorda in aula che fu Ilda Boccasini ad autorizzare molti di quei colloqui che consentirono all’allora capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera e a uno dei suoi collaboratori, il dottore Bò, di entrare in carcere. “Per fare cosa?”, si chiede lo stesso Petralia, che con la collega Annamaria Palma è indagato per il depistaggio del falso pentito Scarantino. Ilda Boccasini, no, perché poi andò via polemicamente da Caltanissetta, con una lettera che bollava Scarantino come inattendibile.

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