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La Copertina
02 08 2014
E' UFFICIALE: L'AULA DELLA CAMERA VOTERA' IL 7 AGOSTO SULL'USO DELLE INTERCETTAZIONI PER L'ON. FRANCANTONIO GENOVESE

VOTO SU ARRESTO GENOVESE, SCONTRO M5S-PD, CAOS ALLA CAMERA

L'AULA DELLA CAMERA VOTERA' GIOVEDI' PROSSIMO 7 AGOSTO, ALLE 13, SULL'USO PARZIALE DELLE INTERCETTAZIONI TELEFONICHE PER IL DEPUTATO PD FRANCANTONIO GENOVESE, COSI' COME APPROVATO A LARGA MAGGIORANZA DALLA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI. LO HA DECISO LA CONFERENZA DEI CAPIGRUPPO DI MONTECITORIO.

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dg genovese 09

L’ON. FRANCANTONIO GENOVESE ESCE DAL CARCERE DI GAZZI (MESSINA) – FOTO DI GIACOMO

AUTORIZZAZIONI AD ACTA
Mercoledì 30 luglio 2014. — Presidenza del Presidente Ignazio LA RUSSA.
La seduta comincia alle 13.15.
Domanda di autorizzazione all’utilizzo di intercettazioni di conversazioni e comunicazioni nei confronti del deputato Francantonio Genovese (doc. IV, n. 7).

La Giunta riprende l’esame della richiesta in titolo, rinviato da ultimo il 23 luglio 2014.
Gea SCHIRÒ (PI), relatore, ricorda che la Giunta è chiamata ad esprimersi sulla richiesta della pubblica accusa, accolta dal Giudice per le indagini preliminari di Messina, di utilizzare nel processo
conversazioni (peraltro la procura ne indica una in più, individuata con il numero 1140), avvenute tra il 25 ottobre 2011 ed il 28 giugno 2013, relative a comunicazioni di Genovese, su utenze di terzi. Il deputato Genovese ha trasmesso alla Giunta una memoria con cui invita a rigettare la richiesta di autorizzazione all’utilizzo delle sue conversazioni, di cui ritiene opportuno preliminarmente dare conto. In analogia a quanto già affermato nelle memorie difensive prodotte nel diverso procedimento riferito alla richiesta di arresto, il deputato Genovese sostiene anche in questo caso che il sostrato indiziario che sorreggeva la richiesta di custodia cautelare derivava, in via pressoché
esclusiva, dall’intercettazione di conversazioni telefoniche o ambientali, la cui modalità di esecuzione, era chiaramente rivelatrice di fumus persecutionis nei suoi confronti. In particolare, il deputato ha evidenziato l’illegittima captazione delle sue conversazioni, nonché la loro inutilizzabilità processuale in quanto eseguite dopo la scadenza dei termini delle indagini, e comunque disposte in un diverso procedimento, circostanza che ne inibisce l’uso nell’attuale giudizio ai sensi dell’articolo 270 del codice di rito. Non ritiene necessario soffermarsi su questo secondo aspetto, che ha un’evidente rilevanza prettamente processuale, mentre – in quanto attinente ai profili di stretta competenza della Giunta – rappresenta come l’onorevole Genovese abbia evidenziato che l’attività di captazione ha fatto da supporto ad una inchiesta che lo vedeva come principale obiettivo di indagine, in quanto – secondo quanto esplicitamente sostenuto dall’accusa – egli era capo e promotore di un’associazione a delinquere. Ne costituisce prova – a suo giudizio – la stessa affermazione contenuta nella richiesta di proroga delle intercettazioni formulata dalla Procura di Patti il 17 gennaio 2012 (nella memoria erroneamente datata 12 gennaio 2012), secondo cui «emerge comunque chiaramente che l’intero gruppo è al servizio dell’on. Genovese, per cui gestisce l’iter di approvazione dei progetti e da cui si reca frequentemente». Che le indagini fossero direttamente a lui riferibili troverebbe ulteriore conferma esplicita in alcuni passaggi delle informative di Polizia giudiziaria del novembre 2013. Nell’informativa dell’11 novembre2013 si legge infatti: «(…) la presente informativa è volta a evidenziare attraverso i risultati delle indagini il complesso sistema di illecita gestione di enti di formazione riconducibili in via diretta e indiretta all’on. Francantonio Genovese». Con parole simili si esprime l’informativa del 22 novembre 2013: «Il presente lavoro intende palesare la struttura, le articolazioni, gli uomini chiave del sistema della formazione riferibile all’on. Francantonio Genovese». Il deputato interessato ravvisa dunque la violazione della prerogativa costituzionale, dal momento che la Procura di Patti e, successivamente, quella di Messina, hanno richiesto di procedere alle intercettazioni di utenze della sua cerchia di familiari, collaboratori e amici nella piena consapevolezza che il parlamentare fosse un loro interlocutore tutt’altro che infrequente. Ulteriore censura è rappresentata dal deputato interessato in relazione alla circostanza che, nella richiesta di proroga delle attività di controllo delle utenze, formulata dalla Procura di Patti il 13 agosto 2012, si ometteva addirittura di rappresentare al giudice competente che egli stesso era da tempo iscritto nel registro degli indagati. E, dal canto suo, l’Autorità giudiziaria di Messina ha autorizzato, nell’agosto del 2013, il controllo sulle utenze del signor La Macchia, nonostante agli atti vi fossero già numerose loro interlocuzioni, fin dagli ultimi mesi del 2011. Infine, secondo l’onorevole Genovese – ma tale circostanza è smentita in modo perentorio nell’ordinanza del Giudice per le indagini preliminari ed effettivamente
non risulta agli atti – sarebbe stata controllata anche un’utenza (intestata ad una società) di cui aveva uso esclusivo. Ritiene che la deliberazione della Giunta sul caso di specie possa essere rigorosamente indirizzata e definita dai principi elaborati dalla giurisprudenza costituzionale. In primo luogo, occorre avere presente che l’articolo 68, terzo comma, della Costituzione, nell’imporre la previa autorizzazione parlamentare per sottoporre i membri delle Camere ad intercettazioni, sancisce una guarentigia a tutela della funzione parlamentare. Destinatari della prerogativa costituzionale non sono i parlamentari uti singuli ma l’Istituzione nel suo complesso. Il bene protetto dalla Costituzione si identifica infatti nell’esigenza di assicurare il corretto esercizio del potere giudiziario nei confronti dei membri del Parlamento, a protezione della funzionalità delle Camere rispetto ad indebite interferenze del potere giudiziario (sentenza n. 390 del 2007). Le disposizioni che sanciscono siffatte immunità e prerogative per i parlamentari non possono essere interpretate in modo estensivo, costituendo esse una deroga al principio di uguaglianza, declinato come parità di trattamento davanti alla giurisdizione, « principio che si pone alle ori- gini dello Stato di diritto » (sentenza n. 24 del 2004). Venendo ai principi della giurisprudenza costituzionale invocabili nel caso di specie, ricorda che, ai fini dell’operatività del regime dell’autorizzazione preventiva stabilito dall’articolo 68, terzo comma, della Costituzione, l’unico criterio da prendere in considerazione – esplicitato dalla fondamentale sentenza della Corte costituzionale n. 390 del 200 7 – è rappresentato dalla « direzione dell’atto d’indagine ». Pertanto, non assume rilevanza decisiva la circostanza che i magistrati abbiano disposto le intercettazioni su utenze di terzi, nella consapevolezza dell’elevata probabilità che nel caso di specie sarebbero incorsi in comunicazioni cui partecipa un parlamentare. La Corte ha infatti chiarito, anche nella sentenza da ultimo citata, che la prerogativa non si estende certamente agli interlocutori – anche se abituali – del parlamentare. E le comunicazioni del deputato casualmente captate in tale contesto non richiedono la preventiva autorizzazione parlamentare, essendo comunque casuali (sentenza n. 390 del 2007). Tuttavia, merita ricordare anche un altro paradigma interpretativo fissato dalla Corte costituzionale nella successiva sentenza n. 114 del 2010, secondo cui, se nel procedimento anche il parlamentare risulti già sottoposto alle indagini, «è indubbio che la qualificazione dell’intercettazione come casuale richieda una verifica particolarmente attenta (…). Ma è altrettanto vero che, nella fattispecie considerata, il sospetto dell’elusione della garanzia è più forte e che, comunque, l’ingresso del parlamentare – già preventivamente raggiunto da indizi di reità – nell’area di ascolto evoca con maggiore immediatezza, nell’autorità giudiziaria, la prospettiva che la prosecuzione dell’attività di intercettazione su utenze altrui servirà (anche) a captare co- municazioni del membro del Parlamento, suscettibili di impiego a suo carico: ipotesi nella quale la captazione successiva di tali comunicazioni perde ogni “casualità”, per divenire mirata». Tale principio ermeneutico è sicuramente aderente al caso di specie. A partire, infatti, dal 12 dicembre 2011, il parlamentare – a suo dire peraltro tardivamente – è stato formalmente iscritto nel registro degli indagati. Pertanto, occorre verificare se il giudice abbia motivato adeguatamente sulla natura casuale delle intercettazioni avvenute successivamente a tale data, tenendo conto degli indici significativi enunciati nella sentenza n. 113 del 2010 ovvero: «i rapporti intercorrenti tra parlamentare e terzo sottoposto a intercettazione, avuto riguardo al tipo di attività criminosa oggetto di indagine»; «il numero delle conversazioni intercorse tra il terzo e il parlamentare»; «l’arco di tempo durante il quale l’attività di captazione è avvenuta, anche rispetto ad eventuali proroghe delle autorizzazioni e al momento in cui sono sorti indizi a carico del parlamentare». Rileva come su questi elementi non vi sia una plausibile e circostanziata motivazione nell’ordinanza volta a giustificare la prosecuzione di intercettazione che, in primo luogo, riguardavano soggetti i cui rapporti con il parlamentare erano evidentemente strettissimi; si consideri altresì che lo stesso Francantonio Genovese è stato iscritto nel registro degli indagati anche per la fattispecie di associazione a delinquere, quindi in relazione ad un’attività di indagine che aveva come obiettivo un sodalizio criminoso di cui evidentemente il deputato era partecipe. Quanto agli altri due indici sintomatici delineati dalla Corte costituzionale, basti evidenziare come il numero di conversazioni sia estremamente elevato in termini assoluti – circa 300 – anche se il magistrato ne rileva la scarsa incidenza sul piano percentuale (su 21.000 telefonate di La Macchia, pari a circa l’1 per cento) e copra un arco di tempo di quasi due anni. Alla luce di ciò, ritiene che sia possibile individuare negli atti una precisa data in cui è possibile collocare – senza incertezze – un mutamento dell’obiettivo dell’indagine, a partire dal quale le motivazioni fornite dall’ordinanza a giustificazione della loro casualità appaiono poco plausibili: tale data corrisponde al momento di formale iscrizione del deputato nel registro degli indagati, ovvero il 12 dicembre 2011. A partire da quella data non solo era «prevedibile» che altre comunicazioni del parlamentare sarebbero state assunte (circostanza di per sé non decisiva), ma soprattutto, è inverosimile ritenere che l’organo inquirente non abbia spostato la sua attenzione anche sul ruolo di Francantonio Genovese in vicende in cui era obiettivamente coinvolto in prima persona. In altre parole, da quella data si deve ritenere che sia sopravvenuto – per usare le parole della sentenza n. 114 del 2010 della Corte costituzionale – «nell’autorità giudiziaria, un mutamento di obbiettivi: (…). Quando ciò accadesse, ogni “casualità” verrebbe evidentemente meno: le successive captazioni delle comunicazioni del membro del Parlamento, lungi dal restare fortuite, diventerebbero “mirate” (…), esigendo quindi l’autorizzazione preventiva della Camera». Pertanto, ha maturato il convincimento di proporre il diniego dell’autorizzazione quantomeno, con riferimento alle comunicazioni captate a partire dalla data di iscrizione del deputato nel registro degli indagati, potendo affermare con un sufficiente grado di certezza che le intercettazioni avvenute dopo siano state assunte eludendo il dettato costituzionale. In tal senso avrebbe formulato la sua proposta già nella scorsa seduta, nel corso della quale ha ritenuto, però, opportuno svolgere un supplemento di riflessione sulle comunicazioni precedenti a quella data, acquisite durante le indagini svolte dalla procura di Patti. Ha quindi compreso lo spirito con il quale è stata avanzata la richiesta, approvata dalla Giunta il 23 luglio 2014, volta a ricevere le informative di polizia giudiziaria acquisite dalla procura nel periodo antecedente l’iscrizione dell’onorevole Genovese nel registro degli indagati. Essa muove da un’oggettiva esigenza istruttoria, legata al peculiare sviluppo dell’inchiesta di Patti. Effettivamente, la Giunta non disponeva – né dispone adesso – dell’intero fascicolo processuale relativo all’inchiesta che si è sviluppata su iniziativa degli organi inquirenti di Patti. Dagli atti trasmessi da Messina si è infatti appreso che a Patti era stata avviata un’articolata attività investigativa in relazione a false attestazioni di residenza per partecipare alle competizioni elettorali svoltesi a Patti nel maggio del 2011. Da questa originaria indagine si sono sviluppati due filoni investigativi, uno dei
quali riguarda la formazione professionale e vede il coinvolgimento dell’onorevole Genovese, i cui atti sono confluiti alla procura di Messina mediante il deposito di due informative del 19 agosto e 4 settembre 2013. Non è indicata una data precisa in cui dall’originario procedimento sono germogliati i due filoni investigativi. È possibile però riscontrare due richieste di proroga delle attività di captazione per l’interlocutore pressoché unico di Genovese, La Macchia, avanzate dalla procura di Patti, entrambe accolte dal Giudice per le indagini preliminari. La prima, del novembre 2011, è motivata dagli organi inquirenti in ragione dell’indagine sull’attività del gruppo legato a La Macchia. Si informa l’autorità giudiziaria di un «incontro a cui deve che partecipare anche l’onorevole Genovese». La seconda, del 9 dicembre 2011 è più esplicita. Si legge « quanto poi alla posizione di La Macchia Salvatore, questi mostra di essere il vero motore della distribuzione di finanziamenti regionali per la formazione, anello di congiunzione tra l’assessore Centorrino e l’on. Genovese, che gli impartisce le direttive da seguire a livello regionale; questi è in grado di intervenire nelle cooperative assegnatarie di fondi per l’assunzione di personale (…) e nel contempo, organizza gli incontri politici fondamentali per la gestione dei fondi». Aggiunge che dagli atti che erano già in possesso della Giunta si evince che l’autorità giudiziaria ha formulato le suddette richieste anche sulla base di numerose note e informative del 2011 del Commissariato di PS di Patti, datate 6 maggio, 3 e 18 giugno, 28 settembre, 3 ottobre, 17 novembre e 7 dicembre. L’autorità giudiziaria di Patti ha risposto in modo tempestivo, tuttavia inviando alla Giunta esclusivamente due comunicazioni di notizie di reato della Polizia Giudiziaria datate 26 novembre e 26 dicembre 2011, «quest’ultima riguardante attività tecnico investigativa svolta antecedentemente alla iscrizione dell’onorevole Francantonio Genovese nel registro degli indagati». Da contatti informali è emerso che la suddetta documentazione assume il valore di ‘informative finali’ a compendio delle precedenti attività di indagine. Da tali atti emerge che – mentre nessun riferimento alla posizione dell’onorevole Genovese compare nella prima comunicazione – la seconda riferisce degli esiti di un’attività investigativa risalente a diversi mesi prima l’iscrizione del deputato nel registro degli indagati, riportando anche conversazioni tra uno degli indagati e il parlamentare, qualificato come referente politico del primo, del maggio e del giugno 2011. Ritiene, quindi, che tale ulteriore documentazione acquisita costituisca un’ulteriore conferma del convincimento precedentemente espresso. Formula quindi la proposta di conce- dere l’autorizzazione all’uso processuale di tutte le comunicazioni del parlamentare precedenti al giorno della sua iscrizione nel registro degli indagati; ne consegue che non sarebbero processualmente utilizzabili quelle assunte a partire dal 12 dicembre 2011.
Mariano RABINO (SCpI) concorda con la proposta del relatore.
Vincenzo CASO (M5S) richiama la recente sentenza della Corte costituzionale, n. 74 del 23 aprile 2013 in tema di utilizzazione delle intercettazioni a carattere « casuale » od « occasionale » effettuate nei confronti di un membro del Parlamento, che ha chiarito i limiti della prescrizione normativa di cui all’articolo 6 della legge 20 giugno 2003, n. 140. La suddetta pronuncia, precisando i contenuti della sentenza n. 390 del 2007 di parziale illegittimità, e la sentenza n. 188 del 2010, individua il criterio di « necessità » come parametro di bilanciamento tra l’esigenza investigativa e la disciplina costituzionale di protezione delle comunicazioni dei parlamentari. Essa recita: «la Camera deve poter rilevare, dall’esame della richiesta (e degli eventuali allegati), che sussistono sia il requisito, per così dire, “negativo” dell’assenza di ogni intento persecutorio o strumentale della richiesta, sia quello, per così dire, “positivo” della affermata “necessità” dell’atto, motivata in termini di non implausibilità ». Con ciò la Corte ha voluto, quindi, chiarire che la «necessità », sul piano della sostanza e su quello della motivazione, non può e non deve essere confusa con la « decisività » della prova di cui viene chiesta l’utilizzazione. Venendo al caso di specie, ricorda che alla procura della Repubblica presso il tribunale di Messina sono state depositate una richiesta (il 28 febbraio 2014) e due richieste integrative (il 1o e il 24 aprile 2014) di utilizzo di intercettazioni telefoniche e ambientali coinvolgenti il deputato Genovese. Il magistrato richiedente ha puntualmente motivato tali istanze, come previsto dalla sentenza del 2010 precisando, da un lato, la « rilevanza e necessità » di tutte le conversazioni intercettate e soprattutto chiarendo ogni aspetto in merito alle eccezioni sollevate della difesa del deputato mostrando così di aver vagliato con attenzione la ragionevolezza delle richieste. Con riferimento alla « mancata casualità delle intercettazioni », lamentate dalla difesa del deputato, l’ordinanza precisa che: « obiettivo della captazione non era, neanche in termini di mera eventualità il deputato, bensì le attività poste in essere dai soggetti direttamente sottoposti ad intercettazione». La puntualizzazione appare convincente sotto il profilo dell’attenzione che la magistratura ha riservato alla questione dell’occasionalità dell’intercettazione, rispettosa del principio della prescritta tutela delle garanzie costituzionali riservate ai parlamentari. Sotto altro profilo, si deve evidenziare che la richiesta di autorizzazione appare adeguatamente motivata anche in tema di necessità dell’utilizzo dell’intercettazione argomento sul quale il Parlamento deve limitarsi a verificare la sussistenza del requisito dell’adeguata motivazione non avendo il potere di sostituire una propria valutazione a quella del magistrato procedente. Il sindacato parlamentare ha, pertanto, come punto di riferimento la motivazione dell’atto giudiziale, e la sua capacità di illustrare la « necessità » dell’invocata autorizzazione in « termini di non implausibilità » come stabilito dalla citata sentenza n. 188 del 2010. Anche sotto tale profilo la richiesta dell’autorità giudiziaria competente si è espressa con convincente motivazione, rilevando, tra l’altro che «a norma dell’articolo 268 comma 6 c.p.p. va disposta l’acquisizione delle conversazioni indicate dalle parti che non appaiono manifestamente irrilevanti». Sulla base di tale preciso assunto, mostrando attenzione e precisione nell’operato, la procura ha richiesto l’acquisizione solo di una serie di conversazioni che sono puntualmente richiamate, quanto alla rilevanza, alle circostanze descritte nelle varie informative di atti. Conclusivamente, osserva come la prerogativa parlamentare in discussione costituisca una importante deroga al principio generale dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge ed è per questo che gli organi parlamentari devono porre massima attenzione nell’evitare l’illegittima strumentalizzazione di tale prerogativa, affinché non diventi un mero privilegio. Solo questa è, e deve essere, la ratio dell’indagine circa l’eventuale sussistenza del fumus persecutionis; nel caso di specie, non appare in alcun modo che a carico del deputato Francantonio Genovese sia stato perpetrato, da parte della magistratura, un trattamento persecutorio o anche solo poco responsabile, anzi, dagli atti – ivi compresi quelli da ultimo acquisiti – si può tranquillamente desumere che non vi sia da temere alcun abuso della funzione giudiziaria. Per quanto detto annuncia il voto contrario del suo gruppo alla proposta del relatore.

Ignazio LA RUSSA, Presidente, replicando all’intervento del deputato Caso, precisa che l’attività della Giunta non può configurarsi come volta a riconoscere privilegi, ma solo e soltanto a definire l’ambito di operatività di una prerogativa costituzionale. Se è ammissibile discuterne la ratio, non è invece certamente corretto invocare la disapplicazione di una norma di rango costituzionale che differenzia la posizione dei membri delle Camere e quella dei cittadini per ragioni ben note e che costituisce la ragion d’essere di questo organo parlamentare.

Anna ROSSOMANDO (PD) desidera svolgere tre considerazioni che reputa essenziali al fine di motivare la posizione del suo gruppo in relazione alla domanda in esame. In primo luogo, in linea con quanto sottolineato dal presidente La Russa, osserva in via generale che i destinatari delle prerogative previste dall’articolo 68 della Costituzione non sono i parlamentari uti singuli, ma l’Istituzione nel suo complesso, al fine di garantirne la funzionalità e porla al riparo da illecite ingerenze. Esprime, pertanto, il suo disaccordo rispetto alle affermazioni del collega del MoVimento 5 Stelle. Nell’esaminare i singoli casi, tenendo conto della copiosa giurisprudenza costituzionale, è necessario operare un bilanciamento tra i diversi interessi tutelati a livello costituzionale: in questo contesto il principio di uguaglianza, a suo avviso, serve a delucidare l’ambito di applicazione delle prerogative parlamentari, evitando così il rischio che queste si trasformino in un indebito privilegio. In secondo luogo, richiama alcuni elementi di fatto della vicenda in esame che assumono un particolare significato ai fini della decisione della Giunta. Segnala innanzitutto che la domanda di autorizzazione all’utilizzo delle conversazioni telefoniche del Genovese si riferisce solo ad una parte delle captazioni, vale a dire quelle effettuate a partire dal 25 ottobre 2011, nonostante dagli atti processuali risulti l’esistenza di ulteriori intercettazioni disposte nei suoi confronti antecedentemente a tale data. Evidenzia poi la peculiare rilevanza della data di iscrizione del Genovese nel registro degli indagati, avvenuta il 12 dicembre 2011, poiché da quel momento in poi, si verifica un mutamento dell’obiettivo delle indagini. Sottolinea infine il fatto che sebbene l’onorevole Genovese sia stato iscritto nel registro degli indagati per un reato associativo, non vi è una assoluta coincidenza fra i soggetti coindagati dei due diversi filoni di indagine delle procure di Patti e di Messina, ad eccezione del La Macchia che funge da elemento di collegamento fra gli appartenenti al sodalizio criminoso. Rispetto alle argomentazioni addotte dal collega Caso, osserva che, nel caso di specie, il criterio dirimente ai fini della valutazione della legittimità della richiesta dell’autorità giudiziaria, è rappresentato non tanto dall’acquisizione delle conversazioni che non appaiono manifestamente irrilevanti, quanto dalla direzione degli atti di indagine, che è un aspetto sul quale l’ordinanza del GIP non appare adeguatamente motivata. Ricorda, a tal proposito, che le indagini sono state avviate dalla procura di Patti in relazione ad una serie di trasferimenti di residenza sospetti avvenuti in coincidenza con una tornata elettorale. Prendendo spunto da tali indagini, incentrata in modo particolare sulla figura del La Macchia, la procura di Messina è giunta a disvelare il sistema di malaffare legato ai corsi di formazione e il ruolo di primo piano in esso svolto dal Genovese, che ha portato alla iscrizione di quest’ultimo nel registro degli indagati per un reato associativo. In relazione a tali aspetti osserva che le intercettazioni effettuate dal 25 ottobre 2011 e fino alla data di iscrizione nel registro degli indagati appaiono semplicemente volte a documentare i contatti tra La Macchia e Genovese, senza che le stesse assumessero una rilevanza tale da indurre i magistrati a mutare l’indirizzo dell’azione investigativa. Al contrario, le intercettazioni disposte successivamente al 12 dicembre 2011, tenuto conto in primis della natura associativa del reato contestato al Genovese, appaiono consapevolmente indirizzate dai magistrati verso la captazione di sue conversazioni. A tal proposito, ritiene che il dato concernente il limitato numero di intercettazioni riguardanti l’onorevole Genovese, calcolato sul totale delle intercettazioni disposte dalla procura, non possa essere considerato un elemento probante dell’asserita natura casuale delle intercettazioni. In conclusione, per le motivazioni sin qui esposte, preannuncia il voto favorevole del suo gruppo alla proposta del relatore.

Marco DI LELLO (Misto-PSI-PLI), nell’apprezzare le articolate valutazioni espresse dal relatore e dall’onorevole Rossomando, manifesta comunque i propri dubbi sulla reale direzione delle indagini anche nel periodo precedente all’iscrizione di Francantonio Genovese nel registro degli indagati. Sono, infatti, agli atti documenti della procura ed informative di polizia giudiziaria le cui date andrebbero attentamente valutate per comprendere l’effettivo andamento dell’azione investigativa. Si chiede, infine, se i passaggi citati nella memoria difensiva del deputato Genovese e correttamente replicati nell’intervento del relatore non debbano indurre a ritenere elusa la prerogativa costituzionale anche nei mesi precedenti la sua iscrizione nel registro degli indagati. Per tali ragioni preannuncia il suo voto di astensione.
Ignazio LA RUSSA, Presidente, precisa che le informative cui la memoria del- l’onorevole Genovese fa riferimento compendiano un’attività investigativa che si è svolta in un ampio arco di tempo, ma risultano comunque trasmesse all’autorità giudiziaria nel novembre 2013. Pone, quindi, in votazione la proposta del relatore di concedere l’autorizzazione all’uso processuale di tutte le comunicazioni del parlamentare precedenti al giorno della sua iscrizione nel registro degli indagati. Precisa che – in caso di approvazione della proposta – ne consegue la scelta di non rendere processualmente utilizzabili quelle assunte a partire dal 12 dicembre 2011. La Giunta approva la proposta con 10 voti favorevoli, 3 contrari ed un astenuto, conferendo altresì alla deputata Schirò il
mandato di predisporre in tal senso la relazione per l’Assemblea.

BARCELLONA: Mafia, il boss D’Amico fa luce su 45 omicidi

Sarebbero 45 gli omicidi di cui ha parlato il boss Carmelo D’Amico, molti dei quali vissuti in prima persona. Il pentimento del capo del braccio armato della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi” che agli inizi degli anni 90 è riuscito a costituire un gruppo di fuoco che successivamente ha rappresentato un temibile esercito del terrore, apre una pagina di orrori che troppo in fretta è stata rimossa dalla memoria collettiva per far spazio alle celebrazioni della “mafia degli altri”, quella degli omicidi eccellenti eseguiti a Palermo lontano dall’orrori che han no invece interessato la Città del Longano. Carmelo D’Amico che grazie al fragore delle armi che hanno causato i più efferati delitti è riuscito a controllare il racket delle estorsioni e la gestione di discoteche e locali di intrattenimento sparsi da Milazzo a Capo d’Orlando, sta vuotando il sacco attribuendosi, così pare, in alcuni casi sparizioni con il sistema della lupara bianca ed omicidi che prima e dopo il delitto del giornalista Beppe Alfano, il cui sacrificio ha rappresentato uno spartiacque nella lotta alla mafia, hanno insanguinato le strade di Barcellona e dei paesi dell’hinterland. Tra i 45 omicidi di cui racconta D’Amico si chiamano in causa anche numerosi componenti del gruppo di fuoco oltre ai mandanti della cupola mafiosa, ai quattro casi di lupara bianca per i quali continua la campagna di scavi tra le contrade di Barcellona e lungo il torrente Patrì; e c’è anche l’uccisione di tre giovani di Barcellona fatti sparire a Belpasso in provincia di Catania.

L’INCHIESTA SULLA FORMAZIONE: Giunta autorizzazioni, sì ad uso intercettazioni Genovese fino al 2011

La giunta per l’autorizzazioni della Camera ha approvato la proposta del relatore di maggioranza per l’uso delle intercettazioni su Francantonio Genovese, fino alla data di iscrizione del parlamentare Pd nel registro degli indagati. L’approvazione è arrivata con il solo voto contrario del M5S, secondo cui l’utilizzo delle intercettazioni doveva essere autorizzato anche oltre la data indicata. L’uso delle intercettazioni su Francantonio Genovese approvate dalla giunta per le Autorizzazioni della Camera fissano una data: l’11 dicembre del 2011, quella dell’iscrizione nel registro degli indagati a Messina. Lo precisa all’ANSA il legale del deputato del Pd, l’avvocato Antonino Favazzo, sottolineando che “quelle che sono seguite, nel 2012 e nel 2013 sono illegali”. Secondo il penalista “è stata data ragione alla nostra tesi: è stata violata la Costituzione su intercettazione deputati”. (ANSA)

MESSINA, LA MAGISTRATURA CHIUDE L’INCHIESTA: La morte di Provvy Grassi, coinvolti i vertici del Cas

La Procura ha chiuso le indagini nei confronti dell’attuale e precedente commissario del Consorzio autostrade siciliane, Nino Gazzara e Anna Rosa Corsello, dei direttori tecnici e gli ispettori Letterio Frisone, Gaspare Sceusa, Carmelo Cigno ed Antonino Spitaleri nell’ambito dell’inchiesta sulla morte della povera commessa 27enne Provvidenza Grassi, trovata morta dentro l’auto a distanza di mesi dalla sua scomparsa, dopo essere precipitata da un viadotto autostradale. Fu inghiottita con la sua Seicento in uno dei tanti “buchi neri” dell’autostrada A20 il 9 luglio scorso e ritrovata solo il 23 gennaio di quest’anno. L’atto è siglato dal sostituto procuratore Diego Capece Minutolo, il magistrato che ha condotto l’inchiesta sulla vicenda. Il legale della famiglia, l’avocato Giuseppina Iaria, e anche i genitori, avevano sollevato dubbi sulla causa della morte della ragazza, ma gli accertamenti di Ris, Polstrada e dei consulenti della Procura, tra cui l’ing. Andreas Pirri, un esperto in incidentistica stradale, propendono per l’ipotesi di un incidente stradale autonomo. Gli inquirenti ritengono inoltre che le barriere di protezione laterale, fuori dalla galleria sulla Messina-Catania, non fossero adeguate e per questo la giovane uscendo fuori strada sarebbe precipitata in un dirupo. Dalla perizia medico legale già depositata, come aveva affermato nel giugno scorso l’avvocato Giuseppina Iaria, legale della famiglia Grassi, «emergerebbe dall’analisi dei capelli che la giovane fosse sotto effetto di metadone e le fratture sarebbero compatibili con l’incidente stradale. Inoltre, l’analisi delle larve dimostrerebbe che la morte è avvenuta tra i quattro e gli otto mesi prima del ritrovamento del corpo». Ma d’altra parte anche gli accertamenti dei carabinieri del Ris non lasciano spazio a ipotesi alternative alla principale: sulla Seicento di Provvy gli esperti del Ris non hanno rintracciato segni di impatti con altre vetture o tracce di vernici diverse, o di altra natura; la conformazione dei rami degli alberi che si trovavano sotto il viadotto autostradale, e soprattutto i danni subiti dalle ramificazioni, che si sono spezzate in alcune parti e con modalità molto particolari, sono ritenute perfettamente compatibili con la dinamica del “volo” dal viadotto e dell’impatto. DA GDS

MESSINA, L’INCHIESTA SULLA FORMAZIONE: LA PROCURA CONCLUDE LA SECONDA TRANCHE DI ACCERTAMENTI SUGLI ENTI PROFESSIONALI. 32 INDAGATI, ECCO I NOMI.

RINALDI-GENOVESE

Complessivamente sono 32 gli indagati della seconda tranche dell’inchiesta, 24 persone fisiche e 8 persone giuridiche, ovvero i vari enti di formazione. Oltre a Genovese si tratta di Salvatore Lamacchia, Roberto Giunta, Domenico Fazio, Elio Sauta, Elena Schirò, Giovanna Schirò, Stefano Galletti, Giuseppina Pozzi, Liliana Imbesi, Concetta Cannavò, Natale Lo Presti, Chiara Schirò, Graziella Feliciotto, Carmelo Capone, Natale Capone, Orazio De Gregorio, Franco Rinaldi (a destra nella foto), Paola Piraino, Francesco Buda, Salvatore Natoli, Antonino Di Lorenzo, Carmelo Favazzo, Roberta Saglimbeni. Ci sono poi 8 enti di formazione, indagati in base alla normativa di riferimento in materia, che è del 2001. Si tratta di Sicilia Service srl (legale rappresentante Paolo Guarnera), Napi Service srl (legale rappresentante Umberto Gugliotta), Caleservice srl (legale rappresentante Francesca Cucinotta), Centro Servizi 2000 srl (legale rappresentante Paolo Bitto), Lumen onlus (legale rappresentante Marilena Maccora), Enfap (legale rappresentante Antonino Di Lorenzo), Ancol (legale rappresentante Carmelo Capone), El.Fi. Immobiliare srl (legale rappresentante Graziella Feliciotto).

DAL WEB – TEMPOSTRETTO.IT
Mentre la Giunta delle autorizzazioni a procedere ha dato il via libera alla trascrizione di una parte delle conversazioni intercettate dagli investigatori nelle quali compare anche il parlamentare, la Procura ha siglato l’avviso di conclusione indagine per 32 soggetti coinvolti nella seconda tranche di inchiesta, 24 persone e 8 tra sigle societari ed enti di formazione.

Un passaggio dovuto, l’atto siglato dal pool di magistrati a lavoro coordinati dal procuratore aggiunto Sebastiano Ardita, a ridosso della scadenza dei termini. Ci sono però ancora diversi accertamenti ancora da portare a compimento, relativi ai protagonisti principali dei fatti, e soggetti già coinvolti, nei confronti dei quali le indagini vanno avanti.

L’atto di chiusura delle indagini riguarda, oltre a Genovese, Salvatore Lamacchia, Roberto Giunta, Domenico Fazio, Elio Sauta, Elena Schirò, Giovanna Schirò, Stefano Galletti, Giuseppina Pozzi, Liliana Imbesi, Concetta Cannavò, Natale Lo Presti, Chiara Schirò, Graziella Feliciotto, Carmelo Capone, Natale Capone, Orazio De Gregorio, Franco Rinaldi, Paola Piraino, Francesco Buda, Salvatore Natoli, Antonino Di Lorenzo, Carmelo Favazzo, Roberta Saglimbeni. Poi le srl e onlus Sicilia Service, Napi Service, Caleservice, Centro Servizi 2000, Lumen onlus, Enfap, Ancol, El.Fi. Immobiliare.

Genovese, intanto, attende ancora che il Tribunale del Riesame si pronunci sulla richiesta della Procura, che contesta la decisione di concedere i domiciliari all’onorevole Genovese. Decisione adottata dal Giudice per le indagini preliminari, dopo sei giorni nel centro clinico del carcere di Gazzi. In piedi ci sono ancora, inoltre, le attività dei nuovi consulenti nominati dalla Procura perché analizzino i conti e i collegamenti delle società.

LE NOSTRE FOTO – MESSINA: CELEBRATI I FUNERALI DI AHMED, UN ANNO. ‘SCUSACI’

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Sono stati celebrati a piazza Unione Europea i funerali del piccolo siriano morto durante la traversata dalla Libia a Messina, durante le operazioni di aggancio del peschereccio alla petroliera Torn Lotte, in acque maltesi, la notte del 17 luglio scorso. Ahmed è sbarcato a Messina nella bara bianca che oggi è stata tumulata al Cimitero Monumentale, dopo l’addio tributato a lui ed a tutti i profughi inghiottiti dal mare.

No Ponte
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Il treno del ferro


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