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La Copertina
19 04 2014
LE FOTO - MESSINA, LA PRIMA VOLTA DI UN SINDACO. ACCORINTI IN PROCESSIONE PER LE BARETTE. TANTISSIMI I FEDELI

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FOTO DI ENRICO DI GIACOMO

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BARCELLONA: Omicidio Rottino, chiesto giudizio per Enrico Fumia
Un vecchio omicidio che rappresentò una pietra miliare negli equilibri della mafia barcellonese. E’ quello di Ninì Rottino ucciso sotto la sua abitazione di Mazzarrà S.Andrea la notte del 22 agosto 2006. Un delitto per il quale è stato già condannato all’ergastolo in Appello, Aldo Nicola Munafò. Ora, a distanza di otto anni da quella esecuzione, la DIA ha chiesto il rinvio a giudizio per Enrico Fumia, accusato di aver partecipato a quella spedizi...
MESSINA: TROVATO MORTO UNO STUDENTE UNIVERSITARIO ALL'INTERNO DEL SUO APPARTAMENTO. INDAGINI IN CORSO
Il corpo senza vita di uno studente universitario di Economia 23enne è stato scoperto stamattina in un appartamento di via Caldara Polidoro, nei pressi dell’istituto Domenico Savio. Sul cadavere non sono stati riscontrati segni di violenza né altre tracce e nell’appartamento era tutto in ordine. Il sostituto procuratore Antonella Fradà ha disposto l’autopsia che sarà eseguita domani all’obitorio del Policlinico. Il 23enne, originario di Marsala...
Mazzarrà S. Andrea (MESSINA): Tirreno Ambiente, perquisiti e indagati due ex a.d. e affiliato 'ndrangheta

La Procura di Vercelli ha disposto un provvedimento di perquisizione nelle residenze di Giuseppe Anto...

MESSINA: Saponara, nessuna responsabilità. Archiviata l’inchiesta sull’alluvione del 2011

Nessuna responsabilità nella tragedia di Saponara, la cittadina messinese che nel 2011 fu devastata da un’alluvione che causò la morte di Luigi Valla, 55 anni, del figlio Giuseppe di 28 anni, e del piccolo Luca Vinci di 10 anni. La Procura di Messina ha deciso di archiviare l’indagine. Determinante ai fini dell’archiviazione la perizia del geologo Francesco Fiorillo, che si è avvalso della collaborazione di altri esperti. Il gip, tenuto conto della relazione del geologo, che ha dettagliatamente fissato le dinamiche dell’alluvione, stabilendo l’eccezionalità e l’imprevedibilità dell’evento, non ha rilevato profili di natura penale, disponendo il non luogo a procedere, così come chiesto dalla procura.

MAFIA: Catania, confisca da 200 milioni a MARIO SCINARDO, ritenuto uomo di fiducia del capo di Cosa nostra mistrettese, Sebastiano Rampulla. Ricchezza costruita all’ombra di Cosa Nostra

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SEBASTIANO RAMPULLA

Undici imprese, 229 imobili e 90 automezzi. Un patrimonio enorme costruito in 15 anni partendo come allevatore e che adesso passa allo Stato. Mario Scinardo è incappato in numerose indagini sulla mafia di Messina e Catania per le sue amicizie pericolose: dai Rampulla di Mistretta, coinvolti nella strage di Capaci, a Vito Nicastri, re dell’eolico vicino al boss Messina Denaro. Una carriera ripercorsa dai pm del processo Iblis, che hanno chiesto per lui 15 anni di carcere. 

In 15 anni da allevatore era diventato un imprenditore con un patrimonio da 200 milioni di euro e interessi diversificati: dall’edilizia, all’agriturismo, dall’eolico al movimento terra. E attività che si estendevano in diverse province siciliane. Ma dietro il suo successo ci sarebbe Cosa Nostra. Sui beni di Mario Giuseppe Scinardo, originario di Capizzi, poi trasferitosi a Militello Val di Catania, legato alla famiglia mafiosa dei Rampulla di Mistretta, è scattata la confisca da parte della Direzione investigativa antimafia dopo la sentenza della Cassazione. Provvedimento che riguarda proprietà, mezzi e aziende tra Catania, Siracusa ed Enna. L’indagine su Scinardo, partita nel 2008, ha fatto emergere le sue amicizie pericolose, con elementi di spicco di Cosa Nostra siciliana. In primo luogo con Sebastiano Rampulla, morto nel 2010, ma fino a quel momento capo della potente mafia mistrettese e fratello di Pietro Rampulla, colui che mise a disposizione e fatto esplodere la bomba per la strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. I Rampulla, secondo gli inquirenti, sono stati sotto i Santapaola fino agli anni ’90, per poi aumentare la propria autonomia con l’assenso dei La Rocca di Caltagirone. Ma il nome di Scinardo ritorna anche nell’indagine Iblis, sui rapporti tra Cosa Nostra catanese, imprenditori e politica.

La confisca riguarda undici imprese, dedite all’edilizia, alla produzione di calcetruzzo, all’agriturismo e all’energie alternative. Proprio in quest’ultimo ambito, sono emersi anche contatti tra Scinardo e Vito Nicastri, il signore del vento di Trapani, ritenuto dagli investigatori vicino al latitante Matteo Messina Denaro e colpito da un maxi sequestro da un miliardo di euro. I due avrebbero collaborato per il progetto del parco eolico di Vizzini. In proposito, durante una delle udienze di Iblis, il pubblico ministero Antonino Fanara ricorda che in un pizzino, i Lo Piccolo di Palermo ordinavano di continuare a lavorare con Scinardo. Ancora nel processo su Cosa Nostra catanese, il colonnello Gaetano Scillia, dal 2004 al 2010 alla direzione della Direzione investigativa antimafia di Messina e attuale dirigente della Dia di Caltanissetta, ricostruisce le relazioni con il re dell’eolico. «Scinardo e Nicastri erano soci nella costruzione del parco eolico di Vizzini», racconta Scillia. La società Callari, riconducibile a Scinardo, tra il 2005 e il 2006 riceve dalla Regione un contributo a fondo perduto di 3milioni 280mila euro per la costruzione del parco. Il 20 giugno del 2006 arrivano anche le autorizzazioni richieste. «Otto giorni dopo – spiega il colonnello – la Callari srl viene acquisita dalla società Lunix, costituita proprio il 20 giugno, con sede in Lussemburgo, di cui uno dei soci è Nicastri».

Oltre alle imprese, passano sotto il controllo dello Stato anche 229 immobili sparsi tra le province di Catania, Siracusa ed Enna; 90 mezzi, tra camion, escavatori, trattori, mezzi agricoli e macchine di grossa cilindrata; undici capannoni agricoli; 61 silos; 60 rapporti finanziari e diversi capi di bestiame. «Un’anomala escalation patrimoniale ed imprenditoriale, ingiustificata dai redditi dichiarati da Scinardo e dal suo nucleo familiare», sottolineano gli investigatori della Dia.

E’ lungo l’elenco di indagini in cui Scinardo è finito negli anni. L’ultimo, in ordine di tempo, è proprio il processo Iblis, per cui tra poche settimane arriverà la sentenza di primo grado. I pm Antonino Fanara e Agata Santonocito hanno chiesto per lui 15 anni di carcere con l’accusa di associazione mafiosa. Nella requisitoria i magistrati ricostruiscono la carriera dell’imprenditore di Capizzi. Ed è lui stesso a raccontare l’origine dei rapporti tra la sua famiglia e quella dei Rampulla. Che avrebbe avuto inizio nel momento in cui il padre di Scinardo si sarebbe rivolto alla famiglia di Mistretta dopo un furto di bestiame. Da lì, sottolineano i pm, il rapporto si sarebbe stretto. Lo testimoniano molti elementi: in alcune proprietà di Scinardo, come l’agriturismo di Casale Belmontino, si sono svolti summit mafiosi, alla presenza, tra gli altri di Sebastiano e Vito Rampulla, Pietro Iudicello, Carmelo Bisognano e Carmelo Barbagiovanni. Ed è sempre in uno degli immobili dell’imprenditore che avrebbe passato parte della sua latitanza Umberto Di Fazio, per anni considerato reggente della famiglia Santapaola a Catania, arrestato nel 2005 e diventato collaboratore di giustizia. E’ lo stesso Di Fazio che racconta ai magistrati di essersi fidato di Scinardo proprio su presentazione di Rampulla. In una delle udienze di Iblis, il pm Fanara riporta la frase del pentito: «”È la stessa cosa che siamo noi“, disse Rampulla a Di Fazio. Una formula – sottolinea il magistrato – che, secondo Santo La Causa e Giovanni Brusca, viene usata tra uomini d’onore per presentarne un terzo».

A parlare di Scinardo alle udienze di Iblis, è anche uno dei più importanti teste dell’accusa, il maggiore dei carabinieri Lucio Arcidiacono, che parla delle relazioni catanesi dell’imprenditore, in particolare con Angelo Santapaola, ucciso nel 2007. Omicidio per cui è stato recentemente condannato all’ergastolo il boss Vincenzo Aiello, ritenuto il reggente di Cosa Nostra a Catania. «Una volta all’interno dell’organizzazione si discuteva del problema di alcune somme di denaro consegnate da Scinardo ma non indirizzate verso la bacinella – racconta Arcidiacono ai giudici – In quell’occasione, Aiello e Santapaola si accusavano a vicenda di averle fatte sparire».

Prima di Iblis, Mario Scinardo è stato indagato nell’operazione antimafia Icaro che ha smantellato i clan di Mistretta, Capizzi e Tortorici grazie alla collaborazione del pentito Santo Lenzo. Con l’operazione Montagna del 2007 emerse la sua contiguità con la famiglia mafiosa di Mistretta che estendeva la sua influenza sui paesi tirrenici di Capizzi, Caronia, Tortorici, San Fratello, Acquedolci e i comuni limitrofi. Scinardo fu arrestato e rinviato a giudizio, ma assolto nel 2012 dal Tribunale di Patti.

Di Salvo Catalano – http://ctzen.it/2014/04/17/mafia-confisca-da-200milioni-a-scinardo-ricchezza-costruita-allombra-di-cosa-nostra/

MESSINA, TRAFFICO ILLECITO DI RIFIUTI: 8 MISURE CAUTELARI. SEQUESTRATA LA CANDITFRUCHT S.P.A. DI BARCELLONA. TUTTI I PARTICOLARI

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All’alba, nei comuni di Barcellona Pozzo di Gotto, Mazzarà Sant’Andrea, Castroreale, Terme Vigliatore, Lentini e Napoli, i Carabinieri della Compagnia di Barcellona Pozzo di Gotto unitamente a quelli del Nucleo Operativo Ecologico di Catania hanno dato esecuzione ad 8 misure cautelari personali emesse dal G.I.P. presso il Tribunale di Messina, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, per il reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti a carico di:

ARRESTI DOMICILIARI:
1. CALABRÒ Nunzio, di Barcellona P.G. (ME), classe 1941, rappresentante dell’impresa “Canditfrucht s.p.a.” e presidente consiglio amministrazione medesima;
2. CONTI MAMMAMICA Sebastiano, di Militello Rosmarino (ME), classe 1967, proprietario e conduttore omonima impresa individuale di Lentini (SR);
3. MAZZEO Antonino, di Terme Vigliatore (ME), classe 1967, gestore della ditta di trasporti “Trasporti Line soc. coop.”, pregiudicato, detenuto in regime di 41 bis a seguito dell’Operazione “Gotha 4”;
OBBLIGO DI PRESENTAZIONE ALLA P.G.:
4. ARCORACI Fortunato, di Barcellona P.G. (ME), classe 1956, autotrasportatore;
5. CRINÒ Salvatore, di Barcellona P.G. (ME), classe 1967, autotrasportatore, pregiudicato;
6. PANTÈ Mario, di Mazzarra’ Sant’Andrea (ME),classe 1970, autotrasportatore;
7. FLORAMO Giovanni, di Barcellona P.G. (ME), classe 1953, autotrasportatore.
– OBBLIGO DI DIMORA NEL COMUNE DI RESIDENZA:
8. TRIOLO Giuseppe, di Barcellona P.G. (ME), classe 1976, autotrasportatore, pregiudicato.

Nel medesimo provvedimento è stato disposto il sequestro preventivo della “CANDITFRUCHT S.P.A.” con sede in Barcellona P.G., affidata contestualmente ad un amministratore giudiziario, nonché di vari autocarri utilizzati per il trasporto illecito dei rifiuti.
Per tutti i destinatari del provvedimento restrittivo l’accusa è quella di avere, in concorso tra di loro, attraverso l’allestimento di mezzi ed attività continuative ed organizzate, trasportato, ceduto, smaltito e comunque gestito abusivamente ingenti quantità di rifiuti speciali non pericolosi, costituiti da scarti provenienti dalla trasformazione industriale degli agrumi (cd. Pastazzo d’agrumi e polpa), traendone un ingiusto profitto, quantificato in circa 2.000.000 (due milioni) di euro, derivante dal minor onere economico sostenuto rispetto all’avvio a regolari forme di smaltimento/recupero, distraendo così la naturale destinazione dei rifiuti in questione (discarica autorizzata e/o centri di recupero); tali rifiuti venivano illegalmente smaltiti presso vari siti nel territorio sia nella provincia di Messina che fuori, mancanti delle autorizzazioni previste dalla normativa vigente, nonché di quegli accorgimenti tecnico-strutturali finalizzati a limitare l’inquinamento delle sottostanti matrici ambientali a causa delle infiltrazioni dei liquidi di percolamento, che hanno determinato un grave danno all’ambiente, derivanti dalla decomposizione anaerobica degli scarti illecitamente smaltiti.
In particolare, il CALABRÒ Nunzio, nella qualità di legale amministratore della “Canditfrucht S.p.a”, è ritenuto responsabile di avere organizzato, autorizzato e consentito la condotta illecita, così disponendo e consentendo lo smaltimento di ingenti quantitativi di rifiuti, anche attraverso la predisposizione di documentazione atta a mascherare la natura di rifiuto del “pastazzo” e l’attività illecita dietro una fittizia compravendita di mangime animale. Ulteriormente al Calabrò è stato contestato l’illecito smaltimento di ingenti quantitativi di rifiuti liquidi derivanti dalla trasformazione degli agrumi nel depuratore comunale di Barcellona P.G. attraverso una condotta interrata realizzata ad hoc. Tali smaltimenti hanno peraltro provocato causa ripetuti malfunzionamenti del depuratore comunale con grave danno a tutti processi depurativi e di conseguenza con lo scarico in mare di reflui non depurati
A carico della Canditfrucht, infine, sono state contestate le norme relative alla responsabilità amministrativa degli enti per i reati commessi da soggetti di vertice o da dipendenti delle ditte stesse.
Almeno 70 operazioni di trasporto di materiale di scarto della lavorazione agrumaria si sono risolte in illecito trattamento di rifiuti. Di tali operazioni, 35 risultano compiute con mezzi nella titolarità della società “Trasport Line” di Mazzeo Antonino. L’attività investigativa è iniziata nel mese di gennaio 2012 allorquando i militari della Compagnia Carabinieri di Barcellona P.G. rinvenivano e sequestravano un’area, situata nei pressi del sottopassaggio delle Ferrovie dello Stato di quel centro, sulla quale era stato abbandonato un ingente quantitativo di “pastazzo” di arance e di limone. Gli inquirenti, inizialmente coordinati dal Sostituto Procuratore della Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto, Dr. Giorgio NICOLA, individuavano ulteriori aree adibite a discariche abusive di detto materiale.
Le indagini proseguivano sotto la direzione del Sostituto Procuratore presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Messina, Dr. Camillo FALVO (la legge n. 136 del 2010 ha attribuito la competenza del reato contestato alle Direzioni Distrettuali Antimafia), unitamente ai Sostituti Procuratori della Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto Dr. Giorgio NICOLA e Dr. Fabio SOZIO, applicati al procedimento, mediante l’effettuazione numerosi servizi di pedinamento e monitoraggio video dei mezzi con il quale veniva trasportato il materiale di scarto proveniente dalle ditte preposte alla lavorazione della materia prima.

Lo smaltimento illecito dello scarto agrumario avveniva mediante vari stratagemmi:
1) scaricandolo nelle aree limitrofe gli insediamenti adibiti a ricovero per animali, nonostante il “pastazzo” di arance non venga consumato, se non in modeste quantità, dal bestiame giacché poco gradito. Di fatto tali rifiuti rimanevano abbandonati sul suolo deteriorando l’ambiente a causa della sua forte acidità e per le sostanze in esso contenute. Inoltre, a seguito del processo di trasformazione che nel tempo ne riduce il volume, periodicamente veniva integrato da altro quantitativo. In cambio di tale “favore” gli allevatori ricevevano modiche quantità di pastazzo di limone, questo invece gradito dagli animali e più facilmente utilizzabile come materia prima per mangimi. La ditta forniva all’azienda agricola una fattura di cessione del rifiuto, facendolo passare per mangime animale, in quantità comunque sproporzionata rispetto al numero di animali posseduti dall’allevatore;

2) bruciandolo una volta divenuto secco. E’stato riscontrato che è divenuta consuetudine da parte di taluni allevatori di bestiame bruciare il “pastazzo” secco non consumato dagli animali, mediante lo spargimento di rami e sterpaglie su tutta la superficie che esso occupa sul terreno;

3) scaricandolo direttamente nei torrenti, specialmente nei periodi di pioggia cosicché si disperdesse rapidamente; in altre circostanze è stato occultato mediante la copertura con materiale torrentizio con l’ausilio di mezzi meccanici.

I Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Catania, avevano avviato un approfondimento investigativo nell’ambito di una similare indagine avviata nel 2010, che aveva coinvolto la ditta “Ortogel spa” di Caltagirone (CT) esercente la medesima attività industriale della “Canditfrucht spa; seguendo alcuni automezzi pesanti provenienti dalla “Ortogel spa” che trasportavano “pastazzo”, gli operanti individuavano un sito di smaltimento ubicato in agro del comune di Lentini (SR) presso l’azienda agricola di proprietà del CONTI MAMMAMICA Sebastiano.
Presso tale sito, individuato anche dalle indagini condotte dai Carabinieri di Barcellona P.G., il 17 aprile del 2012, avvalendosi della collaborazione del 12° Nucleo Elicotteri Carabinieri di Catania, gli inquirenti coglievano in flagranza di reato alcuni degli odierni indagati, sequestrando cinque camion di tre aziende di trasformazione agrumaria, due dei quali provenienti proprio dalla “Canditfrucht spa” di Barcellona Pozzo di Gotto (ME), i cui conducenti erano intenti a smaltire il c.d. “pastazzo” presso il bacino artificiale del CONTI MAMMAMICA. In tale sito veniva smaltito quello che nel settore della trasformazione agro-alimentare degli agrumi è il principale rifiuto, infatti lo scarto di lavorazione, il c.d. “pastazzo” di agrumi, costituisce circa il 60% degli agrumi lavorati. Il reato contestato è sempre quello di “Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti” costituiti dal c.d. “pastazzo” di agrumi, derivato dagli scarti di lavorazione degli agrumi per la produzione di succhi concentrati, che veniva smaltito conferendolo ad una innumerevole serie di allevatori facendolo apparire come mangime animale.

GOVERNO CROCETTA: Giusi Furnari riporta Messina nella Giunta Regionale

Due giorni di fuoco, durante i quali deve esserle sembrato di rivivere la storia delle tre buste. Quei famigerati tre nominativi da cui doveva poi essere scelto quello del candidato sindaco. Quel personaggio sbaragliante che, qualche mese prima, il presidente della Regione Crocetta aveva promesso ai messinesi. E ancora prima della tre buste, la scelta era caduta su di lei, ma durò solo per qualche giorno, perché il governatore chiedeva unità alla coalizione, evitando le primarie, poi anche il megafono dovette accettarle e non propose più nessuno. Negli ultimi due giorni sembrava stesse accadendo la stessa cosa: prima l’ufficiosità sulla sua nomina ad assessore regionale, quale sostituta, sempre in quota drs, dell’avv, Antonio Fiumfreddo, travolto dalle polemiche sulle presunte spese pazze da sovrintendente al teatro Bellini di Catania. Ma un’area dei democratici riformisti non voleva cedere e ieri sera sembrava andato in fumo anche questo nuovo incarico per la docente messinese. Poi stamattina il colpo di scena, le dimissioni del neo assessore ai beni culturali e quindi l’immediata decisione di Crocetta di non perdere altro tempo, dovendo fra l’altro presentare la nuova giunta all’Ars. Con la nomina di Giusi Furnari, il governatore salda due debiti morali, per l’alta esposizione mediatica a cui l’aveva sottoposta l’anno scorso e di riconoscenza per essere stata, con il circolo di cui è coordinatrice Libertà e Giustizia, la prima ad aver creduto nella sua rivoluzione e ad essersi schierata a favore della sua candidatura a presidente della regione. E’ anche una vittoria dei dr, nella cui quota rientra la professoressa, dopo che nei giorni scorsi, appena fuori dalla squadra il messinese Nino Bartolotta, il capogruppo dei democratici riformisti Beppe Picciolo aveva stigmatizzato l’esclusione della città dello stretto dal rimpasto. A Giusi Furnari, che dovrebbe mantenere la delega di Fiumefreddo ai beni culturali, adesso l’augurio che possa finalmente lavorare. GDS

LA RICHIESTA DI ARRESTO PER L’ON. FRANCANTONIO GENOVESE: RICHIESTI ULTERIORI ATTI. RINVIATA DI UN MESE LA DECISIONE

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Nuovo rinvio nella Giunta per le autorizzazioni della Camera sulla richiesta di arresto avanzata dalla Procura di Messina nei confronti del deputato del Pd Francantonio Genovese. Sebbene il termine di 30 giorni entro i quali la Giunta è chiamata a decidere scada il prossimo 18 aprile, nell’Organo di Montecitorio è stata approvata a maggioranza, (M5S ha votato contro ed il presidente Ignazio La Russa di Fdi si è astenuto), una richiesta all’autorità giudiziaria di ulteriori atti relativi alle limitazioni di libertà dei coimputati nel processo con Genovese. La richiesta è stata avanzata dal relatore Antonio Leone (Ncd) e subito condivisa dagli altri componenti.

LA NOMINA DEL MESSINESE SALVATORE MANCUSO (INDAGATO A MILANO PER IL CRAC DI RISANAMENTO) NEL CDA DELL’ENI: Eni e un consiglio non proprio immacolato. Mancuso da Eni a Enel in 24 ore…

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Alla fine Salvatore Mancuso classe 1949 e siciliano d.o.c è stato nominato nel consiglio di amministrazione di Enel. In realtà per quasi 24 ore era stato candidato per il cda di Eni. Poi il Tesoro ha emesso un comunicato stampa per ufficializzare le liste dei futuri vertici delle principali aziende di Stato e a chiudere ha inserito una errata corrige relativa alla nota del governo. “Per un errore materiale – si legge nel testo – i nomi di due consiglieri sono stati collocati nella lista sbagliata: Andrea Gemma nel cda di Enel anziché Eni e Salvatore Mancuso nel cda di Eni anziché Enel”. La correzione arriva dopo una serie di commenti a caldo legati a un’inchiesta giudiziaria – scaturita dal quasi crac della Risanamento di Luigi Zunino – nella quale è stato chiesto il rinvio a giudizio per Mancuso in base ai reati di aggiotaggio e ostacolo alla Consob.

Strana scelta, insomma, visto che giusto due settimane fa gli italiani avevano potuto assistere a un duello mediatico tra Renzi e l’ad di Eni uscente Paolo Scaroni proprio sul tema poltrone e onorabilità. Il rottamatore aveva fatto capire che non sarebbero state ammesse pendenza di fronte alla giustizia. Ma si sa in quindici giorni ne cambiano di cose e il gossip politico ha trovato una spiegazione Cencelli. Ovvero che a sostenere l’incarico del finanziere siciliano nelle stanze dei bottoni sia stato Angelino Alfano in persona. Può essere. In realtà il curriculum del fondatore di Equinox, il fondo di private equity attivo anche nelle ristrutturazioni, rimanda a una esperienza e una storia di gran lunga più antica di quella del numero uno di Ncd.

Dopo una gavetta in Sicilcassa e vari incarichi industriali, nel 1994, col primo governo Berlusconi, viene nominato ad di Iritecna, la controllata del colosso di Stato che si occupa di impiantistica. Dodici anni dopo torna in banca. Prima nel cda di Capitalia assieme a Cesare Geronzi e poi alla presidenza del Banco di Sicilia dove gestisce la transizione in Unicredit. Ma è attorno a Equinox che Mancuso riesce a costruire un grande salotto. Dove negli anni passano per salutarsi o fare affari numerosi esponenti della finanza. Dalla Fininvest di Berlusconi a Colaninno fino alla famiglia Marcegaglia (che ha una quota in Equinox). Da cui proviene Emma, già presidente di Confindustria e ora in procinto di passare alla presidenza dell’Eni.

Mancuso dal 2009 al dicembre 2013 ricopre l’incarico di vice presidente di Alitalia. Lo fa anche per meriti legati al ruolo svolto nell’operazione Cai sponsorizzata dall’allora numero uno di Intesa Corrado Passera e da Gaetano Miccichè all’epoca ad di banca Imi. Al finanziere siciliano andò il compito di riunire la cordata dei capitani coraggiosi. Cosa che fece con successo tanto da riunire nella famosa cena del “salvataggio” l’amministratore delegato di Atlantia e di Autostrade Giovanni Castellucci (gruppo Benetton), il patron di Air One Carlo Toto, l’armatore Gianluigi Aponte, Fausto Marchionni del gruppo Ligresti e l’industriale siderurgico Emilio Riva. Della sorte delle ultime due holding inutile dire. Sono cronaca giudiziaria del 2013.

E’ altrettanto noto che ai primi posti della cordata Alitalia c’era Roberto Colaninno. Anch’egli amico di lunga data di Mancuso. Basti pensare che nel 2008 – più o meno in concomitanza con l’affare Alitalia – Mittel, la società presieduta da Giovanni Bazoli (e di cui era vicepresidente Romain Zaleski), insieme a Equinox Two (l’altro fondo di Mancuso) rilevava una Hopa in cattive acque. Si tratta di quella holding che nove anni prima era stata protagonista della scalata su Telecom Italia promossa da Chicco Gnutti e appunto da Colaninno. La madre di tutte le scalate.

Viene da dire che è storia che si leggerà sui libri di scuola. Anche se con Renzi è tutto un rottamare, non si può proprio dire che Mancuso affronterà l’incarico in Enel come fosse il primo giorno di scuola. L’esperienza è di lungo corso. Dovrà solo dedicare un po’ di tempo al processo milanese che ha subito una accelerazione dopo che il gip di Fabrizio D’Arcangelo, lo scorso agosto, sulla base di una serie di intercettazioni agli atti, aveva respinto la richiesta di archiviazione della procura e ordinato imputazioni coatte. Tra l’altro le intercettazioni telefoniche trascritte e riportate dalle agenzie di stampa sono finite anche nel faldone di un’altra inchiesta. Quella sulla Bpm di Massimo Ponzellini. Al telefono ci sono il banchiere Fabrizio Palenzona (presidente di Aeroporti di Roma) e il finanziere siciliano. Il primo chiede: “Ponzellini tu lo conosci o non lo conosci?”. E Mancuso “Io?… è un mio fraterno amico, come no, ho spinto poi quando (…) e lui è stato sponsorizzato fortemente da Tremonti e da Berlusconi, no?”. Palenzona: “Da Tremonti soprattutto”. Chiacchiere al telefono. http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/04/15/mancuso-da-eni-a-enel-in-24-ore-da-berlusconi-a-marcegaglia-tutti-gli-ospiti-del-suo-salotto/953304/

DAL WEB

MILANO – Se la commissione Industria del Senato aveva bocciato il precedente amministratore delegato, Paolo Scaroni, per il rendimento che la società ha mostrato sotto la sua gestione, bisognerebbe chiedere alla stessa Commissione un giudizio preventivo sui curriculum dei nuovi consiglieri.

Il nuovo amministratore delegato, Claudio Descalzi è stato visto dal mercato come la continuità con la precedente gestione. Il che, visti i risultati contestati a Scaroni, non depone a suo favore. Di certo, a differenza dell’ex amministratore delegato conosce benissimo l’Eni e il suo business: è entrato in azienda nel 1981 e da lì non se n’è mai andato. E conosce bene l’Eni anche il presidente, Emma Marcegaglia. La sua azienda di famiglia, produttrice di acciaio, ha intrecciato spesso affari con il colosso energetico italiano e putroppo anche un’inchiesta giudiziaria, nota al pubblico col nome di Enipower, relativa a una serie di appalti truccati per le forniture di materiale.

La Marcegaglia si trova in consiglio anche una vecchia conoscenza come Salvatore Mancuso: la famiglia mantovana ha una quota nel fondo di Mancuso, Equinox, che ha raccolto investitori come i Ligresti, la Fininvest, Pirelli, Impregilo e Intesa e con lui ha condiviso l’avventura nell’Alitalia dei capitani coraggiosi, chiamati da Silvio Berlusconi. Mancuso, che lo stesso Berlusconi aveva voluto al vertice del carrozzone di Stato Iritecna, ha però un neo non di poco conto per il governo Renzi: è indagato a Milano per il crac di Risanamento, la società immobiliare di Luigi Zunino, finita sull’orlo della bancarotta dopo aver ricevuto quattro miliardi di credito dalle principali banche italiane. A Mancuso sono contestati i reati di aggiotaggio e ostacolo alle autorità di vigilanza.

Siede poi nel consiglio Eni, Diva Moriani, toscana e vicepresidente di Intek, la società di Vincenzo Manes, il finanziere amico di Renzi, già presidente degli aeroporti di Firenze. Manes fino a qualche anno fa era anche socio dell’azienda di famiglia dell’attuale ministro per lo Sviluppo, Federica Guidi, la Ducati Energia di Bologna.

Tra i nomi che dovranno suggerire le linee guida della principale azienda di Stato figura anche l’iper-liberista Luigi Zingales, da poco uscito dal cda Telecom svenduta agli spagnoli di Telefonica. Un bocconiano, trasferitosi in America per insegnare alla Chicago Booth, ma che critica il Paese d’origine dalle pagine del quotidiano di Confindustria, Il Sole24 ore. Di recente è assurto alle cronache per aver fondato e poi abbandonato in polemica con il tuttologo Oscar Giannino il movimento Fare per fermare il declino.

Da ultimo Fabrizio Pagani, consigliere economico di Enrico Letta, ma già cooptato da Pier Carlo Padoan, come capo della segreteria tecnica. Anche Pagani, sulla scia del ministro del Tesoro, ha un passato presso l’Ocse.

ERRORE NEI COMUNICATI DEL MINISTERO:
‘Un errore materiale nel comunicato diffuso ieri dal governo sulle liste per i cda delle principali partecipate pubbliche ha portato a uno scambio di nomi nei cda di Enel ed Eni”. Lo rende noto il tesoro spiegando in un comunicato che “il nome di ANDREA GEMMA era stato collocato nella lista dei candidati al consiglio di amministrazione di Enel anzichè nella lista Eni (come è stata depositata presso la società). Viceversa – prosegue la nota – il nome di SALVATORE MANCUSO era stato collocato nella lista dei candidati al consiglio di amministrazione di Eni anziché nella lista Enel”.

Post Scriptum. E’ difficile capire come il governo abbia potuto sbagliare la comunicazione sulla composizione del consiglio di Eni. Vogliamo credere che sia andata così. (W.G.) – di WALTER GALBATI – http://www.repubblica.it/economia/finanza/2014/04/15/news/eni_e_un_consiglio_non_proprio_immacolato-83666936/

No Ponte
video
Il treno del ferro


Voci nel fango