MESSINA, LO SPETTACOLO: Una Sicilia da… "Lavori in corso" bloccata tra Ponte e ferrovie. Applaudito l'esordio dedicato a Graziella Campagna

21 Gennaio 2010 Culture

Un trabiccolo con tre scale, una panchina vuota e due sedili invecchiati. Una scenografia semplice, ma allo stesso tempo complessa, fa da sfondo alla satira agrodolce di “Lavori in corso”, l’applaudito spettacolo diretto da Ninni Bruschetta, con Maurizio Marchetti, David Coco e Antonio Alveario, che ha debuttato ieri al Vittorio Emanuele. Una prima dedicata alla famiglia di Graziella Campagna, la giovane stiratrice di Saponara uccisa dalla mafia, e messa in scena anche per un nutrito numero di sordi che, grazie al secondo esperimento dell’Ente Teatro dopo il primo riuscito tentativo dell’anno scorso, hanno visto e “sentito” lo spettacolo grazie alla “traduzione” simultanea nella lingua dei segni. In scena personaggi tipici, quasi archetipi, a cui è affidato il complesso ruolo di toccare argomenti importanti, anche drammatici, con quella vena comica, leggera, che lascia il segno. Al centro di tutto c’è un fantasma, quel mega-ectoplasma chiamato Ponte sullo Stretto, un “sogno” accarezzato per 40 anni dalla classe politica e qui presentato come un eterno lavoro in corso. C’è un Ministro dall’identità immaginaria, probabilmente associabile ad Altero Matteoli o a chi lo ha preceduto, che non riesce, o non vuole, pronunciare il termine mafia ed è perseguitato da incubi e scadenze anche se fiducioso nel “grande progetto” Ponte. A lui i fantasmi dell’inconscio notturno cantano ironicamente “Money” dei Pink Floyd per chiedere da dove arriveranno i finanziamenti per la mega-opera. C’è un uomo semplice, ex ferroviere, che si “gode” la sua finta pensione di invalidità guardando passare i treni, personaggio a cui è affidata, in maniera naif, la parte più vera, quella più critica del testo. C’è un operaio del quartiere Brancaccio di Palermo impiegato, si fa per dire, nei lavori del ponte. Emblematica la sua entrata in scena: Ma questo ponte dove lo dobbiamo mettere? – chiede a sé stesso. E poi c’è Toni Canto, l’originale compositore messinese che ha preso in prestito le malinconiche sonorità brasiliane per fonderle alla tradizione peloritana qui in veste di “cantastorie”. A lui ed ai suoi laceranti versi di “1908”, canzone dedicata al sisma in cui Messina è “terra ‘i passaggiu, chi cecca curaggiu per resuscitari”, è affidato l’esordio dello spettacolo. Un esordio emblematico che ferma la città come in un fotogramma sbiadito, una stasi da cui prende corpo una serie di scene, quasi giustapposte tra loro. Il filo conduttore è proprio quel “terra ‘i passaggiu” che rimbalza nelle orecchie, e nelle menti, degli spettatori. Si abbassano le luci. Sulla scena un confronto tra un siciliano parvenu ed un extracomunitario africano, tutto a favore del secondo, la dimenticata tragedia di Rometta del 19 luglio 2002 (quel deragliamento che ha portato alla morte di 8 persone tra cui 5 stranieri), la storia della morte di Don Pino Puglisi, Pio La Torre, i crimini di Nitto Santapaola e tanti altri episodi della storia. L’ex ferroviere ed il ministro si rincontrano alla fine quando, ormai anziani, si accorgono di non aver cambiato le rispettive idee sul Ponte. Dalla bocca del politico uno slogan che i fautori del Sì potrebbero anche adottare: “Ponte per lasciarsi tutto alle spalle, le sofferenze, le lacrime, le difficoltà, benedizione per chi resta e premio per chi lascia”. Straziante la canzone finale dell’attore-cantante Faisal Taher, un lamento arabo che squarcia scena e teatro ma che finisce per essere annullato, in un’amara metafora a cui sembra essere affidato il senso dello spettacolo, dallo sgradevole rumore del trapano.

Guido Luciani – 98cento.it

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