CINEMA: Mario Monicelli, il film mai fatto sul sisma del 1908. Erano già pronti la sceneggiatura e il titolo

24 Dicembre 2010 Culture

Uno degli ultimi progetti del grande maestro recentemente scomparso Mario Monicelli riguardava la realizzazione di un film sul Terremoto di Messina del 1908, del quale aveva già impostato la sceneggiatura e il cui titolo ipotizzato era "Intervento divino". Il film doveva rappresentare l'omaggio del regista de "La Grande guerra" e di "Amici miei" al padre Tomaso Monicelli, rilevante figura del giornalismo e della letteratura di inizio Novecento, morto anch'egli suicida nel 1946. Tomaso Monicelli, nativo di Ostiglia, nel Mantovano, divenne noto nell'ambiente intellettuale italiano come battagliero critico letterario e teatrale dell' "Avanti!", e successivamente direttore de "Il Resto del Carlino", segnalandosi come promotore della prima rivista italiana di cinema dal titolo "In Penombra". Appassionato di editoria, fondò nel 1911 "La Sociale", che diede la spinta a Arnoldo Mondadori - di cui Monicelli divenne cognato (Arnoldo Mondadori sposò la sorella Andreina) - nella creazione di quella che sarà una delle più celebri case editrici del nostro paese. Tomaso Monicelli rientra nel novero dei grandi inviati del giornalismo nostrano - Barzini, Bellonci, Borgese, Cena, Civinini, Morgari, Scarfoglio, Serao - che seguirono da vicino le vicende relative al Terremoto "calabro-siculo" del 28 dicembre 1908. Di questi inviati fu l'unico che volle tenere una conferenza sull'argomento, che fu organizzata al Teatro Mastrojeni di Messina nel 1914: la relazione fu trascritta in un libretto dal titolo "Come ho veduto Messina. La città morta e la città risorta" il cui ricavato era destinato agli orfani del "Patronato Regina Elena". «Erranti e famelici del nuovo, i giornalisti non hanno se non una scusa: la loro passione che li lancia, sentinelle avanzate delle pigri moltitudini umane, là ove una festa solleva a un ritmo di gioia il cuore del mondo», affermò nella sua conferenza messinese, mettendo in rilevo la missione dell'autentico giornalista che si fa eco del "vasto mondo", «una voce, un grido, l'ala di un canto, la nota di un peana». All'uditorio si presentò come un «padano dell'alta Italia» disceso a «queste magiche rime» per testimoniare il dramma dei sopravvissuti e dei luoghi devastati, la città intera che spirava «in un grande gemito, in un grande ululo di umanità presa al cappio come bestia selvaggia, stramazzata, sgozzata». Il viaggio verso i luoghi della catastrofe era un tremito di panorami laceranti: «A mano a mano mi apparivano di paese in paese i segni dell'orrendo flagello, il più grande che la storia ricordi, le case smozzicate, sgretolate, diroccate; e la visione di Reggio come quella d'una città sventrata, da una furia cosciente devastatrice». Parole accaldate, vibranti, che penetrano dentro quei momenti abitati dalla distruzione e dal delirio della gente ricoperta di macerie, salvata da marinai e soccorritori di ogni parte d'Italia e del mondo accorsi nelle ore successive il sisma e il maremoto. Gli angoli più suggestivi della città peloritana erano diventati fantasmi di pietra: la celebre Palazzata che ornava la Marina si era trasformata in uno «scenario forato donde traspariva per tutti i vani il cielo opposto»; la via dei Monasteri - che solcava la parte più alta della città - era una «distesa bianca, deserta, silenziosa, abbagliante, su cui verdeggiava e fioriva l'erba primaverile, e un gregge pasceva e si sparpagliava, quieto». La città cercava di rinascere, mentre «ritornano i fiori e le stelle» e il popolo di Messina «si levò sulle macerie della sua vecchia città e si dispose a segnare i solchi della città risorta». Dai navigli che «s'avvicinano alle rive adorate, i tornanti vedono dalla parte di San Martino un ribollimento di vita, una bianca spianata donde s'elevano in ordine lungo ed eguale file di baracche». Lacera e sanguinate, Messina, con la «gran chioma lorda di polvere e di fango» si stava sollevando, aprendo il seno «ai suoi figli». E di tutto questo bagliore nuovo Tomaso Monicelli volle farsi testimone lucido e lirico. «Che l'incomparabile spettacolo mi percosse - io dico il vero - d'una commozione anche più profonda di quel che m'ebbi in vista della città morta». Il film, purtroppo il figlio Monicelli non ha avuto il tempo per realizzarlo. SERGIO DI GIACOMO - GDS

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