MESSINA, LA MORTE DI FRANCO BONARDELLI: Addio Franco, viaggiatore curioso di segni e di parole

BONARDELLI copia

FOTO: ENRICO DI GIACOMO

Mi ha telefonato ieri mattina poco dopo mezzogiorno. Per dirmi che stava bene, che a poco a poco stava recuperando energie e, soprattutto, «confidenza con le piccole abitudini domestiche» di cui capiamo la preziosità solo quando – se pure per un periodo – veniamo strappati alla nostra "vita normale". Soprattutto – mi ha confidato – aveva ripreso a scrivere dopo l'intollerabile digiuno cui l'avevano costretto i suoi gravissimi problemi al cuore, la complessa operazione cardiochirurgica che aveva dovuto affrontare un mese fa, la convalescenza lenta e difficile in ospedale. Era rientrato a casa esattamente da una settimana. Abbiamo parlato all'incirca una quarantina di minuti; due ore dopo è morto, stroncato da un infarto (i funerali domani alle 11 nel Duomo di Messina). Franco Bonardelli – toscano della Val di Chiana, ma arrivato a Messina con la famiglia da ragazzo – aveva 57 anni. E un'enorme passione: la scrittura. Più che una passione: un'urgenza dello spirito, una necessità, «una cosa – mi disse questa frase venticinque anni fa – che affatica e sfinisce ma è come una droga». Scrivere sempre, scrivere "tutto". Era un intellettuale vero, Franco. Sicuramente decisiva, sulla sua formazione, dopo la laurea in Lettere a Messina e la specializzazione a Urbino, la frequentazione dei leggendari corsi di Roland Barthes a Parigi su "Semiologia e scrittura" alla fine degli anni Settanta, decisivo il rapporto personale con Gianfranco Contini, tra i grandi della critica letteraria italiana. Affinità elettive: ed era particolarmente orgoglioso, Franco, delle lettere acute, ricche, affettuose, scritte a lui dal Contini certamente più maturo e intenso. Un intellettuale vero, Franco, autore di un pregevole saggio sul filologo francese Joseph Bédier, ma capace anche di scrivere per la "gente comune", per tutti, così come si fa sui quotidiani. Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud", e non ha mai smesso, per trent'anni; avrebbe potuto fare a tempo pieno il giornalista ma preferì l'insegnamento, la scuola, il contatto con i ragazzi. E preferì fare il preside in una scuola media – la "Enzo Drago" di Messina – invece che in un liceo. «Mi interessa – spiegò – stare al fianco dei giovanissimi quando s'apprestano a scoprire davvero il linguaggio, osservarli mentre muovono i primi veri passi tra le parole».
Sì, le parole. Ieri Franco mi ha rivelato che stava "trasferendo su carta" – intenzionato a farne «un piccolo libro» – l'ultimo suo mese, vissuto tra fibrillazioni e continui monitoraggi cardiaci, tra infermieri, siringhe e cavi, tra comprensibili forti preoccupazioni e l'inevitabile bilancio d'una vita intera. «Ho già il titolo», mi ha rivelato: "Solo un viaggio". Parole che ora assumono un altro significato. E quel "solo" suona tragicamente beffardo. Prima d'essere ricoverato Franco aveva organizzato una mostra nella libreria Ciofalo a Messina: pagine di giornali dedicate a grandi personaggi della letteratura, dell'arte, dello spettacolo, del giornalismo e anche dello sport. Un percorso di ricordi, una carrellata dei suoi "grandi amori" perduti: Montale, Eduardo De Filippo, Barthes, Pasolini, Stefano D'Arrigo, Marcello Mastroianni, Gassman, Marco Pantani. Franco era innamorato delle storie, di tutte le storie – "normali", magiche, maledette – che attraversano la nostra esistenza e, quando più lontane, producono comunque quel fantastico rumore di fondo che riempie le nostre vite. Echi di quel che ciascuno di noi, ogni giorno, prova ad essere. Franco (preferiva "Francesco" nell'attività giornalistica, esercitata con assiduità anche come notista dell'emittente televisiva messinese "Rtp") era sempre rimasto – nel suo approccio alle cose – semiologo. Dai fatti di costume riusciva a tirar fuori i "segni": interpretare il "reale" è sì tentare di svelarne i contenuti d'immediata leggibilità ma è soprattutto individuare – in embrione – quel che in futuro ne rimarrà. I paradigmi di verità definitiva che sono in ogni fatto mentre accade. Per la "Gazzetta" – che con profondo affetto è vicina alla moglie Maria Gabriella Scuderi, psicologa e anche lei collaboratrice del giornale, e a Marco, l'adorato figlio di Franco – è una perdita che lascia un grandissimo vuoto. Quanto a me, ho vissuto l'amicizia con Franco Bonardelli come un dono e un privilegio; anche io ho infatti un'enorme passione: le intelligenze. Alessandro Notarstefano - GDS

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