Caso Cucchi, a giudizio il comandante provinciale dei carabinieri di Messina Sabatino. È accusato di omessa denuncia

16 Luglio 2019 Inchieste/Giudiziaria

Il Gup ha disposto il rinvio a processo per otto militari dell’Arma, tra cui alti ufficiali, imputati nell’ambito dell’inchiesta sui presunti depistaggi relativi alle cause della morte di Stefano Cucchi. Si apre un quarto processo che vede alla sbarra la catena di comando dei carabinieri che – secondo le accuse – avrebbe prodotto falsi per sviare le indagini. La prima udienza è fissata per il 12 novembre.

Gli otto carabinieri sono accusati a vario titolo e a seconda delle  posizioni di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia.  “Un momento storico estremamente significativo. Tutto è iniziato da Riccardo Casamassima”. Così Ilaria Cucchi commenta la decisione del gup di Roma. Ilaria Cucchi parla e abbraccia il carabiniere che per primo ha denunciato, dando il via all’inchiesta sul pestaggio avvenuto nella caserma dei carabinieri la sera dell’arresto di Stefano. “Dieci anni fa, mentre ci battevamo in processi sbagliati – ha aggiunto Ilaria – non immaginavamo neanche quello che stava avvenendo alle nostre spalle e sulla nostra pelle. Oggi poi abbiamo assistito a uno scaricabarile con il generale Casarsa che ha raccontato che le cause della morte di Stefano gli furono dettate dal generale Tomasone”.

A dover affrontare il processo sarà, tra gli altri, il generale Alessandro Casarsa, attualmente in pensione, ex comandante dei Corazzieri e all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma. Gli altri imputati sono il colonnello Lorenzo Sabatino, ex capo del nucleo operativo di Roma (e attualmente comandante provinciale dei carabinieri di Messina), accusato di omessa denuncia (il colonnello Sabatino e il maggiore Testarmata, ai quali la procura chiese di acquisire dei documenti, accertano che c’erano annotazioni false, ma non denunciarono niente); Francesco Cavallo, all’epoca dei fatti tenente colonnello capoufficio del comando del Gruppo Roma; Luciano Soligo, già comandante della Compagnia Montesacro; Massimiliano Colombo Labriola, ex comandante della stazione di Tor Sapienza; Francesco Di Sano, all’epoca in servizio a Tor Sapienza; Tiziano Testarmata, già comandante della quarta sezione del Nucleo investigativo e il carabiniere Luca De Cianni.

Stando a quanto accertato dalla procura, la catena di falsi basati sulle note di servizio ‘taroccate’ riferite allo stato di salute di Cucchi sarebbe partita da un input di Casarsa e aveva lo scopo di coprire le responsabilità di quei carabinieri che hanno causato a Cucchi “le lesioni che nei giorni successivi determinarono il suo decesso”. Non a caso, è in corso davanti alla corte d’assise il processo a cinque militari, tre dei quali rispondono di omicidio preterintenzionale per essere stati gli autori del pestaggio, poi confessato mesi fa al pm e ribadito in aula da uno degli imputati (il vicebrigadiere Francesco Tedesco) che ha chiamato in causa i colleghi (anche loro a giudizio) Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro.

In mattinata, facendo dichiarazioni spontanee davanti al giudice per l’udienza preliminare, Casarsa ha chiamato in causa il generale Vittorio Tomasone, all’epoca alla guida del comando provinciale di Roma: “Io non ho mai saputo nulla del fatto che ci fossero più di una relazione, mai sentito parlare di modifiche fatte alle relazioni di servizio – ha detto in aula – Per me la vicenda è iniziata a partire dal 27 ottobre quando ho chiesto al colonnello Cavallo, mio collaboratore, di raccogliere le relazioni di servizio che erano state realizzate da chi era entrato in contatto con l’arrestato per uno spaccato della vicenda, in quel momento. Nell’interrogatorio di gennaio, poi, mi fu chiesto dal pm come fossi stato a conoscenza di alcuni dati medici, poi inseriti in una mia annotazione datata 30 ottobre 2009 nella quale davo alcune indicazioni di carattere medico”.

“Non ricordavo all’epoca quale fosse la mia fonte – ha detto Casarsa – poi ho ricostruito la vicenda e oggi posso affermare che il pomeriggio del 30 ottobre 2009, dopo che la mattina avevo fatto un rapporto al Comando provinciale a seguito di una riunione nella quale il Comandante provinciale voleva verificare, guardando in faccia le persone che avevano titolo nella vicenda, quale fosse stata la situazione, sono andato nel pomeriggio al Comando provinciale dove ho avuto queste indicazioni che poi ho dettato al colonnello Cavallo. In merito a questa vicenda, al comando provinciale – ha sottolineato il generale – il contatto che io avevo come comandante del gruppo era con il comandante provinciale”.