MESSINA: ECCO IL GIRO D’AFFARI MULTIMILIONARIO DELLE SLOT MACHINE IN MANO AL CLAN ROMEO-SANTAPAOLA

26 Settembre 2019 Inchieste/Giudiziaria

di Antonio MazzeoSale Bingo e centri scommesse, slot machine e macchinette rubasoldi, video-lotterie, poker elettronici e corse di cani virtuali. Non conosce limiti o frontiere il redditizio settore economico del gioco d’azzardo, talvolta pure taroccato, in mano al gruppo criminale con a capo la famiglia Romeo-Santapaola da Messina. All’ultima udienza del processo Beta che vede imputati le vecchie e nuove generazioni della potente cellula del clan mafioso del boss di Cosa Nostra, Benedetto Nitto Santapaola, è stato  il poliziotto Benedetto Russo (in servizio all’Unità operativa speciale, sezione anticrimine di Messina), a fornire una circostanziata descrizione del giro d’affari multimilionario giochi-scommesse gestito dai Romeo-Santapaola e delle relazioni coltivate con imprenditori e criminali di mezza Italia.

L’indagine Beta si sviluppa dall’ottobre del 2013 al settembre del 2015; in questo periodo abbiamo documentato la presenza a Messina di un’associazione che era legata anche per rapporti di parentela con la famiglia mafiosa Santapaola di Catania”, ha esordito Benedetto Russo all’esame condotto dal Pubblico ministero, dottoressa Liliana Todaro. “Le indagini si sono concentrate inizialmente su Pietro Santapaola, Vincenzo Santapaola e su Francesco Romeo che è il cognato di Nitto Santapaola per averne sposato la sorella. Successivamente l’attenzione si è spostata anche sui figli di Francesco Romeo che mantenevano degli interessi su una serie di settori imprenditoriali. Particolarmente lucrosa era l’attività che svolgevano nell’ambito della gestione degli apparecchi da intrattenimento VLT e AWP, comunemente detti slot machineo video lottery. Poi anche nella gestione delle scommesse online per quanto riguarda gli eventi sportivi. Sostanzialmente Vincenzo Romeo era il dominus, quello che decideva in ultimo su tutti i problemi che si venivano a creare nella gestione di questi due affari. Per quanto riguarda l’interesse per le scommesse online, abbiamo potuto verificare che Vincenzo Romeo aveva mantenuto nel tempo delle cointeressenze con Michele Spina (imprenditore originario di Acireale, nipote di Sebastiano Scuto, soggetto con precedenti per associazione a delinquere di stampo mafioso, come riportano gli inquirenti nell’informativa Beta, NdA), mentre per quanto riguarda la gestione degli apparecchi da intrattenimento, le slot machine, il Romeo aveva dei rapporti direttamente con Giovanni Marano e con la Bet S.r.l. di cui Marano era socio ed amministratore (originario di Catania, Giovanni Marano è descritto dagli inquirenti come un soggetto con precedenti per truffa ed associazione di tipo mafioso, NdA).

“Le attività che venivano svolte da Vincenzo Romeo venivano gestite principalmente attraverso la Win Play Società cooperativa che era stata fondata unitamente alla moglie, Caterina Di Pietro, e di cui faceva parte anche Giovanni Bevilacqua che nel corso delle indagini è risultato essere un soggetto particolarmente vicino a Romeo, nonché suo uomo di fiducia”, ha aggiunto Russo. “Giovanni Bevilacqua era un tecnico che veniva impiegato da Vincenzo Romeo per gestire gli apparecchi da intrattenimento collocati presso i vari servizi commerciali, sia sale giochi che bar, tabacchini, ecc… Bevilacqua si occupava sia della parte tecnica che della parte contabile, quindi ritirava materialmente i soldi che venivano inseriti nelle macchinette, si occupava di fare le ricariche e anche di risolvere le problematiche tecniche di funzionalità perché nel momento in cui una di queste macchinette si guastava interveniva lui. Giovanni Bevilacqua aveva anche la conoscenza di sistemi occulti attraverso i quali venivano alterate le macchinette. Abbiamo accertato con dei controlli strumentali fatti il 30 ottobre del 2014, che nei vari esercizi commerciali vi erano sia delle slot machine regolarmente collegate alla rete Aams (Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, NdA) e di proprietà della Bet S.r.l., sia altre slot machine che non erano per niente collegate alla rete Aams e quindi erano prive di concessione, dei nullaosta di autorizzazione. Questi controlli sono stati fatti insieme all’Arma territoriale e ai tecnici dell’Aams; per ogni singolo esercizio controllato sono stati redatti dei verbali e sono state contestate le irregolarità rilevate. E’ stato appurato che la famiglia Romeo gestiva gli interessi nell’ambito del settore delle scommesse anche attraverso la Start S.r.l. con sede legale a Messina in via Santa Cecilia 90 e che era di proprietà di Caterina Di Pietro e del fratello di Vincenzo Romeo, Gianluca Romeo. Vincenzo Romeo, nell’ambito di questa società, è stato dipendente unitamente al fratello Maurizio Romeo. La Start S.r.l. era sostanzialmente titolare di una concessione ai sensi dell’art. 88 del Tulps per la gestione di un punto scommesse Bet e Lottomatica presente in via Santa Cecilia. La Start era stata comunque ceduta ad un’altra società che è estranea all’attività di indagine, la RRP S.r.l. e successivamente alla cessione, Caterina Di Pietro, come ho detto prima, Vincenzo Romeo e Giovanni Bevilacqua costituivano la Win Play Società cooperativa. La costituzione è stata fatta, se non ricordo male, il 29 gennaio del 2013 e la registrazione alla Camera di Commercio è del 7 febbraio 2013. La Win Play aveva come oggetto sociale proprio la gestione degli apparecchi da intrattenimento, sale biliardi, sale scommesse”.

Videoscommesse in rotta per Malta.

Le indagini hanno permesso di accertare le modalità con cui il gruppo Romeo-Santapaola era in grado di bypassare le leggi che regolano la gestione e i controlli dei centri giochi e scommesse. “In Italia le scommesse sono affidate attraverso i monopoli di Stato a dei concessionari”, ha spiegato l’inquirente. “Questi concessionari operano poi sul territorio avendo dei punti di commercializzazione che comunemente vengono detti anche .it, in sintesi li chiamano Pdc.it. Questi punti di commercializzazione hanno la possibilità di favorire l’attività di gioco consentendo ai clienti di aprire dei conti online, di effettuare le ricariche, ma non possono accettare le scommesse. Quello che abbiamo accertato è che Vincenzo Romeo operava in Italia anche attraverso degli allibratori stranieri che avevano quasi tutti sede a Malta. In particolar modo ricordo che operavano tramite i siti Bet610.com, Betgame24.com e Betuniq. Un’altra tipologia di raccolta scommesse veniva fatta attraverso dei totem e riguardava quelle sulle corse virtuali dei cani attraverso il sito Racingdog.eu. Abbiamo richiesto con delle note specificatamente all’Aams, ai Monopoli di Stato, se i siti Bet610.comBetgame24.com e Racingdog fossero autorizzati ad operare in Italia. L’Aams ci ha risposto di no”.

“Nei controlli che abbiamo fatto il 30 ottobre 2014 è emerso che nella sala giochi riconducibile a Vincenzo Coletta, la Millennium Sport Group ubicata a Messina in via Pietro Castelli, erano presenti dei totem attraverso i quali venivano agevolate le attività di raccolta scommesse per la liberatoria maltese Betuniq”, ha aggiunto Benedetto Russo. “Anche in questa circostanza il tecnico dei Monopoli di Stato ha contestato l’attività di raccolta scommesse sia perché l’operatore Betuniq non era autorizzato in Italia e sia perché Vincenzo Coletta non aveva l’autorizzazione di cui all’art. 88 del Tulps ma solo quella di cui all’art. 86 per aprire una sala biliardi. Quindi sono state fatte queste contestazioni e ne è scaturito un autonomo procedimento penale presso il Tribunale di Messina. Sono state effettuate delle sanzioni perché erano presenti le macchinette all’interno della sala biliardi unitamente all’attività di raccolta scommesse non autorizzata. Le macchinette non erano però alterate, erano regolarmente collegate all’Aams e previste di nullaosta e dei sigilli che vengono applicati dall’Amministrazione dei monopoli di Stato. Va rilevato che nel momento in cui i Carabinieri insieme ai tecnici dell’Aams si sono presentati presso la sala giochi riferibile al Coletta, questi ha proprio chiamato Vincenzo Romeo per sapere se egli fosse in possesso dei titoli autorizzativi per poter tenere sia gli apparecchi da intrattenimento perché in questa sala giochi vi erano delle slot machine che è stato appurato essere di proprietà della Bet S.r.l. e sia degli apparecchi per l’attività di raccolta scommesse. In quella conversazione con il Romeo, Vincenzo Coletta era un po’ agitato evidentemente per la presenza degli operatori che stavano effettuando il controllo. Dalla conversazione si capiva che era stato Romeo ad agevolare tutte le pratiche burocratiche necessarie affinché il Coletta potesse ottenere l’autorizzazione. Dai successivi accertamenti è emerso che in precedenza Coletta aveva richiesto anche l’autorizzazione di cui all’art. 88 per poter effettuare la raccolta scommesse per l’operatore Betuniq,però gli era stata negata dalla Questura di Messina proprio perché l’allibratore non era autorizzato ad effettuare questa attività in Italia”.

E le Romeo-Santapaola slot machine invadono Messina.

Le sale giochi collegate all’attività di Vincenzo Romeo sono comunque numerose”, ha spiegato Russo. “Tra quelle dove erano installate le macchinette e le apparecchiature da gioco c’è il Copacabana che è in via Guglielmo Pepe, sempre a Messina, dove sono stati sequestrati dei totem relativi alle scommesse virtuali sui cani, sempre attraverso il sito Racingdog.eu e senza le necessarie autorizzazioni dei Monopoli di Stato. All’interno della stessa sala giochi del Copacabana, erano presenti anche delle slot machine completamente prive delle autorizzazioni da parte dell’Aams e quindi, anche in questo caso, sono state contestate ed elevate le sanzioni previste. Dalle attività di intercettazione telefonica è emerso per quanto riguarda questa sala biliardi che ci sono stati diversi soggetti che si sono relazionati con Vincenzo Romeo e anche con Giovanni Bevilacqua perché richiedevano la presenza di uno di loro affinché presenziasse alle operazioni di controllo anche perché gli ispettori e i carabinieri presenti avevano la necessità di aprire i cassetti delle slot machine per quantificare le somme di denaro presenti. Proprio in quest’occasione al Copacabana, Vincenzo Romeo chiedeva ai soggetti che lo avevano contattato di non rappresentare agli operatori che stavano svolgendo il controllo di chi fosse la reale proprietà delle macchinette. Inoltre chiedeva a Pasquale Orecchio, detto Lino, di fare il modo che il fratello Ettore Orecchio si assumesse la paternità della proprietà di queste apparecchiature. Lui sosteneva che così facendo riusciva a contenere le sanzioni amministrative che venivano elevate dai tecnici dell’Aams, perché altrimenti sarebbe stata elevata una sanzione maggiore per il gestore della sala giochi e una per il proprietario delle macchinette. Durante le conversazioni intercettate, il Romeo garantiva anche l’assistenza legale per quelle che erano le conseguenze sia amministrative che, eventualmente, penali, a seguito dei controlli…”.

Nel corso delle indagini svolte dalla Sezione anticrimine di Messina sono state trovate macchinette riconducibili alla Bet S.r.l. di Giovanni Marano anche nel noto ritrovo Porta Messina sito nella zona del porto di Messina (stazione ferroviaria) e nella Biliardi Sport della centrale via Giordano Bruno. “In quest’ultimo caso abbiamo accertato violazioni solamente su un’apparecchiatura: erano stati rotti i i sigilli che vengono apposti all’interno della cassettina dove c’è la scheda software che fa funzionare la macchinetta”, ha riferito l’inquirente al processo Beta. “In questa circostanza ci sono state delle conversazioni intercettate tra Vincenzo Romeo e Giovanni Marano. Quest’ultimo in sostanza chiedeva spiegazioni al Romeo sul perché questa macchinetta presentasse i sigilli dell’Aams violati. Vincenzo Romeo affermava di non sapere nulla e che avrebbe chiesto lumi a Giovanni Bevilacqua. Marano in questa circostanza diceva che nemmeno Gaetano Licciardello, che è un altro dipendente della Bet S.r.l., sapeva nulla perché i controlli da lui espletati in questo locale erano datati e quindi non si ricordava di questa macchinetta. Per quanto riguarda Porta Messina sono state fatte delle sanzioni amministrative che riguardavano non le apparecchiature da intrattenimento ma bensì il gioco dei dardi e altri giochi che erano comunque di proprietà della Bet S.r.l.”.

C’erano pure Johnny Stecchino e il Re Leone!

“Ritornando alla figura di Giovanni Marano possiamo dire che durante le indagini è stato accertato che Vincenzo Romeo gestiva gli apparecchi da intrattenimento anche attraverso la Bet S.r.l. che ha sede legale a Catania ed è riconducibile al Marano perché ne è socio insieme al fratello Vincenzo Marano e a Davide Signorino. Per quanto riguarda le attività della Bet sulla provincia di Messina, il Marano si relazionava costantemente con il Romeo. Quest’ultimo sviluppava questa attività servendosi anche di un locale che si trova nella zona industriale di Messina, in via Orso Corvino. Giovanni Marano, in sostanza, aveva dei rapporti telefonici con Vincenzo Romeo e nonostante avesse anche un dipendente su Messina che è proprio Giovanni Bevilacqua, non si relazionava con questi per le direttive che doveva impartire sulla gestione delle apparecchiature ma si rivolgeva sempre a Vincenzo Romeo anche quando si parlava delle somme di denaro che quest’ultimo doveva rifondere a Giovanni Marano per il pagamento, ad esempio, delle spese o delle tasse che loro versavano al concessionario con cui lavoravano, cioè Lottomatica. Si è accertato che Giovanni Bevilacqua nel periodo compreso tra il 2012 e il 2014 è stato assunto dalla Bet S.r.l., nonostante il Marano si relazionasse sempre con Vincenzo Romeo. Periodicamente inviava qui Gaetano Licciardello che è un altro dipendente della Bet, con il quale Bevilacqua si incontrava e faceva il giro dei locali dove erano dislocate le apparecchiature da intrattenimento provvedendo a fare i conteggi sulle somme introdotte e quindi delle percentuali che andavano versate a Marano e di quelle che dovevano restare a Vincenzo Romeo. Abbiamo avuto modo di verificare che Marano e Romeo si conoscono da prima che sviluppassimo la nostra attività d’indagine. In particolar modo Vincenzo Romeo, parlando con il costruttore Biagio Grasso e la sua collaboratrice Silvia Gentile, spiegava che aveva conosciuto Giovanni Marano quando aveva in gestione gli apparecchi da intrattenimento all’interno di una sala Bingo, quella di piazza della Repubblica a Messina, anche se, dalle medesime attività di intercettazione è emerso che il Romeo, per un periodo di tempo, ha avuto in gestione anche le sale Bingo di Messina-Tremestieri e di Milazzo. Praticamente Giovanni Marano aveva stipulato questo accordo con Vincenzo Romeo. Il Marano aveva la possibilità di allocare gli apparecchi da intrattenimento perché era titolare della concessione con Lottomatica e quindi Romeo, diciamo così, con questo accordo gestiva materialmente queste macchinette ricevute da Marano all’interno della sala bingo. Il rapporto che viene instaurato tra Marano e Romeo viene spiegato da una intercettazione del 10 aprile 2015. Vincenzo Romeo si trovava insieme a Nunzio Laganà inteso Massimo sull’Audi Q5 che egli utilizzava e che era stata microfonata dal nostro reparto. Il Romeo sostanzialmente spiegava a Laganà di essere stato contattato in precedenza da Giovanni Marano perché aveva qualcosa da dirgli e gli raccontava che a Catania era successo che un imprenditore, Vincenzo Corvitto, originario di Licata, aveva avuto dei problemi con dei soggetti che venivano indicati come Re Leone e Johnny Stecchino. Romeo spiegava che Corvitto riusciva a lavorare a Catania grazie ad un accordo fatto proprio con l’ultimo di quei due soggetti. Le indagini successive ci hanno consentito di individuare che il soggetto indicato come Johnny Stecchino era Alfio Mangion, legato alla famiglia Santapaola. Innanzitutto egli è parente acquisito di Vincenzo Romeo perché è fratello di Francesca Rita Mangion che è sposata con Aldo Ercolano, noto mafioso catanese nipote di Benedetto Nitto Santapaola perché figlio della sorella. A sua volta Alfio Mangion è figlio di Francesco Mangion inteso Ciuzzu ‘u firraru, oggi deceduto, che è stato braccio destro di Nitto Santapaola e affiliato alla famiglia Santapaola di Catania, anche suo reggente in assenza di don Nitto. Alfio Mangion è anche il fratello di Giuseppe Mangion inteso Enzo, anche lui affiliato alla famiglia Santapaola. Ed ancora, pure lo zio di Alfio Mangion, Giuseppe Mangion inteso zio Pippo, originario di Catania e anche lui deceduto, fratello di Francesco Ciuzzu ‘u firraru, era inserito nell’organico della famiglia Santapaola”.

“Da una serie di accertamenti tra cui quello alla banca dati della Camera di Commercio verifichiamo che in tutta Italia esistono soltanto due Vincenzo Corvitto, uno solo dei quali ha però delle imprese che hanno attinenza con la gestione delle apparecchiature da intrattenimento. Il Corvitto in questione è nato a Licata ed è titolare di un’impresa individuale ma mantiene interessi anche all’interno della Alicos Giochi S.r.l. di cui è titolare e amministratrice Giuseppa Bassano, la moglie. Nel corso della conversazione intercettata il 10 aprile 2015, Vincenzo Romeo rappresentava a Nunzio Laganà che Corvitto aveva un accordo con Mangion. In sostanza Corvitto sistemava le macchinette da intrattenimento nei locali che venivano individuati da Alfio Mangion e poi dividevano gli introiti al 50%. Solo che ad un certo punto il Mangion e questo soggetto indicato come Re Leone hanno fatto una proposta a Corvitto dicendogli che volevano un fisso al mese, cento euro, e poi loro si disinteressavano della gestione delle apparecchiature. Corvitto aveva ritenuto questa richiesta eccessiva e lo stesso Romeo affermava che vi erano macchinette che producevano guadagni mentre altre magari ne producevano di meno, quindi non si poteva stabilire a priori se fosse conveniente economicamente o meno e criticava questa proposta fatta dal Mangion. Vincenzo Romeo faceva il paragone fra il rapporto che c’era tra Vincenzo Corvitto e Alfio Mangion e quello che c’era tra lui e Giovanni Marano. Lo stesso Romeo diceva che si era trovato Marano in un momento in cui aveva avuto di bisogno e gli aveva consentito di mangiare e quindi di lucrare insieme a lui su questa attività. Noi riusciamo ad identificare Alfio Mangion perché era inserito all’interno dell’Alicos Giochi che era appunto di proprietà della moglie di Vincenzo Corvitto. In verità Mangion era stato dipendente dell’impresa individuale di Corvitto dal 21 dicembre 2010 al 19 maggio 2014; successivamente veniva licenziato e veniva assunto dal 30 maggio 2014 al 23 marzo 2015 dalla Alicos Giochi S.r.l.. Un altro particolare che ci ha fatto arrivare all’identificazione di Alfio Mangion è il fatto che Vincenzo Romeo rappresentava che Corvitto per le attività svolte a Catania in collaborazione con questo Mangion aveva mandato un suo dipendente di nome Lucae a cui aveva affittato un appartamento, a gestire proprio le attività tecniche degli apparecchi da intrattenimento. Effettivamente abbiamo avuto modo di rilevare che Corvitto aveva un dipendente o meglio la Alicos Giochi riconducibile alla moglie, identificato in Luca Parenti che aveva preso un appartamento in affitto a Motta Sant’Anastasia. Alfio Mangion era stato già denunciato il 25 gennaio del 2011 dalla Guardia di Finanza di Agrigento insieme a Vincenzo Corvitto per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Quindi tutti questi riferimenti e soprattutto la dipendenza dalle due imprese riconducibili a Corvitto ci hanno consentito di risalire ad Alfio Mangion”.

Meglio i palermitani del clan Vernengo.

Il funzionario di Pubblica sicurezza ha spiegato che dopo lo scarso gradimento espresso da Vincenzo Corvitto per la sua proposta, il Mangion tentò di allacciare rapporti con altri imprenditori attivi nel settore giochi e scommesse. “Era successo che Filippo Amoroso che è un soggetto di Palermo aveva fatto un’altra proposta ad Alfio Mangion, cioè di soppiantare l’imprenditore Vincenzo Corvitto e prendersi quella fetta di mercato d’intesa con Mangion”, ha dichiarato Benedetto Russo. “In quella circostanza Vincenzo Romeo non dava la certezza di quali fossero i termini dell’accordo però presupponeva che fosse sempre intorno ai cento euro a macchinetta. Filippo Amoroso è espressione della famiglia mafiosa dei Vernengo, Villagrazia-Santa Maria di Gesù di Palermo. Praticamente Amoroso aveva contattato Giovanni Marano e il Romeo presumeva che la conversazione a cui lui faceva riferimento, fosse propedeutica a voler rappresentare a Marano questa situazione che si era creata a Catania. Effettivamente il giorno precedente, il 9 aprile 2015, Giovanni Marano aveva chiesto con insistenza a Vincenzo Romeo un incontro per l’indomani, ma quest’ultimo gli aveva risposto che doveva recarsi a Palermo insieme a Massimo Laganà. Diciamo che c’è una connessione logica tra la situazione che si era creata a Catania tra Alfio Mangion e Vincenzo Corvitto e l’interesse di Filippo Amoroso da una parte e Giovanni Marano dall’altra. Questi ultimi due, insieme ad altri imprenditori, avevano costituito in Sicilia un consorzio che raccoglieva numerose imprese che lavoravano nel settore della gestione degli apparecchi da intrattenimento. Esso si chiama Consorzio Jackpot Italia S.r.l.; Filippo Amoroso era il presidente, mentre Giovanni Marano era il vicepresidente. All’epoca il Romeo era all’interno della Win Play Società cooperativa, la quale non faceva parte del consorzio, almeno per quelli che sono stati gli accertamenti fatti. Che Vincenzo Romeo avesse avuto delle ingerenze all’interno delle scelte di questo consorzio pur non avendone titolo perché non ne faceva parte né dal punto di vista personale né con imprese a lui riconducibili, veniva dimostrato da altre intercettazioni telefoniche. C’è ad esempio la conversazione del 22 maggio 2014 tra Vincenzo Romeo e Benedetto Ardito che è il responsabile commerciale della HBG Connex S.p.A., una ditta che si occupa della gestione di apparecchi da intrattenimento, della gestione di sale bingo e dei servizi connessi alla funzionalità di queste sale (Benedetto Ardito è originario di Lamezia Terme ma residente a Mascalucia, Catania, NdA). Durante questa conversazione Ardito rappresentava a Romeo, in modo scherzoso, di aver abbandonato tutto e di aver lasciato tutto in mano al consorzio. Benedetto Ardito diceva inoltre a Romeo di non averlo più visto nelle riunioni che venivano fatte nell’ambito di questo settore. Faceva il nome di Filippo Amoroso, Vaccarello (Luigi Vaccarello, originario di Aragona, Agrigento, consigliere del Consorzio Jackpot Italia S.r.l., NdA) ed Enzo; quest’ultimo dovrebbe essere Vincenzo Marano, il fratello di Giovanni Marano, anche se noi non lo abbiamo identificato in modo certo perché si parlava prima di un Enzoe poi di Enzo riferito a Vincenzo Romeo. La particolarità di questa conversazione sta nel fatto che il Romeo, ad un certo punto, diceva che – usava proprio queste parole – stava pilotando le scelte del consorzio affinché fossero indirizzate verso i prodotti commercializzati dalla HBG e quindi da Benedetto Ardito. Ardito sapeva comunque della creazione di questo consorzio ma si relazionava ugualmente con Vincenzo Romeo. Un altro episodio di ingerenza del Romeo all’interno delle scelte del consorzio e in particolar modo nel rapporto di subordinazione che c’era tra Giovanni Marano e lui stesso veniva intercettato il 23 maggio 2014. In sostanza Marano contattava Romeo e gli spiegava che nei giorni successivi era prevista una riunione a Catania del consorzio e nell’ambito di essa avevano pensato di far entrare un altro soggetto indicato nella circostanza come Enzo Motta. Giovanni Marano chiedeva a Vincenzo Romeo il parere, cioè chiedeva se fosse opportuno… Il Romeo nell’occasione rappresentava a Marano che Enzo Motta era una persona poco affidabile e quindi Marano decideva a priori di non presentare la candidatura di questa persona per farlo entrare nel Consorzio Jackpot Italia”.

Nel corso delle indagini sono state intercettate altre conversazioni tra Giovanni Marano e Vincenzo Romeo che proverebbero l’interesse e le ingerenze del pregiudicato messinese verso il consorzio presieduto da Filippo Amoroso. “Il 3 ottobre 2014, ad esempio, Marano chiedeva al Romeo l’utenza telefonica di un imprenditore, Giuseppe Lullo, per potergli parlare ma Romeo non gli forniva il numero e gli diceva lo avrebbero chiamato nel momento in cui erano insieme”, ha riferito Benedetto Russo. “Effettivamente pochi giorni dopo, il 7 ottobre, venivano intercettate delle conversazioni tra Vincenzo Romeo e un uomo che il Romeo chiamava direttore. Dalla conversazione si capiva che l’uomo era appunto Giuseppe Lullo. Quest’imprenditore era originario di Oliveto Citrà, Salerno. Si capiva dalla conversazione tra Romeo e Lullo che vi era un rapporto di lavoro precedente perché il primo diceva che non era più il suo agente e quindi non lavorava alle sue dipendenze però spiegava a Lullo che era stato aperto un consorzio da Amoroso, Vaccarello e da un ragazzo,quello che ti ho presentato, Giovanni Marano. Giuseppe Lullo si dimostrava a conoscenza della presenza di questo consorzio in Sicilia e lo stesso Romeo spiegava che egli si era permesso di parlare e di proporre i prodotti di Lullo ed indirizzare i rapporti commerciali verso di lui. In un’altra conversazione, il 9 ottobre 2014, Lullo chiedeva a Romeo se per questa sua opera di intermediazione con il consorzio avesse dovuto mettere da parte una percentuale, una somma, da corrispondergli e quindi gli chiedeva di quantificarla. Vincenzo Romeo lasciava piena libertà di azione al suo interlocutore aggiungendo che per lui erano più importanti le relazioni d’amicizia. Dopodiché Romeo e Lullo si mettevano d’accordo per incontrarsi nella fiera che si sarebbe tenuta a Roma. Effettivamente il 16 ottobre del 2014 Vincenzo Romeo si recava a Roma e partecipava ad una fiera relativa a tutti i prodotti delle apparecchiature da intrattenimento e dei giochi”.

Le indagini hanno consentito di accertare che tra i soggetti che avevano promosso la costituzione del Consorzio Jackpot Italia S.r.l. figuravano numerose società in cui i titolari o gli amministratori avevano legami diretti o indiretti con la criminalità organizzata.“Il consorzio era stato costituito dalla Jackpot Games S.r.l. di Luigi Vaccarello il quale era stato indagato nel 2007 insieme a Michele Spina in un procedimento penale della Procura di Lecce che riguardava la partecipazione della Primal S.r.l., riconducibile a Spina, ad un bando di gara posto in essere dall’Aams di Roma”, ha ricordato l’inquirente. “All’interno della Jackpot Game S.r.l. vi era anche Antonio Vaccarello che era stato denunciato dal Gico della Guardia di Finanza per esercizio abusivo dell’attività di gioco e gioco d’azzardo. Poi vi erano le società riconducibili a Filippo Amoroso che, come ho detto prima, era ritenuto uomo di fiducia della famiglia mafiosa dei Vernengo di Palermo e si occupava per conto proprio e anche per il sodalizio riconducibile a Benedetto Tumminia della gestione delle apparecchiature da intrattenimento per la zona di Palermo e in parte di Trapani. C’era anche la ditta Teckne S.r.l. di proprietà di Giuseppa Mendola, moglie di Filippo Amoroso. Poi vi erano la Game & Game Service S.r.l. del napoletano Raffaele Di Dona che ha avuto legami con Michele Spina nella Primal Game S.r.l. che all’epoca era in liquidazione. Anche Raffaele Di Dona era stato indagato nell’ambito del procedimento della Procura di Lecce citato prima e unitamente ad Amedeo Fabozzo in altre attività relative al gioco di azzardo. Il Fabozzo, originario di Aversa, aveva pregiudizi per associazione mafiosa. Poi vi erano altre società tra cui la Play Shop S.r.l. di Catania, la So.Ge.A.T. S.r.l. di Favara, Agrigento, ecc.. In particolare la Play Shop aveva avuto rapporti direttamente con Vincenzo Romeo, Giovanni Bevilacqua e Nunzio Massimo Laganà per quanto riguarda l’attività di giochi e scommesse”. CONTINUA…