Un medico nel campo curdo di Makhmur: è il neurologo messinese Alfonso Augugliaro

4 Novembre 2019 Culture

L’immagine più recente e fedele di cosa voglia dire convivere giorno dopo giorno a pochi chilometri da una roccaforte di Daesh, in un campo che è ormai un villaggio autorganizzato, è quella di Alfonso Augugliaro, il neurologo messinese tornato il 9 ottobre dall’ultima missione nel campo curdo di Makhmur. Una fortezza, a pochi chilometri da Mossul, dove i guerriglieri del Pkk difendono strenuamente i kurdi del Bashur.

Si tratta di una landa completamente desertica in cui sorgono delle piccole casette basse che ospitano dal 1998 intere famiglie che lì vivono da decenni, e i cui figli, già maggiorenni, non conoscono altra realtà oltre quella delle mura che racchiudono una intera comunità. Sono circa 18 mila le persone che qui hanno ricostruito la propria vita dopo essere fuggite dalla Turchia, ricreando scuole, università, ospedali, punti di preghiera e anche centri di congressi. Una apparente normalità che convive con il quotidiano pericolo di attacco da parte delle vicinissime truppe dell’Isis che hanno riaperto il fuoco anche contro questa che è una delle più importanti roccaforti del popolo kurdo.

«Il mio viaggio comincia il giorno prima che i bombardamenti ricominciassero, il 26 settembre – racconta Augugliaro, da oltre quarant’anni impegnato in missioni di pace in tutto il mondo –. Sono partito con i compagni del gruppo “Fiom e Cgil Alessandria verso il Kurdistan”». Negli occhi ancora il ricordo della penultima missione, quella di marzo, che è costata al medico l’espulsione da parte dell’ambasciata italiana ad Ankara.

«Siamo stati trattenuti per 5 ore perché, nonostante le guardie sapessero il nostro gruppo di appartenenza, hanno pensato fossimo appartenenti al Pkk, quindi alle forze ostili che lottano contro Daesh», ha riassunto Augugliaro mostrando il passaporto su cui è stato indicato il marchio di “contestatore”. Ogni missione, delle oltre trenta in cui Augugliaro è stato presente, è divenuta occasione per portare in dono ciò che primariamente serve al campo. La volta scorsa è stato consegnato un generatore elettrico per gli ospedali del campo, questa volta un’ambulanza. «Conoscono bene la realtà di queste tende – continua –, il contatto con le fogne a cielo aperto è un rischio di gastroenterite, colera, epatite per tutti, per esempio».

Durante l’ultimo soggiorno, terminato il 9 ottobre, Alfonso e gli altri dieci membri del suo equipaggio, sono stati ospitati da una famiglia con quattro bambini. «In questo momento mi vengono i brividi perché dopo gli ultimi bombardamenti potrebbero essere anche morti – prosegue –. La cosa che mi fa più rabbia è che il loro modello di vita ideale è quello Occidentale. Non si rendono conto che il loro stato di isolamento totale e guerra perenne è responsabilità proprio di quell’Occidente da loro tanto agognato».

A ciascun abitante del villaggio è fatto divieto di uscire, se non scortati dai combattenti. Molti di loro hanno perso la vita nel corso di questi anni e vengono tuttora ricordati e celebrati come veri eroi. «Sono loro che gestiscono il sistema di sicurezza dell’intero villaggio – spiega ancora Augugliaro –, fra questi non ci sono soltanto uomini ma anche tante donne». Il sistema politico, una democrazia dal basso in cui le leggi sono votate da tutti i membri del gruppo, non pone nessuna differenza fra i generi, diventando un modello di progresso rispetto a un contesto generalmente patriarcale.

«Per loro la vita è combattere per la libertà. Chi sbaglia paga con un percorso rieducativo, non esiste il concetto di pena o di reclusione», spiega ancora il neurologo che denuncia come, rispetto a otto mesi fa, a scarseggiare è innanzitutto il cibo. «Chi si occupa del fabbisogno alimentare del villaggio è l’Unhcr, che ultimamente ha inviato meno scorte e per questo motivo mi vergognavo anche a mangiare nonostante le famiglie ci offrissero sempre un pasto caldo senza lesinare», racconta Augugliaro che ha anche assistito alla morte di 28 abitanti per via di un attacco dei caccia turchi.

«Mentre noi siamo qui a parlare lì ci sono bombardamenti di cui nessuno sa niente perché l’interesse economico occidentale è proteggere la Turchia e nel frattempo vendere armi ai combattenti», sottolinea. La prossima missione in programma è a Natale, quando Alfonso Augugliaro tornerà per trascorrere lì le ultime settimane di dicembre. Rassegnaweb: Da Gazzetta del Sud - di

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