Processo sui Bilanci, le motivazioni della sentenza: «Nei bilanci comunali omissioni e anomalie». I giudici: «Il ragioniere generale Coglitore con la famigerata nota 1433 ha inteso “nascondere sotto il tappeto” i debiti fuori bilancio»

6 Dicembre 2019 Inchieste/Giudiziaria

di Nuccio Anselmo - Quelle previsioni di bilancio erano compromesse da «chiare e profonde anomalie», e da «omissioni». Anomalie «che non appaiono spiegabili con l’adozione di scelte amministrative corrette o l’esercizio di prerogative politiche», e omissioni «derivanti dalla mancata iscrizione di spese prevedibili».
Mentre «... in realtà vi erano i presupposti giuridici per dichiarare il dissesto, a cui non si sarebbe dato in pratica seguito per motivi “metagiuridici”».
Sono lunghe 76 pagine le motivazioni della sentenza dei “conti” del Comune, che nel marzo scorso portò ad una serie di condanne per due giunte dell’ex sindaco Giuseppe Buzzanca e poi per una serie di funzionari di Palazzo Zanca e consiglieri comunali. Fu l’epilogo del processo di primo grado sui bilanci comunali a Messina, che secondo la Procura dal 2009 fino al 2011 furono “falsificati” per evitare il dissesto economico del Comune.
Nelle motivazioni, scritte dai giudici Letteria Silipigni e Giovanni Abanese, vengono in sostanza spiegati i perché di quella decisione, che registrò ben 28 condanne e 6 dichiarazioni di prescrizione.
Scrivono per esempio i giudici, sulla scorta di tutto quanto è successo nel corso del processo e di tutto quello che è emerso nel corso del dibattimento: «... che la situazione economico-finanziaria del Comune di Messina avesse al riguardo raggiunto livelli di preoccupante gravità, almeno sin dal 2007, è un dato certo ed incontestabile», così come ha “certificato” in più occasioni la Corte dei Conti. E proprio dopo una lunga disamina di quanto scrissero in quegli anni i giudici contabili, nelle motivazioni i giudici penali parlano di «due dati di incontrovertibile rilevanza». Quali? Eccoli.
Per un verso «la presa d’atto da parte dell’organo di controllo contabile di anomalie strutturali nella gestione economico finanziaria dell’ente interessato, che finivano con il tradursi in vere e proprie alterazioni dei dati contabili atti a minare la veridicità e l’attendibilità degli strumenti finanziari in genere». E per altro verso è emerso «... come l’inerzia addebitata dalla Corte all’ente territoriale nelle sue diverse articolazioni amministrative e le anomalie di cui sono risultati affetti gli strumenti contabili dell’ente non erano assolutamente casuali o dovuti a mera negligenza, costituendo bensì la conseguenza di precisi contegni volti, tra l’altro, eventualmente, ad evitare la procedura di dissesto».
E di queste «gravi anomalie» ha parlato in aula durante il processo l’allora consigliere comunale Giuseppe Melazzo, che - scrivono i giudici -, ha illustrato uno spaccato significativo, poiché all’epoca presiedeva la Commissione bilancio di Palazzo Zanca e da subito denunciò tutto.
Un altro punto-chiave per i giudici: «... alcun rilievo giuridico scriminante, esimente o attenuante, può rivestire siffatta finalità (quella cioè di salvare la vita amministrativa dell’ente, n.d.r.), quantomeno in relazione ai reati di falso, ove mai la si volesse sotto altro aspetto ritenere meritevole di considerazione in ragione del costoso prezzo che l’ente ed i cittadini sarebbero stati costretti a pagare con il dissesto», visto che la normativa in materia tra i principi e le linee guida prevede «la veridicità e il pareggio finanziario del bilancio».
Scrivono ancora i giudici che «... in situazioni di crisi occorre comprimere le spese o aumentare le entrate, a partire dallo stesso rendiconto di gestione. Questo è il nodo gordiano attorno al quale si attorcigliano gli enti locali, spesso in condizioni di costante disavanzo, a fronte della difficoltà dei loro amministratori di portare a compimento le scelte politiche promesse agli elettori per l’insufficienza di risorse».
E trovandosi al bivio - scrivono i giudici - tra una «sana gestione contabile» e «piegare la contabilità al volere “politico” dell’amministrazione», in quelle occasioni oggetto del processo si scelse questa seconda strada.
Secondo i giudici dal processo è emerso poi un “messaggio” chiaro: «... la riconducibilità delle appostazioni di bilancio non a sparuti ed incolpevoli errori di calcolo o di previsioni, ma ad un sotteso e preciso disegno teso al riequilibrio della contabilità perseguito tanto a tutti i costi, da ammettere nel suo percorso di realizzazione l’artificiosa individuazione di obiettivi economici attraverso un gioco di modellamento delle entità delle appostazioni allocate nei vari bilanci». Ed è evidente «... lo stravolgimento dei documenti contabili sotto il profilo del rispetto del principio di verità».
Secondo i giudici c’è poi una riconducibilità delle condotte a tutti i soggetti coinvolti, con una posizione di rilievo assunta nella vicenda dall’allora ragioniere generale Ferdinando Coglitore, che «con la famigerata nota 1433 ha inteso “nascondere sotto il tappeto” i debiti fuori bilancio in attesa di tempi migliori, determinando una non veritiera rappresentazione della contabilità e situazione finanziaria reale dell’Ente».

LA SENTENZA

Ventotto condanne e sei dichiarazioni di prescrizione totali per i 34 imputati coinvolti. Fu questa la sentenza di primo grado, che si ebbe il 6 marzo scorso, davanti alla prima sezione penale. La lesse in aula il presidente Silvana Grasso, che è poi deceduta. Le richieste dell’accusa furono formulate dal pm Antonio Carchietti, che negli ultimi anni si è occupato di tutte le inchieste sui bilanci comunali. Secondo i giudici rimasero in piedi essenzialmente tre ipotesi di falso ideologico, mentre tutto il resto fu “cancellato” dalla prescrizione o da alcune assoluzioni parziali. Subirono condanne componenti di giunta, funzionari comunali, amministratori pubblici, consiglieri comunali e revisori dei conti. Ecco le condanne: Francesco Aiello, Antonio Amato, Giuseppe Buzzanca, Attilio Camaioni, Carmelo Capone, Dario Caroniti, Ferdinando Coglitore, Domenico Maesano, Orazio Miloro, Giuseppe Puglisi, Vincenzo Schiera e Roberto Sparso, un anno e 5 mesi; Santi Alligo, Salvatore Magazzù, Domenico Manna, Francesco Mondello, Elvira Amata, Carmelo Famà, Giovanni Di Leo, Carmelo Giardina, Giorgio Muscolino, Giancarlo Panzera e Dario Zaccone, un anno e un mese; e infine Roberto Aricò, Giuseppe Corvaja, Domenico Donato, Giuseppe Isgrò e Carmelo Santalco un anno e 3 mesi di reclusione. Per sei imputati coinvolti sin dalla prima ora tutto si concluse con la dichiarazione di prescrizione - l’aveva chiesto anche l’accusa -, di tutti i capi d’imputazione contestati (sempre ipotesi di falso ideologico). Si trattò di: Pinella Aliberti, Diane Litrico, Giuseppe Mauro, Giuseppe Rao, Filippo Ribaudo e Gianfranco Scoglio. Rassegnaweb da Gazzetta del Sud

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