C’è vita su Marte? Il messinese Maurizio Azzaro in missione in Antartide per scoprirlo

7 Dicembre 2019 Culture

Un gruppo di ricercatori è attualmente in missione, nell’ambito del Programma nazionale di ricerca in Antartide Pnra, finanziato dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, e attuato dall’Enea per gli aspetti logistici e dal Cnr per la programmazione e il coordinamento scientifico.

Sono Mauro Guglielmin, responsabile della missione, Stefano Ponti, Ulrich Neumann, tecnico di perforazione tedesco ad un progetto condiviso che studia gli effetti del cambiamento climatico sul Permafrost, il messinese Maurizio Azzaro, responsabile dell’Istituto per l’ambiente marino costiero del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iamc) di Messina e coautore dello studio

I quattro si trovano nella Terra Vittoria settentrionale, in una zona di laghi perennemente ghiacciati, come il Tarn Flat, dai quali potrebbero arrivare indizi per cercare forme di vita su Marte. Infatti le brine dei laghi, ossia i depositi di ghiaccio sulla superficie, sono ricchissime di sale e, nonostante l’ambiente estremo, sono popolate da batteri, che sono in grado di ricavare l’energia per sopravvivere anche senza luce e a temperature bassissime, sfruttano il carbonio presente nell’ambiente e producono metano.

Spiega Guglielmin tramite Whatsapp, unico “ponte” con l’Italia: «Abbiamo fatto diverse perforazioni al fine di trovare delle brine per saline, che sono l’analogo terrestre delle brine di Marte. Ne abbiamo trovate diverse tipologie con salinità anche di cinque volte superiore rispetto all’acqua di mare. Queste saranno poi portate nei laboratori del Cnr di Messina e dell’università di Perugia per le analisi micro-biologiche».

Nel lago antartico perennemente ghiacciato di Tarn Flat, nella Terra Vittoria settentrionale, due crioecosistemi microbiologicamente differenti, separati da soli 12 centimetri di ghiaccio lacustre, sono dominati da batteri e archeobatteri in grado di ricavare energia in assenza di luce e a basse temperature, grazie all’ossidazione di composti dello zolfo e dell’azoto. Questo il risultato della ricerca svolta dall’Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche di Messina (Cnr-Isp), pubblicata recentemente su Microorganisms, che ha compreso personale delle Università dell’Insubria (Mauro Guglielmin), di Messina, Roma e Rio de Janeiro.

“Il ritrovamento di Archea metanogeni dimostra, inoltre, come il crioambiente di Tarn Flat sia in parte sostenuto da flussi di carbonio aventi come prodotto finale il metano”, spiega Maurizio Azzaro. “In particolare, i metanogeni antartici potrebbero adottare peculiari strategie di sopravvivenza, viste le condizioni estreme di temperatura e salinità presenti nelle brine, ed essere considerati pertanto tra i principali candidati per la vita extra-terrestre nel sottosuolo di Marte".

Cnr-Isp lavora su questa tematica pionieristica da sette anni e lo studio ha integrato le informazioni pubblicate nel 2018 sulla componente fungina negli stessi ambienti, rivelando un mondo ricco di vita microbica, dai virus ai batteri, fino agli archea. “I risultati dello studio non escludono che la composizione della comunità procariotica nelle brine di Tarn Flat possa essere stata influenzata dalla risalita di brine saline da un sistema anossico (senza ossigeno) sottostante e, data la presenza di alcune sequenze di Dna riconducibili a microrganismi tipicamente marini, da ghiaccio relitto del Ross Ice Shelf”, continua Azzaro. “Quanto evidenziato può aiutare a ridefinire le caratteristiche che contraddistinguono i crioambienti terrestri quali habitat microbici estremi, stimolando la ricerca di possibili forme di vita anche in altri mondi ghiacciati per verificare l’ipotesi della loro presenza in crioambienti analoghi presenti nel nostro sistema solare e, in generale, nell’universo. È di quest’anno la divulgazione di un esperimento della Nasa con cui è stata dimostrata la capacità di sopravvivenza superiore al 50% di microbi alotolleranti, resistenti cioè ad alte concentrazioni saline, in una brina disidratata e successivamente reidratata con la sola umidità. Gli studi concludono che ritenendo possibile la contaminazione di altri mondi, qualora fossero sterili, con batteri trasportati accidentalmente dalla Terra”.

“La missione, cominciata a inizio novembre, durerà circa 40 giorni e riguarderà i crioecosistemi dell’area di Boulder Clay, che da indagini condotte nel 2014 e 2017 sappiamo ospitare brine saline in forma liquida. Un obiettivo ancora più ambizioso rispetto agli altri anni, poiché prevediamo di esplorare nuove frontiere per la conoscenza del funzionamento di questi peculiari crio-ecosistemi”, conclude Azzaro, che è Coordinatore scientifico della XXXV spedizione in Antartide (I periodo).

La base italiana in Antartide ospita attualmente 25 ricercatori e 90 persone di supporto oltre al gruppo dell’Insubria, che tornerà in Italia il 13 dicembre dopo circa un mese di permanenza. Un mese di lavoro intenso, sette giorni su sette dalle 8 alle 20, senza connessione internet stabile, con il ping pong serale e quattro chiacchiere tra ricercatori come unico svago. I dati raccolti durante la giornata vengono infatti subito registrati, studiati e rielaborati e il tempo che resta è dedicato al riposo.

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