Poliziotto pestato a Giostra, il processo approda a Reggio. Annullata la condanna di Ferrara

31 Gennaio 2020 Cronaca di Messina

La vicenda del pestaggio di un poliziotto nel rione di Giostra approda a Reggio. La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio, alla Corte d’appello della città calabrese, la condanna nei confronti di Letterio Ferrara, che rispondeva del reato di lesioni. All’imputato, difeso dall’avvocato Nino Cacia, la Corte d’appello di Messina aveva confermato la condanna inflitta dalla Seconda sezione penale del Tribunale all’esito del rito abbreviato, ossia due mesi di reclusione.

I fatti contestati risalgono al 9 novembre del 2014. Ferrara, in concorso con Alessandro Cutè (poi scagionato), un sedicenne e una quarta persona non identificata, si trovava a bordo di una Daewoo Matiz guidata dal minore. Percorrevano a folle velocità il viale Giostra. Invitati a rallentare e rispettare la segnaletica semaforica da un agente che si accingeva a prestare servizio in Questura, il gruppetto inseguì il malcapitato, tamponandolo.

Ne nacque una colluttazione, con tanto di aggressione al poliziotto, a cui fu perfino sottratto il cellulare per evitare che avvisasse la sala operativa. La banda si dileguò verso mare, ma in via Garibaldi l’utilitaria si ribaltò. E i giovani fuggirono. La polizia individuò Ferrara in via Martino, mentre tentava di nascondersi tra le auto in sosta. Riconosciuto dall’aggredito, fu condotto in caserma e arrestato. L’assistente capo della polizia fornì ai colleghi indicazioni sugli altri due compari di Ferrara, Cutè e il sedicenne, che si costituirono successivamente.

Nessuna notizia, invece, dell’altro componente del quartetto. Al termine del processo di primo grado, le accuse si ridimensionarono: Ferrara riconosciuto responsabile di un solo capo d’imputazione (lesioni) e condannato a due mesi di reclusione, pena sospesa. Assolti sia Alessandro Cutè che lo stesso  Ferrara dal reato di rapina impropria, “perché il fatto non sussiste», e Alessandro Cutè dalla contestazione di lesioni, «per non avere commesso il fatto”.