OPERAZIONE DINASTIA: CHI E’ GIOVANNI CRINO’, DETTO ‘ROCCIA’. QUEGLI INSULTI SU FACEBOOK AL PENTITO MICALE

Di Leonardo Orlando – Barcellona Tra i personaggi emergenti di “primo piano” finiti in carcere che – dopo un lungo tirocinio iniziato da giovanissimo con le rapine – dal 2012 è ritenuto organico a tutti gli effetti all’associazione mafiosa riconducibile alla famiglia dei “Barcellonesi” vi è Giovanni Crinò, 34 anni, inteso “Roccia”. Uno che si dichiara “duro e puro” tanto da aver sbeffeggiato pubblicamente sulla sua pagina Facebook, il pentito Aurelio Micale nel momento in cui la Gazzetta del Sud diffuse la notizia dell’avvio della collaborazione con la giustizia di quest’ultimo.

Crinò che è persino imputato per i tumulti scoppiati 20 gennaio 2014 in occasione della ricorrenza della festività del patrono della città San Sebastiano quanto tanti ambulanti furono costretti a sbaraccare dai giardini dell’Oasi a seguiti di minacce finalizzate a boicottare la stessa festa per protesta contro una ordinanza dell’allora sindaco Maria Teresa Collica che voleva mettere ordine nella disposizione delle bancarelle di via Roma che compromettevano persino lo svolgimento del rito religioso.

Prema del salto di “qualità” Giovanni Crinò sarebbe stato tra i promotori del clamoroso assalto a cui segui il danneggiamento dei locali ed il furto di armi, tra il 2007 e 2008, dal poligono di tiro di Milazzo. Armi che poi furono fatte ritrovare vicino al cimitero di Barcellona, per l’intervento del vecchio di Gala boss Filippo Milone che in una riunione appositamente convocata aveva chiesto che quelle armi fossero restituite. E così fu per volere del vecchio boss, tanto che sono state fatte ritrovare abbandonate in un’auto parcheggiata vicino al cimitero di Barcellona.

Ad inchiodare Crinò sono state le stesse dichiarazioni del collaboratore di giustizia dileggiato per il suo pentimento. Infatti lo stesso collaboratore di giustizia Aurelio Micale parlando di Crinò ha permesso agli inquirenti di confermare il quadro indiziario che già gravava dalle precedenti inchieste di mafia, fornendo tra l’altro i necessari riscontri che hanno permesso l’arresto del coriaceo  emergente. Micale ha anche riferito che alcune delle armi trafugate dal poligono di tiro di Milazzo non furono restituite da Giovanni Crinò tanto che rimasero in possesso degli autori del furto.

Crinò che in questi ultimi anni si era dato una parvenza da imprenditore dell’arte culinaria, in realtà dopo aver seguito quale suo luogotenente Giovanni Perdichizzi, si sarebbe adoperato con i suoi sodali per garantire la raccolta delle estorsioni e assicurare vitto e alloggio all’allora latitante Filippo Barresi. Giovanni Crinò, tale sarebbe stata la fiducia dei vertici della mafia, che avrebbe reso personalmente servigi ai familiari di Giovanni Rao, capo della cupola mafiosa.

Risulta, infatti, perché grazie alla triangolazione delle telefonate intercettate, che lo stesso Crinò inteso “Roccia” avrebbe accompagnato i familiari di Giovanni Rao fino al carcere de L’Aquila.

Crinò inoltre avrebbe partecipato al “summit mafioso” tenutosi a Spinesante “in un momento di fibrillazione dell’associazione mafiosa” causata dagli arresti di numerosi affiliati. Summit che sarebbe servito determinare “azioni funzionali alla sopravvivenza del gruppo”. Non è da meno la gestione della latitanza di Filippo Barresi e la conoscenza di fatti di sangue maturati

nel contesto associativo – modalità programmate diverse da quelle attuate – per l’ omicidio di Giovanni Perdichizzi.

Ma sono stati soprattutto i legami che l’indagato aveva con il boss Filippo Barresi, arrestato il 29 gennaio 2013. Crinò, infatti, è stata una delle persone che ha curato la latitanza di Barresi, provvedendo per conto di quest’ultimo alla “riscossione del denaro provento di alcune estorsioni effettuate insieme a Bucolo Salvatore, Fabrizio “Fabio” Garofalo e Vito Vincenzo “Enzo” Gallo. Rassegnaweb da Gazzetta del Sud