Coronavirus, la riflessione di Vincenzo Cardile: Quella malinconica assenza di normalità

21 Marzo 2020 Culture
di Vincenzo CardileE ci siamo. Anche per noi è arrivata la quarantena da coronavirus e siamo tutti a casa, ognuno nella propria, in attesa che il virus venga isolato, distrutto o che, d’incanto, sparisca via. Personalmente, preso dal mood di avere finalmente “il tempo di avere tempo” e di potermi dedicare a tutte quelle cose che, da un po’, mi ero riproposto di fare, sono stato colto da una strana euforia. E così, freneticamente, nei primi giorni di clausura, illuso di essere padrone del mio tempo e del mio spazio e spinto dalla voglia di riappropriarmene, mi sono dedicato a cose particolari, straordinarie, come pitturare un vecchio cancello o attaccare i quadri che aspettavano da tempo di abbellire pareti bianche; ho aperto i cassetti nascosti dal tempo, per scoprire cosa realmente ci fosse dentro, cercando di eliminare, inutilmente, le cose superflue; ho impastato a mano la farina con il lievito madre, per la fare la pizza fatta in casa alla bonci, per intenderci; ho ascoltato musica; video chat con amici e qualche “scatenata ”diretta comunale; ho visto film e serie tv; ho occupato il tempo che via via, si andava lentamente a dilatare. Ma quando le ore ed i giorni passano ed il virus diventa pandemia, hai l’obbligo di stare chiuso in casa ex lege, per il bene e la salute privata e pubblica, accorgendoti che l’euforia iniziale sminuisce sempre più, diventando quasi ansia, malinconica attesa che tutto passi, che tutto si risolva al più presto, per il meglio. Viviamo così un distacco forzato dalla realtà, una solitudine indotta, una libertà compressa, quasi fossimo catapultati ed incorniciati in un quadro di Edward Hopper, i cui dipinti ritraggono la malinconia e la solitudine dell’uomo moderno, cristallizzato spesso all’interno di stanze, o spazi chiusi, con sguardi desiderosi rivolti verso il mondo esterno, in atto, irraggiungibile. Questo uomo moderno dipinto con colori vivi, ma che al tempo stesso, privi di calore umano, è del tutto incapace o impossibilitato a comunicare carnalmente con le persone che lo circondano e col mondo esterno, perché chiuso in sè, volente o nolente, nel proprio mondo interiore, vero o virtuale che sia. E noi oggi, in piena pandemia, probabilmente siamo così: microcosmi isolati carnalmente dal mondo esterno, in attesa che la medicina o Dio, o chi per Lui, ci faccia finalmente uscire da questo quadro di ansiosa ed indotta solitudine. Proprio quando si è così isolati che si capisce l’importanza delle piccole cose, dei piccoli gesti quotidiani, quelli che nella realtà, nella loro semplicità, appaiono normali, ma che invece sono il vero sale della vita. Intontiti davanti ad una tv da infiniti pollici, o ipnotizzati davanti ad uno smartphone, che grazie ad un collegamento internet, ci offusca e ci illude di stare virtualmente connessi ad un mondo apparentemente social, non ci rendiamo conto che in realtà, ciò che ci manca, è altro. Se solo per un attimo chiudessimo gli occhi, sulle ali di una qualsiasi playlist di spotify, la mente comincerebbe a viaggiare, riportandoci a galla le immagini di ciò che realmente ci manca. Sulle note di “Clare de lune” di Debussy, scorrono veloci un turbinio di immagini nella mia mente, come un film, un blob, e vedo ciò che mi manca la dolce carezza di una madre ormai anziana, costretta a stare barricata dentro casa, o il caldo abbraccio di una persona vicina; quell’odore di vita del bar, alle otto di mattina, quando sei immerso nel familiare brusio di sottofondo che scorre attorno a te, e ti scotti le labbra, tenendo stretta la tazzina del caffè bollente; l’aria sferzante del mare in una giornata di scirocco e lo scricchiolio della ghiaia sotto i piedi nudi, già inumiditi dalla risacca; leccare la schiuma della birra alla spina, bevuta ghiacciata in una pizzeria affollata di gente; la stretta di mano del collega, anche quella schifosamente viscida, che hai spesso volutamente rifiutato; l’odore forte ed acre della benzina; la morbida freschezza del gelato gianduia e la goduria nello sgranocchiare la cialda, ripiena di panna; i caldi tramonti mozzafiato sulle spiagge del tirreno, goduti sorseggiando uno spritz; entrare in una libreria e sentire il profumo di un libro mai sfogliato; litigare con i miei amici su qualsiasi cosa, che vada dal gol in fuorigioco della Juve, alla veridicità della tesi che il solo battito di ali di una farfalla possa provocare un uragano; e poi, aprire l’armadio e scegliere il vestito che più mi si addice alla prossima giornata di lavoro; l’odore del pane caldo croccante con la ciciulena sopra, appena sfornato nelle serate umide di pioggia; sprofondare nelle poltrone avvolgenti del cinema Iris a guardare un film da Oscar, addentando una manciata di salatissimi pop corn; e potrei continuare così all’infinto, elencando una serie di piccole cose, date quotidianamente per scontate, ma che per scontate invece, oggi non lo sono affatto, e non lo dovranno più essere. Riapro gli occhi, ed ora so che voglio uscire dal quadro di Hopper, e sulle ali di Clare del Lune, alla fine di questo angusto tunnel virale, riappropriarmi di ogni singola piccola gioia ed emozione che mi faccia vivere, respirare la vita, lontano dalla finta euforia e lontanissimo da questa malinconica ed ansiosa solitudine: il vero virus che forse ci sta pian piano contagiando.

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